Racconto

di Nella Califano

Ero accaldato e goccioline di sudore mi rigavano la faccia, sembrava scendessero direttamente dal mio cappello di feltro nero. Me lo regalò mio padre, un grande uomo mio padre, fece di tutto per inculcarmi qualche buon principio, e in parte vi riuscì, non posso negarlo. Io in fondo sono un uomo onesto, buono, altruista, un buon cittadino insomma! Mai una rogna con la divisa, mai una multa … forse una, ma si, una soltanto e non fu neppure mia la colpa: maledetti cartelli sbiaditi! Certo, ci vuole una pessima vista per confondere una zona rimozione con un’ area di sosta, ma dopo dieci ore in quella maledetta fabbrica, la testa mi scoppia, continuo a sentire i rumori assordanti di quelle macchine indiavolate, come se mi seguissero; spesso mi volto, ma non c’è nessuno, o meglio, io le vedo, ma so che è solo la mia immaginazione. Continuavo a sudare, ma non faceva caldo, anzi, avevo le mani gelate e le tenevo in tasca per riscaldarle, ma soprattutto perché non sapevo dove altro metterle. Ho sempre avuto un grosso problema con le mie mani, quando passeggio spesso mi concentro unicamente su di loro privandomi di quel poco di mondo che mi è concesso vedere in quella mezz’ora di pausa dal lavoro: dietro la schiena, no, troppo disinvolto, come un vecchiaccio che non ha più niente da perdere, sui fianchi, macché, sembro un demente, allora dietro al collo, si, come uno che si stiracchia, ma neppure funziona, così finisco per metterle sempre in tasca, ma ormai la pausa è bella e andata, allora accendo una sigaretta, faccio un tiro lunghissimo e, mentre butto fuori il catrame andato in fumo, spengo la cicca con due dita inumidite dalla saliva e ne conservo quello che rimane. Sembrava che il mio cappello mi piangesse sulla faccia, le gocce erano fredde ed io ero troppo pallido. Mi tornavano alla mente episodi ormai lontani, indeciso se si trattasse di sogni ricorrenti o racconti di conoscenti, no, erano successi proprio a me. Ero onesto io, ero buono, anche se mi tremavano le mani e sudavo ed ero bianco come un cencio: mio padre aveva fatto un buon lavoro, grazie papà! Una volta avevo salvato un tipo che stava per annegare; attraversavo la spiaggia soltanto per arrivare a casa da un’altra direzione, dovevo pur combattere la monotonia delle mie giornate casa- central street- lavoro- central street- casa … quel giorno volli sostituire central street con la sterminata spiaggia di Long Beach, ma non mi azzardai più a farlo. Era una sera, presso a poco gli ultimi giorni di giugno, l’aria era fresca e c’era solo qualche surfista che montava la tavoletta sul portapacchi dell’auto o che si allontanava tenendola sotto il braccio. Il sole era immerso per metà nell’acqua, fiacco, come un ferro rovente che immerso per metà nell’olio sfrigola fino a perdere il suo colore acceso. Io odio il mare, ma odio ancora di più le persone che strillano, per cui quando quel tipo cominciò a chiedere aiuto mi precipitai in acqua, se non altro perché smettesse di urlare. Quando, scambiate due chiacchiere, seppi che si trattava di un pompiere cominciai a ridere in modo talmente impertinente che dovetti invitarlo a prendere un caffè per scusarmi, ma intanto pensavo che forse avrei fatto meglio a lasciarlo lì: sarebbe stato un gran ridere per tutta la città leggere sui giornali “POMPIERE ANNEGA”, ed io amo le persone che ridono. E quella volta che una vecchia rimbambita con un paio d’occhiali spessi due dita stava per andarsi ad infilare sotto un bus a due piani?! Si, quella fu decisamente la peggiore. Aveva deciso di passare col rosso e tranquilla trascinava con sé una specie di borsa della spesa con le rotelle, tutta stupidamente sorridente si avviava sotto le grandi ruote del bus, lei piccola e ricurva. Fu un attimo: la tirai per un braccio verso un marciapiede e la vecchiaccia cominciò ad urlare perché mi credeva un delinquente, per fortuna c’erano due testimoni (forse anche allora sarebbe stato meglio lasciar perdere, tanto si sarebbe ficcata sotto le ruote di qualche altro mezzo di trasporto al prossimo semaforo). E comunque ero contento, nella mia vita avevo fatto due ottimi salvataggi. Pensando a queste cose cominciai a rilassarmi e mi accesi una di quelle cicche che lasciavo a metà nel cappotto, ma un leggero vento mi costrinse a fermarmi un momento per coprire con una mano il fiammifero, col quale giocherellai un po’ prima di buttarlo via. Quando gli ultimi fili di fumo svanirono ero di nuovo nervoso, rimisi le mani in tasca e mi diressi più spedito verso casa, ormai era quasi mezzanotte ed io avevo bisogno di dormire. Arrivato al numero 120 di … aprii la porta del mio squallido monolocale e pensai, come facevo ogni sera, che presto avrei trovato una donna con cui condividerlo, una di quelle che mettono tendine alle finestre e fiori colorati sui tavoli. Mi spogliai lentamente lasciando cadere tutti i miei vestiti sul pavimento, meno che il cappello, quello me lo lasciai sulla testa. Andai in bagno e fumando attesi che l’acqua riempisse la vasca, mi immersi tranquillo perché sapevo che nessuno mi avrebbe telefonato, che Ted non mi avrebbe telefonato. Piansi, ridicolo con quel cappello sulla testa, nudo, in una vasca da bagno. Io ero un uomo onesto, buono, avevo salvato la vita a due persone che neppure conoscevo. Tranquillo, mi dicevo, nessuno penserà a te, il corpo neanche lo troveranno, l’ha inghiottito il mare. E poi tutti sanno che odi il mare, anche Ted, l’unica persona al mondo che voleva aiutarti a capire qualcosa della vita. Ma tu odi essere aiutato, e Ted lo sapeva, sapeva tutto. Io sono un uomo onesto, un uomo buono, anche se mi sono tolto il cappello di mio padre quando ho spinto Ted in mare.

20 commenti

  1. complimenti nella!
    m’è piaciuto molto qsto racconto!
    m’è rimasta la curiosità..xkè Ted? Cosa rappresenta x il protagonista??
    1bacione
    sara:)

  2. ciao sara, grazie per i complimenti, mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato il mio racconto. Per quanto riguarda la tua domanda ti rispondo subito: il protagonista è in effetti un uomo estremamente introverso e che di questo soffre molto, un uomo che non sa vivere e quando ci prova ha sempre forti delusioni che lo portano quasi a pentirsi del tentativo. Le persone introverse, a mio avviso, possono sembrare molto forti perchè si creano una corazza apparentemente indistruttibile, che in realtà è fatta di carta velina.Ted l’aveva capito, aveva imparato a conoscerlo e voleva aiutarlo a venirne fuori: gli telefonava per farlo aprire, per dimostrargli che quella corazza non era una difesa, ma una prigione. Il protagonista ancora una volta non ha saputo gestire la sua vita ed ha reagito a quel tentativo di soccorso agendo proprio come i bambini quando, ancora privi di esperienza, dimostrano il loro grande affetto verso un animaletto domestico stringendolo forte fino a soffocarlo, poi lo guardano privo di vita e dicono : “perchè non giochi più?”.Poi capiscono e piangono.

  3. Alla luce di ciò tutto è più chiaro, Nella, anche se non sempre la luce della chiarezza giova ad una storia.
    Personalmente ho apprezzato molto ciò che hai scritto, ma non posso non dire di averlo preferito al lume di candela, schiarirsi poco a poco, a tratti, senza mai illuminarsi del tutto.
    Ora hai acceso un riflettore da stadio sul tuo povero personaggio, cosa ne sarà, timido com’è in tanto chiarore accecante?

  4. Filippo Ansieri · · Rispondi

    Concordo con quanto detto da 8avio ma voglio fare i miei complimenti all’autrice per la sapienza con la quale ha distribiuto il materiale narrativo, per il ritmo che ha impresso alla storia e per il fulminante finale. Sorprendente.
    Mi è piaciuto il modo di trattare il concetto di bontà: il protagonista non esita a considerarsi “buono” anche dopo l’omicidio e questo serve a indicare quanta sterilità e superficialità si nasconde dietro le categorie morali, utili schermaglie difronte a sè stessi, prima che difronte alla società.
    Farei un altro appunto all’uso simbolico di certi oggetti e parti del corpo come il cappello del padre, la sigaretta e le mani: l’insistenza con la quale si torna a questi apre nuovi orizzonti interpretativi di notevole ampiezza.

    F.A.

  5. Il vedo non vedo è decisamente più intrigante, è vero, non posso darvi torto, anche se non credo di aver acceso un riflettore da stadio,certo, ho dato più o meno la chiave della storia, ma ci sarebbe tanto altro da dire. Vi chiedo: non pensate sia giusto chiarire i dubbi di chi legge? Rimanere sul vago non è lo stesso che non rispondere?(sia chiaro, non sono domande provocatorie, anzi, mi piacerebbe sapere come la pensate ed eventualmente far tesoro di qualche riflessione).Vi ringrazio per le vostre osservazioni, che prenderò come un consiglio, e ugualmente vi ringrazio per aver apprezzato il mio racconto.A risentirci.
    P.S. mi è piaciuto molto il tuo commento Filippo, hai colto nel segno alcuni elementi che mi premeva evidenziare e che temevo non si sarebbero intuiti.

  6. GRazie nella x aver kiarito i miei dubbi!:D
    Sono 1xsona estremamente curiosa..e ne vado fiera!Voglio capire qllo k leggo, l’alone d mistero nn fa x me..la prox volta ti kiederò spiegazioni in privato… :P
    ciao cara
    1bacione

  7. Filippo Ansieri dice: >Farei un altro appunto all’uso simbolico di certi oggetti e parti del corpo come il cappello del padre, la sigaretta e le mani

    poi dice: >l’insistenza con la quale si torna a questi apre nuovi orizzonti interpretativi di notevole ampiezza.

    cioè: non fa l’appunto prospettato.

    cb

  8. Filippo Ansieri · · Rispondi

    caro cb,
    il simbolo è tale inquanto lascia a colui che legge libertà interpretativa.
    quello che mi premeva comunicare è che a me appaiono simboli e non unicamente oggetti; quello che mi auguro è che questi simboli offrano anche a voi la possibilità di divertirvi e spaziare nella superficie letteraria.
    La novella, come la sua critica, non deve sempre essere sviscerata, appiattita, resa palese ad ognuno ma è giusto talvolta annebbiare, sfumare per far divertire menti vitali e appassionate.

    Se volete tornare alla “funzione ludica” della letteratura troverete terreno fertile.

    f.a.

  9. Brava.
    Un racconto malinconico, vago ed accurato quanto basta.
    Ci sono qua e là vari problemi di puntaggiatura, ma tutto sommato è proprio un bel racconto.
    Un abbraccio, G.

  10. Giuseppe · · Rispondi

    “Filippo Ansieri dice: >Farei un altro appunto all’uso simbolico di certi oggetti e parti del corpo come il cappello del padre, la sigaretta e le mani

    poi dice: >l’insistenza con la quale si torna a questi apre nuovi orizzonti interpretativi di notevole ampiezza.

    cioè: non fa l’appunto prospettato.

    cb”

    Dal vocabolario: Appunto anche osservazione, chiosa, commento.

  11. Filippo Ansieri · · Rispondi

    dal devoto-oli (ed.2007-08):
    “appunto:notazione generica”

  12. > Dal vocabolario: Appunto anche osservazione, chiosa, commento.

    e allora?

  13. Filippo Ansieri ha scritto: > l’insistenza con la quale si torna a questi apre nuovi orizzonti interpretativi di notevole ampiezza.

    Quali sono i nuovi orizzonti di notevole ampiezza? Cioè: io, in quanto lettore, sono curioso: dici che c’è una portata, ma il piatto non arriva, nemmanco il profumo (o l’olezzo). Insomma, se fai un commento critico è giusto sviscerare snebbiare approfondire…..la ‘funzione ludica’ non implica la mancanza di chiarezza espositiva, la ‘funziona ludica’ non sta solo nel rebus. Te li ricordi i bambini?

    cb

  14. Filippo Ansieri · · Rispondi

    Cari Partecipanti,
    io vi vorrei semplicemente suggerire di ri-leggere il testo divertendovi ad assegnare ad ogni elemento che ricorre con una certa frequenza un significato.
    Questo era il suggerimento.
    Ora: se vi state arenando sulla parola “appunto”(che tocca varie aree semantiche) vi posso dire che sono stato alquanto impreciso nella selezione del sostantivo; se invece volete sapere quali significati io do a quei simboli ve li mostrerò senza problemi anche se ritengo sia più divertente cercarli da soli…

    A Presto
    f.a.

  15. Caro F.A.
    è dal primo intervento che ti invito a chiarire: ”quali significati io do a quei simboli”.
    Per il resto: non è appuntarsi alla parola ‘appunto’, ma, appunto, aspettarsi che dopo l’annuncio ci sia lo show.
    Grazie,

    cb

  16. Filippo Ansieri · · Rispondi

    CAPITOLO I

    Bene, mi sembra che arriviati a questo punto non resti che aprire il testo e indicare volta per volta il significato e il significante.
    Cominciamo con il primo elemento: Il Cappello del padre.
    “Ero accaldato e goccioline di sudore mi rigavano la faccia, sembrava scendessero direttamente dal mio cappello di feltro nero” questa è il primo periodo della novella che subito ci mette difronte a questo oggetto enigmatico, regalato dal padre, a cui il protagonista subito dedica una riflessione. Il padre è “un grande uomo […] [che] fece di tutto per inculcarmi qualche buon principio” quindi ha una funzione educativa, rappresenta un Ordine Costituito, una Legge a cui malgrado il protagonista non si atterrà.
    “Sembrava che il mio cappello mi piangesse sulla faccia, le gocce erano fredde ed io ero troppo pallido” il pallore del protagonista indica lo sgomento, l’inquietudine che egli prova portando il cappello di suo padre che riversa delle gocce fredde. Evoca l’immagine di Raskolnikov al commissariato quando viene chiamato per i suoi problemi con il pagamento della pigione e viene a conoscenza delle ricerche sull’assassino della vecchia usuraia.
    “Mi spogliai lentamente lasciando cadere tutti i miei vestiti sul pavimento, meno che il cappello, quello me lo lasciai sulla testa” la legge non abbandona il protagonista neanche quand’egli è nudo, svincolato da ogni costrizione esterna: in casa sua, dove è solo, nella sua tana dove si senta al riparo il “senso di colpa” lo perseguita, la sensazione si aver peccato di “ubris” non lo abbandonerà.

  17. piatto succulento. grazie!

  18. Filippo Ansieri · · Rispondi

    CAPITOLO II

    Sviscerato a sufficienza il primo elemento passiamo al secondo-Le Mani.
    “Ho sempre avuto un grosso problema con le mie mani, quando passeggio spesso mi concentro unicamente su di loro privandomi di quel poco di mondo che mi è concesso vedere in quella mezz’ora di pausa dal lavoro” il protagonista ha questo problema perchè le mani per lui rappresentano il contatto con il mondo. Lui è un inetto, un disadattato è un personaggio che nello stabilire un contatto con la realtà oggettiva ha dei grandi problemi ma non si interroga su questi, rimane ad un primo piano di lettura, al primo di questi vincoli (gli altri saranno meno materiali), e si concentra sulle sue mani.
    Il modo di “posizionare” questo problema sfocia in determinati atteggiamenti:”dietro la schiena, no, troppo disinvolto, come un vecchiaccio che non ha più niente da perdere, sui fianchi, macché, sembro un demente, allora dietro al collo, si, come uno che si stiracchia, ma neppure funziona, così finisco per metterle sempre in tasca” il protagonista alla fine rinuncia ad assumere una posizione che di volta in volta appare più negativa, preferisce nascondere a sè stesso questo contatto e le infila in tasca dove solo lui può sentirle; spera di cancellarle, dimenticarle, chiudersi nella propria inettitudine.
    “Ero onesto io, ero buono, anche se mi tremavano le mani e sudavo ed ero bianco come un cencio” questa sua Bontà lo porta ad avere un rapporto instabile con il mondo simboleggiato dal tremore delle mani. Subito dopo aggiungerà “mio padre aveva fatto un buon lavoro, grazie papà!” ecco che ritorna l’immagine della legge.

  19. Filippo Ansieri · · Rispondi

    CAPITOLO III

    Passiamo al terzo elemento, dopo di chè mi fermo altrimenti mi converrebbe scrivere un saggio,- La Sigaretta.
    Il Fumo è un vizio. Il vizio è quello he offre ad un personaggio come il nostro una via di fuga, una scappatoia:”ormai la pausa è bella e andata, allora accendo una sigaretta, faccio un tiro lunghissimo e, mentre butto fuori il catrame andato in fumo, spengo la cicca con due dita inumidite dalla saliva e ne conservo quello che rimane” il narratore sa che la sua pausa è finita ma accende lo stesso la sua sigaretta, si immerge in un tiro “lunghissimo” ma poi, come richiamato da una legge interna, la spegne. Attenzione la “spegne” ma non la getta, la conserverà nel capotto. Quest’azione pone l’attenzione su un duplice aspetto: la sua mancanza di decisione e il bisogno di un porto sicuro, appunto il suo Vizio. La sigaretta ricompare subito dopo quando il protagonista pensando alle buone azioni compiute si tranquillizza ritorna alla sua quiete:”ero contento, nella mia vita avevo fatto due ottimi salvataggi. Pensando a queste cose cominciai a rilassarmi e mi accesi una di quelle cicche che lasciavo a metà nel cappotto”.
    “Andai in bagno e fumando attesi che l’acqua riempisse la vasca, mi immersi tranquillo perché sapevo che nessuno mi avrebbe telefonato, che Ted non mi avrebbe telefonato. Piansi, ridicolo con quel cappello sulla testa, nudo, in una vasca da bagno” sottolineo ancora lo stesso concetto. Il protagonista nudo si dirige verso la vasca da bagno luogo privileggiato della riflessione ma ha sempre in mano la sua sigaretta.
    La sigaretta si oppone al cappello del padre guarda caso gli unici due oggetti che rimangono anche quando il protagonista è nudo.

    Con questo concludo. Spero di essere stato abbastanza chiaro e di non avervi tolto il gusto di questa lettura.

    Vorrei farvi notare un’ultima cosa che prima ho dimenticato.
    Questa non ha bisogno di commento:
    “Io sono un uomo onesto, un uomo buono, anche se mi sono tolto il cappello di mio padre quando ho spinto Ted in mare.”

    f.a.

  20. I miei complimenti ancora una volta a Nella per la materia e anche a Filippo, scrutatore preciso e sottile, davvero bravo!

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