In giro col giro dei ragazzi del giro

di carlo brio

– Oh, vado dalla nera. – disse Marco a Felice che, impegnatissimo col flipper, si limitò a grugnire un assenso e a dire tra due rimbalzi scomposti di biglia: – Buona chiavata!

Mario lo guardò in tralice, ma l’altro non se ne accorse e non fece storie. Uscì dalla sala giochi ed entrò nella vecchia Uno, perse qualche minuto per sintonizzarsi su una stazione di suo gradimento, mise in moto e partì.

Guidava con calma, ma si stizzì quando si trovò davanti piscioni lentissimi in auto ch’avrebbe voluto guidare lui. E come le avrebbe guidate!

Passò la chiesa di San Giuseppe, si segnò ed entrò nel Quartiere: dopo una serie di incroci stile far west, imboccò una strada non asfaltata lungo la quale stavano a intervalli di pochi metri l’una dall’altra le puttane. Tutte africane. Mario le guardava già arrapato e più erano squallide nei loro cenci attillati più gli tirava, le passava tutte in rassegna, ma non gli interessavano realmente – ne cercava una in particolare, ne conosceva anche il nome, conoscenza che si vergognava d’esibire davanti ai compagni. Erano Le Nere, tanto bastava. La puttana che cercava era giovane e si chiamava Lumille: la incontrò a metà stradone, lampeggiò coi fari e lei, ormai abituata alle sue visite, salutò l’amica con una mano, prese la borsetta e s’avvicinò all’auto. Mario s’allungò per aprirle la porta, lei entrò, lo salutò con un ciao delle labbra carnose, poi guardò davanti a sé la strada già percorsa tante volte, strada che conduceva, tra pozzanghere immense, ad un terreno incolto divenuto ormai teatro naturale dei loro incontri.

Mario spense l’auto, posò le mani sulle proprie gambe – in realtà non sapeva bene dove metterle -, la guardò negli occhi cercando di capire se Lumille fosse il suo vero nome e ne ammirò i tratti africani, le labbra tumide, tutto coperto di pelle stupenda. Velluto nero.
– Allora? – fece lei.
Lui sbottonò la patta dei pantaloni, con la destra le abbassò quasi con dolcezza la testa. Trattenne la mano tra le treccine crespe della ragazza, dettandone i tempi, incurante del dolore che poteva provare, lei, bravissima, lei, con quelle labbra spesse, esperta, lei, che teneva gli occhi chiusi, stretti stretti, lui che, questo, non poteva vederlo.
Non durò molto, ma la scarica con cui svuotò le palle in bocca alla puttana gli arrivò fino al cervello, in stelle assenti agli occhi, ma, anche quando fu finito, la tenne così abbassata per qualche secondo mentre il cuore riprendeva il battito naturale. Poi le concesse d’alzarsi. La ragazza levò la testa senza guardarlo, abbassò il finestrino e sputò quanto Mario le aveva sparato in gola, Mario, che nel frattempo s’era riabbottonato i jeans, riavviò il motore per riportare Lumille al suo posto sullo stradone polveroso. Quando fermò l’auto davanti il fuoco acceso, Mario trasse di tasca il portafogli e la pagò. Lei, senza guardarlo, disse grazie e ciao bello. Prima che mettesse le gambe fuori, Mario non riuscì a non allungare la mano sulla tetta africana di Lumille e a stringerla con avidità. Lei non disse nulla, sorrise, poi scese e richiuse la portiera. Mario partì veloce, sollevando un polverone che costrinse le ragazze a riparare gli occhi e la bocca. Guardandola dallo specchietto, s’accorse di non averle mai detto il proprio nome. Turbato, ma soddisfatto, tornò dai compagni del bar.
Per i due giorni successivi si dimenticò di lei.
Giovedì pomeriggio gli toccò portarsi in macchina anche Davide. Per quanto gli desse fastidio, non aveva potuto dirgli di no, e già pensava a come fare per prendersi Lumille senza doverla spartire col compagno. Davide stava dietro.
– Vai, vai! Sorpassa questo stronzo! – urlava di continuo all’orecchio di Mario, costretto a pericolose acrobazie per assecondare i desideri del passeggero che, più urlava, più Mario odiava. Entrati nel Quartiere, rallentò a passo d’uomo su richiesta di Davide che si sporgeva per rispondere ai saluti che i ragazzi gli tributavano. Giunti sullo stradone, Mario lampeggiò come al solito e, senza sporgersi per aprirle la portiera, attese che Lumille s’accomodasse.
– Sali dietro, bella! – le ordinò Davide – Vieni qui da paparino. – e si portò la mano sul pacco.
Lumille stava per obbedire, quando Mario la fermò e disse: – No, resta qui. – poi, voltandosi verso Davide, stranito dal contrordine, spiegò: – Dai, Davide, fammela tenere, non mi va di dividerla. –
– Tranquillo, fra’, tranquillo. Nessun problema. Chiama la tua amica, bella, chiama. –
L’altra puttana entrò in macchina e Mario si diresse al solito Posto. Durante il breve tratto, Davide aveva già denudato la sua nera e ora che la macchina era ferma aveva tutte l’intenzione di mettersi in azione.
Mario lo guardava dallo specchietto retrovisore e abbassava lento la zip dei suoi jeans: s’accorse che il compagno dietro sì armeggiava con le nudità della Nera, ma ogni tanto lanciava occhiate furtive e avide verso la coppia davanti.
Mario prese Lumille alla nuca e l’abbassò lentamente verso il proprio inguine. Prima che lei potesse applicare le labbra al glande turgido, Mario le sferrò un ceffone sonoro e cominciò a urlare isterico: – Questa stonza m’ha morso! Che troia! – e le allungò un altro schiaffo. Lei incredula, gli occhi gonfi di lacrime, cercava di balbettare un no, ma non le riusciva di spiaccicar parola.
– Puttana! E se sei malata? –
– Calmati, calmati! – Davide cercava d’urlare più forte.
– Come faccio a calmarmi. E se ha l’AIDS?
Al sentir nominare la malattia, Davide sbiancò come se non avesse mai pensato al rischio che correva.
– Mi dispiace – aggiunse con tono più pacato Mario sentendo d’aver vinto – ma le riporto indietro ‘ste due troie.
Davide non ebbe nulla da replicare, tanto gli si era ammosciato. La voglia estinta.
– Rivestiti. – fece alla sua nera con voce carica di disprezzo mentre l’auto ripercorreva la strada per il ritorno nel silenzio più assoluto. Assordante alle orecchie di Mario quello di Lumille.
Le fecero scendere. Senza che il compagno se ne accorgesse, Mario fece l’occhiolino a Lumille mentre questa scendeva guardandolo come si guarda un cane pazzo.
Quando uscirono dal Quartiere, Davide ordinò all’altro di fare qualche giro lì attorno.
– Non devono sapere quello che è successo. – spiegò.
Dopo, l’auto parcheggiata davanti la sala giochi, Davide suggerì al compagno: – Mario, te lo dico come un fratello, vattene a casa e riposati. E domani mattina vatti a fare le analisi, che è meglio.
Mario non se lo fece ripetere due volte e se ne tornò a casa. Mentre saliva le scale, si chiese quali maledizioni avesse evocato Lumille contro di lui.
Il giorno dopo:
– Ma è successo qualcosa ieri pomeriggio con Davide?
– No. Perché?
– Non lo so…era tutto nervoso. Ha spaccato la faccia ad uno per una stronzata. – Felice era ancora incredulo.
– Non saprei, ma sai com’è Davide. Se gli girano, gli girano.
– Già, è un gran bastardo. Chi stiamo aspettando?
– Mattia, Luca e…Davide. Vengono con altre due auto.
– Non vedo l’ora!
Dopo una mezz’oretta, ecco le auto. Mario non dovette caricare nessuno così si limitò a seguire gli altri, al solito veloci, al solito indisciplinati, la strada, però, non era la solita. Mario accelerò e s’accostò all’auto davanti, scheggia sull’asfalto, e chiese gridando dal finestrino abbassato dove stessero andando.
– La strada è sbagliata!
I due nell’altra auto sghignazzarono beotamente, poi uno gridò: – Cambiamo colore. Andiamo dalle ucraine! – e ripresero a ridere.
Mario si morse le mani, ma non poteva fare dietrofront.
Si disse che in fondo una puttana è una puttana.
Li seguì, dunque, dall’altro lato del Quartiere dove battevano le ucraine e anche qualche italiana. Fece scegliere prima i compagni, poi si prese un’ucraina grassottella dai capelli rossi e i seni enormi. La chiavò meccanicamente in un capannone dimesso, senza provare alcun piacere, cercando anzi di fare il più in fretta possibile. D’altro canto, lei non sembrava dispiaciuta, gli azzurri occhi d’ucraina persi dietro sogni appassiti.
Cambiò tre puttane nei successivi incontri. Pur ripetendosi che una puttana è una puttana, risolveva tutto in pochi affondi frettolosi fissando tratti caucasici coperti d’efelidi.
Mercoledì pomeriggio disertò il bar e la sala giochi, si segnò passando davanti la chiesa di San Giuseppe e ritornò allo stradone polveroso, lampeggiò i fari, s’allungò per togliere la sicura, la fece entrare. Lei si limitò a dire ciao bello e a fissare la strada. Fermatosi in mezzo al campo, Mario si volse a guardarla e le ordinò: – Spogliati.
La guardò svestirsi, lenta e sensuale senza volerlo, mentre gli si gonfiava nei jeans che levò di scatto, troppo smanioso di averla. Infilò il preservativo e ribaltò i sedili. Lumille allargò leggermente le gambe per aiutarlo. Mario cominciò a muoversi dentro di lei, dapprima con tutta la forza che la passione gli trasmetteva attraverso i muscoli, poi con dolcezza, quasi volesse cullarla, lei, ferma sotto di lui a lasciarlo fare. Mario le strinse il seno sinistro, con dolcezza, stavolta, e prese a baciarla alla base del collo, salendo via via al mento, quindi le guance, le labbra. La ragazza era immobile, Mario sospettò che lei volesse finisse presto, ma lui, pur volendo accontentarla, non riuscì ad aumentare il ritmo, continuò a muoversi lento nel suo calore africano. Le baciò di nuovo di nuovo la bocca, disperato, lui: – Perché non rispondi, Lumille? Perché? – l’ultima invocazione gridata, ora che stava per sopraggiungere l’orgasmo. Provò di nuovo a baciarla e questa volta il velluto nero si dischiuse e le due lingue s’intrecciarono, frenetiche nella foga. Mario inarcò la schiena e venne, ringhiando di piacere. Si baciarono ancora per un minuto, poi lui si rivestì, in silenzio controllava che il cuore smettesse di pulsare violento dallo stomaco fino in gola, e attese che lei si rivestisse, senza metterle fretta, stando a guardare.
Prima che lei scendesse dall’auto la trattenne per un braccio e le disse abbozzando un sorriso imbarazzato: – Ehm…io mi chiamo Mario.
Lei gli rispose un sorriso e scese dall’auto. Prima di chiudere la portiera, s’abbassò un momento e lo salutò: – Ciao, Mario.
Mario partì senza sgommare, la guardò tutto il tempo dallo specchietto retrovisore, turbato e, stranamente, felice.

6 commenti

  1. Meursault · · Rispondi

    Bel pezzo, Carlo. Complimenti.

  2. Grazie! Mi fa piacere tu apprezzi.

    cb

  3. “Sono quì e vi guardo farvi i pompini a vicenda” ma siete ancora sporchi di sangue e cervella.
    A me il pezzo è parso superficiale, in quanto non tiene conto, peccando di non curanza, del drammatico vissuto interiore di una ragazza adolescente, resa schiava sessuale dalle Mafie, con l’unica colpa di essere nata nel posto sbagliato.
    Per quanto potente possa essere l’amore è difficile possa colmare tutto questo male, a maggior ragione se diretto a senso unico.
    Ho apprezzato comunque il tentativo.

  4. Non intendo difendere il racconto che probabilmente è indifendibile. Tuttavia, senza alcuna polemica, e solo per capire, chiedo:
    1) Perché avrei ‘dovuto’ tenere conto del ‘drammatico vissuto interiore’ di Lumille?
    2) Perché il racconto è superficiale se ‘manca’ di una prospettiva?
    3) Cara Veltins, quale ‘tentativo’ hai apprezzato?

    cordialità

    cb

  5. veltins · · Rispondi

    Neppure io voglio fare polemiche, la mia è una opinione personale; sarà che appartengo al genere femminile e quando si parla di certi argomenti ad esempio la prostituzione vuoi o non vuoi l’angolazione è sempre da parte maschile.
    Ecco Lumille mi è apparsa priva di identità, forse avresti potuto sforzarti di immaginare anche un suo stato d’animo.
    Il tentativo che ho apprezzato è stato la descrizione di quel sottobosco umano che deve essere la vita in un qualsiasi interland metropolitano.
    Saluti

  6. Meursault · · Rispondi

    A mio avviso, l’amore che nasce è un amore captativo più che oblativo. Siamo sicuri che Lumille sia un oggetto più di quanto il ragazzo non sia schiavo del proprio piacere?

    Non credo, veltins, che il racconto abbia preteso di indagare le ragioni sociali o il disagio della prostituzione femminile, ma credo abbia voluto semplicemente tracciare una storia di solitudine e degrado interiore del ragazzo senza per questo peccare di misoginia letteraria. Lumille resta solo un nome, resta priva di identità perchè è un oggetto agli occhi del protagonista, nulla di più, sebbene si intraveda, in chiusura, la nascita di un sentimento più profondo.

    Allargando la prospettiva potremmo, sicuramente, riconoscere il sottofondo sociale entro cui agisce il protagonista. Ma più che la solita(e ormai retorica)tiritera sulla ragazza vittima della malavita, privata di una famiglia e di un futuro che qualche buon ragazzo vuole riscattare, il racconto proietta i personaggi(compresi gli amici) in quel nichilismo che è il vero cancro della società moderna, sopraffatta dalla ricerca ossessiva di un piacere immediato, ‘consumistico’ e spersonalizzato.

    Potremmo inquadrare il racconto nell’alveo dei romanzi di formazione dove la crescita interiore e sociale dell’adolescente passa attraverso esperienze sessuali travagliate, spesso irrisolte.

    Sarebbe interessante conoscere anche la ‘prospettiva’ femminile. Ma sarebbe un’altra storia.

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