Domina

di carlobrio

Che la domanda sia: poiché abbiamo vinto, abbiamo perso?

La memoria, l’ancoraggio delle stirpe ai percorsi delle migrazioni continentali, delle stupefazioni e delle prime meraviglie, si è fatta opaca, se non vogliamo ammettere d’averne perso la mappatura.

La memoria.

La memoria è stata qui dissepolta.

Gli elefanti hanno una memoria che ricorda la loro mole, vasta quanto il cuore dell’Africa che percorrono da millenni. Le migrazioni, essi, non le hanno dimenticate, le vie, pur non tracciate, pur spazzate via da secoli di vento e chilometri di terra rossa, non sono state perdute e le migrazioni, ad ogni stagione, giungono all’acqua. Non dimenticano le leggi. Non dimenticano.

Non sanno, ma ricordano. Sono monoliti di carne polverosa, pietra della savana che è viva. Ricordano.

Un addestratore di elefanti, in un circo praghese ad inizio secolo, maltrattò uno dei pachidermi che aveva il compito di accudire e preparare per gli spettacoli, usò la sferza con eccessiva violenza, in un scatto d’ira ingiustificato. L’elefante maltrattato non reagì, ciondolò la proboscide per sfiatare il dolore, e l’irritazione, e di sera estasiò il pubblico con le sue acrobazie. L’addestratore era soddisfatto, gli applausi che erano per le bestie credeva fossero per lui, abusava anche di questo, rideva come a contenersi, ma strabordava in superbia fin oltre i baffi arricciati, addestrava i suoi animali e non li conosceva. Gli elefanti hanno memoria. Non dimenticano. Cinque mesi dopo trovarono l’addestratore riverso nell’ampia gabbia utilizzata per le prove, il torace sfondato e la testa a qualche metro di distanza. In un angolo, gli occhietti sereni tra le pieghe della pelle, l’elefante giocoliere, l’applaudito.

In branchi, che sollevano torri di polvere, con i piccoli al centro della colonna, viaggiano per chilometri e per anni come una carovana più antica e meglio collaudata e, poiché non sovvertono la memoria, a guidare la colonna è un’elefantessa, la matriarca del branco.

A diverse latitudini un’altra specie, l’umana, si organizza secondo schemi diversi, collaudi che durano da sempre, è interessata al proprio passato, i millenni ricoprono ciò che è stato, esiste la necessità di specializzare alcuni gruppi in un’attività di recupero, l’archeologia, ma quanti usufruiscono dei frutti degli scavi, delle ricerche, dei disseppellimenti? Gli umani dimenticano.

Abbiamo dimenticato.

E siamo qui a ricordare. Abbiamo ricordato.

Siate attenti.

Se lo siete stati, qualcosa, in qualche modo, nella nebbia acustica che fa da sottofondo alle nostre vite, avrete intercettato, qualcosa si sarà dischiuso e avrete ricordato.

Dimentichiamo perché la nostra specie ha la possibilità di ricordare. Un’altra facoltà è la menzogna. La riscrittura della storia e l’invenzione della preistoria. I primi uomini, quelli che seduti intorno ad un fuoco, di notte, ancora potevano vedere le stelle moltiplicarsi ad ogni battito di ciglia, e meravigliarsene, e che si raccontavano storie nella prima balbuzie, possiamo solo immaginarli, e cercare di capire, perché il filo che ci unisce a loro è stato per lo più cancellato, lo abbiamo cancellato, e tentiamo di riannodarlo al nostro presente, oggi, il presente che non capiamo, che come sonnambuli viviamo. E così torniamo agli antichi uomini, alla prima vita in questa forma. Torniamo alla sorgente.

Cosa riesumiamo?

Statuette.

Brutte, tozze, abbozzate, disanatomiche, antiestetiche. Terra dipinta d’ocra.

Bacini da vacca, ventri incinti, seni enormi, mammelle multiple, proporzioni da pigmee: la donna deizzata, i primi ispirati, quelli che chiamiamo artisti, già le vedevano così: dee che contengono l’incontenibile: la Vita.

Impastare la terra giocando col fango, respirare poiché è necessario per vivere, questo facevano i primi artigiani: vedevano la donna, propria o altrui, vi si specchiavano, riconoscendosi, e modellavano ciò che dalla terra, al ritmo del respiro, fuoriusciva senza pensiero: la Dea, la Venere di Winendorf – vedere e riconoscere, questo facevano, i primitivi.

No, fermi, immobili!

Non cadete in facili similitudini: non vi è concesso scavalcare il tempo con la mente moderna – che il pensiero non vi corra all’oggi, alle fotografie in prima pagina, non andate alle copertine delle edicole, ai mesi dei calendari, alla televisione, alla roulette della rete: tale similitudine non è consentita, perché errata. Ciò che ora contemplate, o avete contemplato per strada venendo qui, sono vuoti: radiografate i cartelloni lungo le strade o un fermo immagine in televisione o uno scatto su un giornale e dietro vedrete il vuoto: è questo che contempliamo, e non ne siamo consapevoli.

Guardiamo e non sappiamo più cosa vediamo. Guardiamo e non vediamo altro.

Il nudo è banale.

La nostra eccitazione così banale che inventiamo perversioni su perversioni.

La libido è ai minimi termini.

Guardiamo.

Ci lasciamo guardare. Ci piace lasciarci guardare.

Ma non ci riconosciamo.

Ciò che domina oggi l’immaginario è pericoloso, stiamo rischiando, prime fra tutti noi donne. È già successo, la storia è lunga, sempre diversa, sempre ripetitiva.

La storia è sadica fantasia.

Ogni negazione possibile ci è stata imposta.

Anche l’impossibile.

Nel Medio Evo ci bruciavano per niente. Superstizione.

Non capiscono e agiscono. Idioti.

Conteniamo un mistero, siamo un Mistero.

Ci hanno cucito indosso la stregoneria: femmina, e già eri in odore di zolfo, con i capelli rossi e i brufoli, ed eri condannata. L’odore nell’aria eri tu.

Colpevoli di nascere: ecco tutto.

Bisogna recuperare i paradigmi antichissimi.

Poiché abbiamo vinto, dopo un secolo di lotte, rischiamo di abbassare la guardia: corriamo il rischio solito, che può divenire peccato, quello della dimenticanza.

Abbiamo vinto numerose battaglie, alcune impensabili anni addietro, e così abbiamo recuperato ogni dignità, a partire da quella del corpo, e abbiamo conquistato diritti a noi sempre negati, diritti d’umana specie. Abbiamo colmato ogni violazione con le nostre voci, per le piazze, nelle strade, sui monti con i partigiani. Conquistati diritti comunissimi, e se ci guardiamo indietro viene voglia di sputare su quanto è stato per come è stato, abbiamo conseguito risultati grandiosi in così poco tempo: siamo lì, nelle scuole, negli uffici, negli ospedali, in ogni campo abbiamo ritagliato quella parte che è nostra, siamo lì accanto a chi ci considerava inferiori per non si quale sfizio divino. L’errore sarebbe adagiarsi. Abbassare la guardia.

Abbiamo conquistato, è vero, ciò che ci spetta, ma non tutto ciò che ci spetta, o che per consuetudine spetta agli uomini, ora ci è accessibile: il potere se lo tengono stretto. Al vertice non siamo noi, e nemmeno qualche gradino più sotto. Se ci troviamo in posizioni importanti è solo per gentile concessione. Ma non ce ne avvediamo, o sono in poche a farlo. Ciò che è stato raggiunto a molte basta, ai più è sufficiente. E questo perché non vedono più e, dopo la fase di conquista, c’è stata quella della posa della polvere, strati su strati su di noi che guardiamo a ciò che abbiamo come un privilegio quand’è invece un diritto, una normalità. E normale sarebbe tornare a rivestire ruoli preminenti anche in ambiti che vanno al di là del binomio famiglia-lavoro. Guardiamo al passato, e non fermatevi solo alla politica: sarebbe un errore dare importanza a qualcosa che non esiste, ed esiste solo nel momento in cui ce ne siamo disinteressati. Guardate ai vangeli. Guardate ai culti pre-cristiani: Iside, Cibele, Maria: accanto al Dio c’è sempre stata la Dea, e le sacerdotesse.

Con Apollo parlava la Pizia…non il papa.

Esistevano gli uomini della medicina, nelle tribù nordamericane e in ogni altro popolo della terra. Esistevano queste guide cui l’intero popolo si affidava per guarire, viaggiando anomali in territori mistici alla fine dei quali i medicine men incontravano la dea cui si univano nella caverna, liberando la tribù, corpo e anima, dal male. Ora, sappiate, o voi che dimenticate, che questo è il ruolo più importante all’interno di un popolo, sappiate, o voi che oramai ignorate ogni profondità, che questo compito di guarigione era spesso affidato ad una sciamana, ovvero una poetessa, una danzatrice, una musicista, oppure accadeva che gli sciamani si vestissero da donna per facilitare l’incontro con la sorgente finale.

E chi è che, presso una tradizione più (fintamente) nota, portava l’anima all’incontro con Dio: una donna, ovviamente, ch’aveva intelletto d’amore.

Dunque, non pensiate che tutto è stato fatto adesso, guardate indietro e vedete.

Guardate la nostra progressiva cancellazione, il nostro implacabile ammutimento, e vedrete anche le inevitabili sacche di resistenza, che ci redimono, che ci conservano.

Siamo state violate in ogni modo, in ogni campo.

Eravamo bottino di guerra.

Eravamo merce di scambio.

Sempre le più deboli, sempre schiacciate.

Abbiamo pianto per il mondo, per chi non ne era capace, per chi aveva, ed ha, dimenticato cos’è spezzarsi e piangere, levare la voce e chiamare, inascoltate.

È una lista nera. Tutto per un Mistero.

In Cina siamo state costrette ad inventare una letteratura clandestina. Noi, che alla nascita siamo una sciagura, noi che non potevamo, inventammo un alfabeto diverso.

In Italia, nel ’43, il Paese, già in guerra da tre, tremò, le alleanze cambiarono, i carnefici rimasero carnefici, cominciò la lotta di liberazione: noi eravamo sul fronte, noi combattemmo e staffettammo a cavallo degli Appennini, liberammo le città e l’Italia, siamo in bianco e nero nelle foto accanto ai nostri compagni partigiani, maschi, che senza di noi Dio solo sa cosa sarebbe successo.

C’è uno studentello che dice, e ci fa sorridere, che le donne dovrebbero governare il mondo.

Sacche di resistenza persistono nell’immaginario comune di questa landa Italia, ma di ciò che ancora ci portiamo come passato non facciamo fatica ad ignorare ciò che è scomodo, ad ingigantire ciò che è utile: i Vangeli, l’Annunciazione, il dolore così squadernato: fatti e immagini che abbiamo svuotato di significanza.

Che dunque la domanda sia: poiché abbiamo vinto, abbiamo perso?

Di silicone e botulino, parolacce correnti, abbiamo infiltrato la realtà piagata, noi ne siamo protagoniste, per lo più svestite, per lo meno con un po’ di diritti….(ma se iniziamo a contare le violenze private in Italia…nel resto del mondo….).

È un discorso generale e come tale bucherellato di eccezioni, ma crediamo che la trama sia concreta.

Crediamo anche che sia anche grazie a queste occasioni che eccezioni si presentino come metastasi benevole e che la trama d’infamia qui raccontata si sfilacci definitivamente. Che resti un’epopea e un’uguaglianza d’essere.

Crediamo sia possibile un ultimo invito, un’ultima chiave da tentare. Qui e ora da tentare.

Invecchiamo, sfioriamo, diventiamo la geografia d’una vita marcita, solchi sereni rugano la fronte non rasserenandoci, gli specchi fuggiamo, gli specchi frequentiamo ad ogni risveglio e con opera di convincimento fingiamo di non vedere la decrepitezza, lo squallore della pelle che sfiorisce, le mani tremano, la memoria sbiadisce: Siamo bambole del tempo. Ma non è male. Male è considerarlo male, questo ciclo naturale.

Tagliamo le vie del tempo. Vi è un unico modo: Amare.

Amore.

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