Alla stazione

di Ottavio Sellitti

All’apertura delle porte della stazione, fra i marmi bianchi non avanzarono i passi frettolosi dei viaggiatori, ma degli stivali affaticati. Erano uomini grossi, con grembiuli color turchino sporchi di sangue, guantoni spessi e mascherine bianche. Sudavano copiosamente lasciando gocce di umore umano e sangue sul pavimento immacolato. Sudavano tanto non per il clima, che era per il periodo innaturalmente freddo, erano decisamente sotto sforzo. Trascinavano, a gruppi di sei, delle carcasse scuoiate di cavalli. I viaggiatori si spostavano con ribrezzo alla vista di quella macabra operazione, interrogando alcuni con sguardi attoniti gli Addetti al Controllo Umano che presiedevano la stazione; questi lasciavano fare, anzi alcuni subito presero ad aiutare gli stanchi omoni, lerciando inevitabilmente anche le divise del color del marmo.

Le carcasse vennero disposte al centro dell’atrio, a spirale, chi si sgravava del proprio peso, immediatamente, asciugando il sudore con degli stracci cavati fuori dalla tasca del grembiule, tornava fuori per la strada, portando poi un altro carico. La spirale di corpi si allargava di minuto in minuto, continuava la catena di operai indaffarati e i viaggiatori venivano spinti sempre più contro le pareti dell’edificio, evitando la puzza di putrefazione che veniva da quell’ammasso morto.

Gli occhi di tutti erano puntati sull’indefesso lavorìo, il brusio stupito che era nato con l’ingresso dei primi uomini andava via via scemando, quando ormai il numero di cavalli aveva superato le due dozzine si udiva solo il ronzio delle mosche, si era tutti attenti ad attendere la fine di quella stranezza.

L’attesa fu spezzata dall’annuncio dell’arrivo del diretto, chi non era intralciato dall’inconsueto cumulo si diresse ai binari, sollevato in cuor suo di lasciare il teatro di quello spettacolo. Una certa inquietudine prese chi ai binari non poteva più arrivare, chi era rimasto bloccato sulla porta nei bagni, chi era dietro lo sportello della biglietteria contro cui erano state posate una decina di bestie, lasciando scendere rivoli di sangue denso sul vetro splendente, alcuni tentarono l’uscita ma le scale erano occupate ogni momento dal viavai sbuffante che continuava a trasportare equini morti. All’arrivo del treno i fortunati saltarono sulle carrozze sotto gli sguardi di terrore degli altri, ormai raggiunti negli angoli, nelle nicchie e fra i pilastri dalle membra marcescenti, che ora iniziavano ad essere disposte su più strati dai sempre più stanchi uomini in turchino che incuranti pestavano quel che era già stato deposto.

Alcuni fra loro, stremati, si stendevano, lasciandosi poi ricoprire dalla carne.

12 commenti

  1. Catena di montaggio di uomini che producono uomini, tutti uguali. Uomini alienati che guardano la loro stessa alienazione con sguardo spaventato, atterrito, non volendo riconoscersi in quello che hanno creato, ma uomini allo stesso tempo incapaci di reagire, di ribellarsi alla macellazione e alla distruzione della propria anima, dovuta ad un lavoro non soddisfacente, ad una famiglia vuota di valori, ad un Dio che non ascolta fiumi di domande consumiste. Uomini castigati ad essere schiacciati l’ uno contro l’ altro, partecipi di una vita tutta identica, colpevoli di un degrado diffuso provocato dalla loro indifferenza nei confronti della propria anima. La loro anima. Un’ anima che chiede di essere ascoltata, liberata, ma che viene costantemente uccisa, ormai banalmente, da lavori alienanti, da parole inutili, da persone inconsistenti. Un’ anima, che a furia di nuotare nella indifferenza e inconsistenza, diventa tale, e il suo omicidio non è un’ atto stoico di ribellione ma di impossibilità di azione, in un mondo dove BISOGNA prendere il treno, ma non si sa nemmeno per dove.

  2. Thank you for playing!
    Apprezzo molto questo commento in quanto mi permette di mettere in luce ciò che mi spinge a scrivere e ancor di più a pubblicare: suscitare reazioni nel pubblico, sapere che ciò che ho scritto, cara Pirciulina, ti ha portato a PENSARE e poi ad esprimere ciò che hai scritto mi fa davvero molto piacere.
    Questo vale anche come invito a tutti gli altri (venticinque ;) ) lettori a lasciarsi andare: se quel che è stato da noi scritto vi ha mosso qualcosa non abbiate timori a postarlo, sarà di certo apprezzato.
    Le cose inutili qui partorite hanno proprio questo fine, essere inizi, imput, scintille, per riflessioni che non hanno niente di utile, trasecolano dal mondo del cibo, dei soldi, del lavoro, del sesso e pertanto non verrebbero mai riflesse altrimenti.

    Grazie
    8avio

  3. Omunculus · · Rispondi

    un quadro surrealista d’impatto violento. credo che pirciulina abbia centrato il messaggio. una nota sulla conclusione molto d’effetto “si stendevano, lasciandosi poi ricoprire dalla carne”…esprime in pieno il senso di abbandono che regna sovrano.

  4. Eppure l’assurdo e la rassegnazione ancora non la spuntano. Nella stazione che dipingi c’è ancora lo spazio per un “brusio stupito”. Tu continueresti a stupirti davanti ad uno spettacolo simile.

  5. io sarei la mosca

  6. non mi convince, lo scenario troppo crudo adombra completamente le emozioni dei viaggiatori che penso siano la cosa più importante.La meraviglia e il brusio poi mi sembrano parole troppo fiabesche per un racconto la cui simbologia dovrebbe rappresentare una situazione reale.

  7. Omunculus · · Rispondi

    non sono sicuro di aver colto bene tutti i simboli però quelli più salienti secondo me sono.

    La stazione:luogo di passaggio per eccellenza

    i camici azzurri: lavoratori alienati

    cavalli morti: i cavalli sono animali selvatici, liberi, io li accosterei ai sentimenti umani, morti perchè repressi

    spirale:è un cerchio che si allarga progressivamente, (è buffo ma un pò di tempo fa avevo pensato che questo è il simbolo migliore per rappresentare la crescita spirituale di un individuo)

    la situazione è tutt’altro che reale, sembra un quadro espressionista se non addirittura surrealista.

  8. Quando ho tracciato sul mio taccuino le parole che avete letto l’ho fatto di getto senza alcuna riflessione; solo alcuni giorni dopo la mia testa vi è tornata e ho letto in quel che ho scritto alcune cose, ovviamente distanti dal fatto narrato.
    Sono soddisfatto dall’essere riuscito a dare a voi uno spunto e magari in seguito posterò quello che a me è parso quel che ho scritto.
    Buon Proseguimento.

  9. Quando ho avuto la fortuna di leggere questo racconto, sarà stato per la lettura infernale di quei giorni, ho pensato: nazisti, ebrei, babi yar.
    Ognuno, qui, ha avuto la propria visione, perfino l’autore. Voglio essere antipatico e porre un problema: questa capacità polinterpretativa non può derivare dall’incapacità di chi scrive di essere preciso, di saper usare i moduli giusti per ciò che vuole dire? Non è che si corre il rischio di confondere un difetto con una virtù?

    cb

  10. Cb metti in luce un difetto non da poco, non riuscire ad esprimersi è una grave pecca per un uomo, figurarsi poi per uno scrittore che a questo vota, se non tutta la vita, una parte di essa.
    Tuttavia è da dire che in questo mio non è presente nessun intento comunicativo eccettuato un certo disagio, lato che è stato colto da molti lettori.
    Ribadisco che non ho riflettuto sul messaggio da inviare nel momento della scrittura, ho semplicemente disegnato una visione.
    Le molte interpretazioni derivate da questa visione sono per me motivo di gioia, qesto era il mio intento, facendo perno su un quadro non meglio definito, esortare lo spettatore a spectare un pò se stesso, sfidarlo a trarne fuori qualcosa.
    Con immutata simpatia
    Grazie

  11. Alla stazione…incontri, addii…speranze, paure si rincorrono, si affrettano, saltano su treni proiettati verso ignoti futuri. Man mano che le immagini staccandosi dal testo prendevano foma davanti ai miei occhi, immaginavo questo luogo traboccante di Vita trasformarsi in un cumulo di resti, di avanzi, buoni solo per i vermi e il mio pensiero è volato improvvisamente sulla mia città, Napoli: un cuore pulsante, palpitante, ViVo, che rischia di spegnersi.
    Allora mi domando: “Di chi è la colpa? Chi ha ucciso quegli animali?..Dei bracconieri? o dovrei dire dei cammorristi e dei politici ‘inutili’?” Sì, la colpa forse è di una società alienata…ma non vi sembra che oggi si utilizzi un pò troppo questa parola.. a volte anche impropriamente…alienati erano solo quegli uomini con il camice color turchino strumentalizzati da un ente o meglio da un’entità superiore che mi ha ricordato molto il “Big brother” di George Orwell. E tutti gli altri? Cosa facevano gli altri? Loro non potevano essere alienati! Si fermavano, erano terrorizzati, provavano emozioni, eppure?..Eppure niente!.. Perchè per combattere bisogna essere forti fisicamente e mentalmente e sapere contro chi combattere..Quei cittadini..scusate!Volevo dire quei viaggiatori!..invece erano troppo “stanchi” per farlo…e quando si è stanchi è più semplice salire su un treno..o lasciarsi coprire dalla carne che inizare una battaglia.

  12. Anonimo · · Rispondi

    titi ti amo

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