Un Preludio e tre Fughe (Zemir)

[Domando scusa ai vostri occhi e al vostro senso estetico per l’assenza di illustrazioni, non che la materia non ne permetta, tutt’altro. È mio intento, come per il mio recente intervento “Alla stazione”, lasciare le vostre menti del tutto libere di viaggiare sfruttando come traccia quel che io ho scritto. Ovviamente un disegno o un quadro non avrebbero fatto altro che limitare la vostra capacità creativa, buona lettura]

di Ottavio Sellitti


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Preludio

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Lettore, io scrivo, e scrivendo in qualche modo sto fuggendo, ma colui che è davvero bravo a fuggire non sono io, mio nonno mi raccontava delle fughe del ragazzo Zemir; ah lettore, quelle sì erano fughe!

Scappava ovunque, attraverso tutto, oltre centomila stadi di terra o mare, fino ai limiti della Madre Terra ed anche oltre, era proprio bravo. Mio nonno spesso mi parlava delle “Zemìrfughe”; non posso più andare al mare, fare il bagno e magari crogiolarmi sotto i raggi non intralciati dalle nuvole benevole, senza pensare ai veloci passi di Zemir sulla spiaggia.

Non ricordo, credo anzi non mi sia stato detto da cosa fuggisse; non era e non è importante, ciò che era, è e sarà importante è che passo dopo passo, falcata dopo falcata aumentava la distanza fra lui e chi lo rincorreva, questa era la danza, lo spettacolo, non la tensione o la paura, la fuga arte di corpo e mente.

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Fughe

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*Prima*

Anche quest’altra duna fu superata, il fascio di muscoli flessuosi che era Zemir pareva scorrere sul bagnasciuga , i passi segnavano la rena in profondità, per il peso e la velocita che li imprimeva.Lìacqua sembrava interrompere il suo respiro quando veniva sfiorata dalla pelle dura delle piante dei piedi, il sottile confine segnato dalla spuma sulla sabbia era sottolineato da ogni orma, che si stampava chiara. A un passante che per caso si fosse trovato su quei lidi avrebbe potuto notare, se mosso dalla debita curiosità, che il fondo delle orme era diviso precisamente per la sua lunghezza, fra il bruno della sabbia ed il colore reso di poco più scuro dell’acqua salata trovatasi fra i granelli quando il passo aveva toccato la terra.

Zemir correva come i destrieri sacri a Poseidone, a volte si voltava, a destra o a sinista oltre la spalla, vedeva scorrere il paesaggio, quando si voltava nuovamente innanzi il paesaggio cambiava.

*Ottava*

Allora le sue corse continuavano, lungo le bianche lande innevate delle vette himalayane, la neve diveniva acqua al contatto e poi immediatamente ghiaccio per il rigore del clima. I radi arbusti che gli si paravano davanti erano superati con un balzo, talvolta gli ferivano la pelle delle gambe con le spine appuntite dal freddo. Accadeva in quei casi che il sangue si spargeva nell’aria, gelando e divenendo rossa neve dietro Zemir, che si voltava a guardare il disegno elaborato tracciato con neve eterna su neve che non si sarebbe ma i sciolta, là dove la terra è più vicina al cielo.

*Nona*

Gli stessi ghirigori nascevano verdi nel deserto abbagliante, i passi posati senza fatica entravano a fondo nella sabbia e scovavano i semi sopiti per ere. Ebbene, allora si interrompeva il loro lungo sonno, protetti dall’ombra che proiettava la lunghissima chioma di Zemir e fecondati dal sudore che l’arsura del sole cavava fuori dal corpo del fuggitivo. Nascevano così piante lussureggianti, memoria di foreste tropicali divorate dal calore, dai nomi dimenticati poiché tanto le menti che li avevano creati quanto le lingue che li avevano pronunciati si erano seccate in epoche remote in tombe antiche ove prima erano evaporate le lacrime, poi, tempo dopo, se ne erano disgregate le pietre.

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9 commenti

  1. Questa fuga di Emir mi intriga. Non riescoa a capire la parte di noi che vuole rappresentare. Sicuramente è scontato dire che fugge da se stesso. Mi piace di più vedere la parte di noi, la aprte dell’Uomo che vuole andare sempre più avanti e attraverso il suo cammino, dona sofferenza; le gocce di sangue gelate, ma anche la vita, facendo germogliare semi dimenticati.
    In quella descrizione così minuziosa delle orme sulla sabbia si possono forse vedere echi mntaliani, che ne dite.
    E vorrei sapere, anche questo è scritto di getto, senza pensarci, o hai meditato sulle varie figure?

  2. Pardon, Zemir e non Emir.

  3. Igor ho avuto un’altra visione, un uomo che fugge sulla sabbia, il resto è venuto fuori dalla penna mentre lo scrivevo, tuttavia questo non vuole dire che non sia stato meditato, solo che non è stato riflesso coscientemente, magari nel mio inconscio un ragazzo di nome Zemir che fugge ha già compiuto la sua fuga tempo fa, riuscendo solo ora io a sentire l’eco dei suoi passi.
    Dopo la spiaggia l’himalaya è venuto fuori sulla scia del mio interesse per la vicenda Tibetana, i disegni rossi hanno evocato altri disegni verdi, questo è il percorso che sento di aver compiuto, oltre non so, per ora.
    Le tue interpretazioni mi stuzzicano e mi lusinga l’attenzione prestata, Grazie.

  4. Mi piacciono queste fughe caro ottavio, e ne apprezzzo in particolare la semplicità. Quando ho letto il commento di igor ho pensato che, in effetti, si potrebbero dare tantissime interpretazioni di ciò che hai scritto, ma ero quasi completamente convinta di ciò che poi tu hai confermato: la penna è andata da sola. Spesso ci rendiamo conto di ciò che scriviamo solo alla fine, certamente è tutto già dentro di noi, è una inconscia premeditazione, ma solo quando rileggiamo facciamo le nostre piccole e grandi scoperte. Ciò che mi ha attirato è, come dicevo, l’utilizzo più secco della sintassi rispetto a quello che ne fai di solito che, insieme alla storia così lontana dal tempo, oppure così vicina, chissà, mi ricorda la letteratura orientale, in particolare le storie zen che amo tanto (certo, quelle sono ancora più scarne, ma, leggendo le storie del tuo Zemir, ho avuto questa impressione, giusta o meno che sia). Ti dicono tutto, ti dicono niente, sono premeditate, sono semplici riflessioni: dipende da noi e questo è bellissimo. Evviva tutto quello che non vuole dire niente, ma vuole solo stimolare, o meglio ancora, neppure quello.

  5. Più volte, negli ultimi giorni, soprattutto a proposito di Alla Stazione (https://linutile.wordpress.com/2008/03/28/alla-stazione/) i lettori si sono divertiti (poiché la lettura è innanzitutto piacere, e quindi divertimento) a dare interpretazioni dei simboli che ‘loro’ vedevano nel racconto. Anche qui sembra riproporsi lo stesso tipo di ermeneutica. Tempo fa, ad Otto e mezzo, Sandro Veronesi disse, en passant, che oggi la lettura simbolista di un testo è quasi del tutto messa da parte. Bè, da quello che leggo in queste pagine, non mi sembra affatto! Siete ancora, voi che siete intervenuti con tanta gentilezza e serietà, alla ricerca di simboli da far parlare?

    cb

  6. ….ehm…forse era….lettura simbolica…..non lo so più, vado a memoria, pardon.

    cb

  7. Pierluigi · · Rispondi

    Ecco un bel sito, pieno di idee. Un blog intelligente dove si parla nientepopodimeno che di letteratura!!!E lo si fa in maniera coinvolgente e non pedante. Mi piacciono i link, gli articoli inseriti, le poesie, le riflessioni. Interessante, poi, l’articolo su Grazia Deledda. Insomma davvero un bel blog. Complimenti. Ho penato solo a trovare il modo in cui interagire. Ma, sicuramente, è colpa mia. Viva linutile

  8. Pierluigi, grazie per i complimenti! Credimi: è davvero importante il tuo riscontro. Per interagire con noi è semplice: puoi usare i commenti, se vuoi ragionare e farci ragionare su quanto hai avuto modo di leggere, oppure puoi contattare singolarmente gli autori del sito che nella pagina Glinutili hanno lasciato le mail (per il momento sono pochette, aggiungeremo anche le altre) e discutere direttamente con loro e magari inviare materiale letture etc

    ancora grazie!

    cb

  9. belle,dovresti continuare il racconto con altre fughe, perchè penso che Zemir rappresenti tutte le persone che cercano di fuggire dalla realtà ,ovviamente con la fantasia,per appprodare magari alle isole Fortunate di Orazio.
    Le vie di fuga, i paesaggi sono infiniti perchè la fantasia è indomabile e forte del suo potere,quello di creare.
    BRAVO OTTO

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