Visio

di carlo brio

La velocità era condensata nell’immobilità dell’occhio. La pupilla, che è un buco nell’occhio, s’apre e chiude e non sa che viaggiavamo, ma la convinzione, questa bugia come le altre, era che fossimo parcheggiati in una bolla tra Marte e Orione, che l’esplorazione fosse una sedentaria, prolungata sosta, la meta non si avvicinava, sempre uguale nella distanza remota, e il pianeta dietro a noi non mutava la grandezza.
La velocità era quasi massima, ma gli astronauti ancora non avevano avviato le procedure d’ibernazione, la meta lontanissima, ancora controllavano parametri, coordinate, pesi, condutture. C’era chi guardava fuori dall’oblò: Marte era rosso e immobile, Marte la colonia antichissima, si sforzava, chi guardava, di scorgere La Faccia, l’urlo muto dello Spazio Umano.
Noi possiamo tutto, noi siamo i Magici. Leviamo l’occhio, solleviamoci dalla navetta, prendiamo posto su Anasthatis, e osserviamo. Osserviamo:
la navetta è sfrecciantissima, eppure anche da qui sembra immobile, e il sospetto è che sia il vuoto ad attraversarla, non il contrario. Dentro, insetti laboriosi in forma di primati misurano, calcolano, si controllano l’un l’altro come un tempo l’un l’altro si spidocchiavano, ed una sola, in disparte, esercita le pupille sul vuoto attaccata all’oblò. Perché guardi non è dato saperlo.
Quali desolazioni inventi nel vuoto estremo che ci circonda non è dato, a noi, sapere; non sappiamo quel che vedi, non vediamo quel che vedi – Soli s’accendono, occhi s’aprono, girasoli girano, ruotano galassie come corone di loto e da questo pianetino la guardiamo viaggiare e movimenti giganteschi intorno a noi, noi accadiamo in essi.
Poggiata all’oblò guardi Giove, il resto dell’equipaggio è pronto per l’ibernazione, il lungo sonno che vi condurrà alla meta. Sono inquieti, poiché il viaggio è un mistero, ma le pulsazioni sono tenute sotto controllo, la respirazione è regolare, pensano che le macchine e i programmi sono stati controllati fino alla nausea, che si risveglieranno presto per completare la missione – che si sveglieranno…
E tu guardi fuori, da dove non si vede nulla più.
– Come? Non vedete la formica che regge tutto questo?

4 commenti

  1. Vago.
    Forse è un effetto voluto ( o solo una mia impressione ), ma il testo risulta nel complesso molto vago.
    Un abbraccio, G.

  2. complimenti cb
    il testo è immediato, il lettore è subito preso dall’atmosfera, per nulla VAGA.
    I periodi frantumati da ricorrenti virgole spezzano i soliti, noti e stanchi ritmi sintattici, l’innovazione è di questo testo.
    Originale nella sintassi e nel senso.
    La donna che se ne sta a guardare dall’oblò, osserva marte, poi giove, in mezzo ad un vortice di azioni frettolose e noncurati di tutto fuorchè di sè, può essere interpretato come un” inno” all’individualità singola, eccezionale, distante dall’uniformità della massa. L’unica ad aver riconosciuto il miracolo della creazione, del potere di una formica, che minuta, regge tutto, degli sforzi inutili dell’umano per preservarsi inevitabilmente senza lasciarsi succhiare dall’abbandono….Che fatica, che energie sprecate!
    A Genni, che forse ha l’occhio ostico alle novità, pregherei di leggerlo con maggiore attenzione.
    A te cb, che poco ti curi delle critiche, ancora complimenti e buon lavoro!
    fa

  3. Salvatore Scalera · · Rispondi

    Bel racconto -poesia?-.
    Ho letto le critiche sopre. Mi sembrano entrambe ingiuste, ma in fondo ognuno ha il diritto di pensare le cose come le vede e di vederle come le pensa.
    In realtà, il racconto-poesia di Carlo è notevole. Molto interessante. Devo dire che sono rimasto anche io incantato da questo piccolo equipaggio. Carlo è bravo, ha rischiato molto. Non capisco se l’ ha fatto ingenuamente oppure sia voluta quell’ ingenuità di fondo, quel minimo -e dico “minimo”- di retorica che sembra apparire lievemente quando si sofferma sui dati tecnici dell’ equipaggio -dati di cui avrei volentieri fatto a meno, ma non scrivevo io :)-.
    Bello. Bello per la presenza della donna che guarda fuori mentre gli altri vengono ibernati.
    Ci può stare. Si rischia la retorica, lo sforzo persuasivo, è vero.
    Tuttavia, ci può stare.
    Sulla donna che guarda però non posso evitare di dire che il fatto che lei stia pensando “quanti sono sciocchi quelli” non è affatto vero. L’ autore -saggiamente!!!- non fa l’ errore di cadere in una simile pretesa. Qualsiasi cosa avesse detto avremmo capito tutti che si trattava di lui ed il personaggio stesso sarebbe di colpo scomparso, avrebbe perso consistenza.
    Invece, con il silenzio di lei, ognuno di noi ha il diritto di credere che stia pensando chissà quali cose, ma a noi non è dato sapere.
    Questa è la vera trovata del racconto, che tra citazioni Kubrikiane e non solo, scivola verso quel minimo di romantico che a noi non dispiace.
    A presto
    Salvatore

    ps anche a me non sembra vago

  4. nessuna chiusura ostica alle novità, solo un piacere nell’immediatezza del testo. A renderci la vita piena di significati da carpire ci pensano già le poesie. Poi se questa è una poesia ( e non fate la solita domanda: “cos’è una poesia?”) allora tanto di cappello.
    Un abbraccio, G.

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