Quando suonava

di Nella Califano

Adoravo sentirlo suonare…quando ne aveva voglia sedeva al piano e cominciava a riscaldarsi le mani, poi, con due occhi neri incastonati sotto le sopracciglia che si inarcavano in un tenero sguardo, interrogava i miei desideri. Bastava questo perché mi sedessi accanto a lui che, dopo avermi sorriso, intonava il mio pezzo preferito, un autore russo poco conosciuto; non che la sua musica fosse particolarmente entusiasmante, ma amavo il modo in cui lui la suonava, il modo in cui prestava le sue dita sottili a quella melodia, il modo in cui accarezzava, dolce ma deciso, il lungo sorriso del piano. Le sue dita affusolate e tremanti per la tensione contrastavano deliziosamente con il suono chiaro e forte che ne scaturiva…il mio sguardo si posava ora su quelle mani incantate, ora sui suoi occhi seri, fissi sui tasti bianchi e neri che si muovevano sotto il suo tocco veloce. L’autore di questo pezzo si era ispirato, per scriverne la musica, a un quadro che un suo amico aveva esposto ad una mostra: “temporale estivo”. Il momento che preferivo era il preludio: cominciava con dei suoni impercettibili, quasi a voler imitare il ticchettio di leggere gocce di pioggia sulla terra arida e prendeva vita attraverso preziose variazioni che culminavano nell’onomatopeico suono di una tempesta… era allora che lui spalancava i suoi occhi più che poteva, immobilizzando lo sguardo in un’espressione concentrata, a tratti compiaciuta, a tratti severa, movendo le dita con una rapidità che stentavo a riconoscere possibile. Terminato il pezzo lasciava ancora un po’ le dita sul piano quasi a voler assorbire fino all’ultima vibrazione, poi si voltava verso di me che con gli occhi ancora lucidi per l’emozione gli sussurravo con un filo di voce quanto fosse stato virtuoso…ma lui, a quel punto, diceva sempre che sarebbe stato davvero un virtuoso solamente qualora avesse imparato a trasmettere emozioni con la sua musica; ed io, ogni volta, io che da quando aveva posato le dita sul piano non avevo smesso per un solo momento di rabbrividire ad ogni gruppo di note, rannicchiandomi sempre di più nella poltrona e cingendomi con forza le ginocchia con le braccia, quasi a voler racchiudere in quel gesto la poesia di quel momento, andavo a sciogliere il nodo che avevo in gola fuori il terrazzo, gelosa dell’attenzione che prestava alla sua musica, gelosa di come a volte scrutasse più il suo piano che i miei occhi…

3 commenti

  1. come Lucy e Schoereder che era innamorato di beethoven?
    Però lui aveva ragione. Essere virtuosi è alla portata di tutti. Trasmettere emozioni è un segreto

  2. Omunculus · · Rispondi

    Davvero molto delicato, mi piace sia la prosa, che l’argomento e anche il modo in cui l’hai descritto.
    Hai usato le parole in modo originale come quando parli del piano che “sorride” o degli “occhi neri incastonati sotto le sopracciglia”.
    La parte più bella è quel velo di gelosia nei confronti del pianoforte.
    il pianista a cui l’hai dedicata dev’essere orgoglioso…

  3. vi ringrazio per i commenti: panirlipe per il riferimento romantico molto interessante e omunculus per l’apprezzamento. Mi fa molto piacere,omunculus, che il racconto ti sia piaciuto e che tu abbia trovato originali alcuni punti: evitare la banalità è una mia fissazione (penso un pò di tutti), ci provo, ma non sempre ci riesco…. Per toglierti una eventuale curiosità: il pianista mi ha detto di essere orgoglioso:)…a presto e grazie ancora

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