Una lettera dispersa e ritrovata

[Al momento, questa lettera è l’unico frammento recuperato di un carteggio più vasto che ha coinvolto un gruppo di studiosi di fine Novecento. Ci sono interessanti notazioni su arte e letteratura, mondo e spirito. Nella speranza che altre parti del carteggio vengano presto ritrovate, pubblichiamo la sola superstite, scritta da qualcuno che si firmava  Angelus Silesius. cb]

Caro M. P.
ricevere la tua risposta mi ha stupito molto: ero convinto di non ricevere altro di tuo, probabilmente per questo ho infine deciso di spedire la risposta alla prima fortunosa lettera, ma, allo stupore, si è presto affiancato il piacere di questa possibilità comunicativa, così mi ritrovo seduto a scrivere ad uno sconosciuto un po’ meno sconosciuto, del cui pensiero sono venuto a parte come chi afferra, seduto al tavolo di un bar, i frammenti di un discorso straniero e, senza troppo volere, si ritrova coinvolto da un’altra comitiva, in discorsi prodotti da altri presupposti, ma a cui partecipa senza essere fissato con troppa diffidenza. Non ti sento diffidente e, questo, mi rende diffidente. Quanto deve essere grande il tuo soffocamento, per aggrapparti così disinibitamente al primo miraggio di soccorso.

Quanto grande il tuo disagio?
Quanto subdola la tua claustrofobia?
Anch’io mi dedico molto allo studio, anche a me, in passato, è capitato di maledire il giorno in cui fui affascinato dal primo libro, e solo a tratti, e in minima intensità, ho provato invidia per subumani antropoidi: non per gli idioti, ma per le masse che affollano le piazze e le strade: gli inseriti, o la maggior parte di essi. Tuttavia, la mia parvenza di vita non è simile alla tua.
Qual è il tuo rapporto con la cultura mi incuriosisce: più che un rifugium, sembra per te una fossa dove condurre una vita di vampiresca senza nemmeno il piacere del sangue – non posso allora che gioire d’averti regalato delle arance mature, qualche ora di sorriso e un po’ di sole per il pallore del tuo volto. Una tomba: dove morire più volte – questa la tua dichiarazione di cultura, M. Ed allo studio, e allo scrivere, preferisci immaginare una corsa nuda: sì, per te leggere, scrivere, sognare sono palate di terra con cui accuratamente ricopri il tuo cadavere indecomposto e da dove, grazie ad un ultimo, inconsciamente desiderato, spiraglio nel terriccio, guardare gli idioti di natura, i pazzi da manicomio – e invidiarli. Invidiare la nuda beatitudine d’un sorriso stolto, quando tu non sei nemmeno capace di ghignarti nello specchio – non esistono specchi nelle tombe autotumulate; solo nelle piramidi!
Io ti dico: corri, nudo, denudandoti, bevi, brinda, ama e saluta, compiendo qui e ora il miracolo dell’angelicato paradiso! Non dico: non piangere. Fallo! Non dico di non deprimerti: fallo, se ti riesce sopportabile. Ma: guarda bene.
Probabilmente, seguendo il corso dei pensieri, sono uscito fuori strada ed ho immaginato per te una vita diversa, un destino diverso, un respirare a ritmo differito. Eppure, non credo d’essere andato troppo lontano perché, se pure leggere e sognare possono rappresentare una maledizione, non lo sono di per sé. Essi non sono necessari per essere felici. I libri non sono fatti per rendere felici: si è felici anche senza libri. E se non ci fossero libri che ci fanno felici, potremmo scriverli da noi. I libri, si possono usare più come pungoli che come alibi. E sognare: cosa intendi per sognare? Quando, rinchiuso tra le quattro mura adombrate del tuo appartamento, tra libri disseminati e fogli sparsi, nell’ora della stanchezza serale, prima della malinconia dell’insonnia aurorale, cosa sogni? A quale pratica ti riferisci?
E, credimi, non ti sto esortando alla socialità: l’eremitaggio non è disdicevole, anzi, eppure ti sento inappagato. Non trovi risposte a i tuoi perché, non trovi ordine. Leggi, scrivi, sogni. Dubiti. Poi elenchi tutta una serie di cose da cui sei lontano: gli amici, la metropoli – non parli d’amore, quindi, a tal riguardo, non so (e forse è qui che ti giochi la salvezza, ed ogni ragionamento qui tentato va a puttane – ne sarei felice!), il generale brulicare dell’intorno: ne parli con rimpianto, come chi vorrebbe, ma non può: e allora legge, scrive, sogna: e la cura è peggiore della malattia! Piangi questo e quello. Piangi il mondo, piangi la tua stanza. Cerchi lo studio, rimpiangi di non essere nato idiota, rimpiangi la trisomia 21.
Per questo dico: guarda bene.
Come la volta precedente, un senso di nausea principia a molestarmi: troppi errori in ogni parola, troppe inesattezze. Chiedo scusa.
Il mio vicino di pianerottolo mi permette di usare la sua casa quando non c’è, cioè almeno un’ora al giorno ogni giorno, così ora chiuderò in busta questa mia e andrò nell’appartamento di fianco. Il mio vicino mi fa trovare – giacché entro quando lui è già uscito – una sedia posta di fronte la parete maggiore del salotto, un posacenere al suo fianco, una bottiglia di scotch e un bicchiere a terra – non bado troppo alle formalità – così che, appena entrato, abituatomi alla luminosità della stanza, mi siedo davanti alla parete e guardo La Fucilazione del 3 maggio 1808 di Goya: è l’originale. Cordialmente,
Angelus Silesius

P.S.

Ho ancora una volta riempito di domande la lettera: siccome alle scorse non hai risposto, non mi aspetto farai diversamente. Senza rancore, ovviamente.

6 commenti

  1. muove qualcosa dentro, si, decisamente.

  2. “Il generale brulicare dell’intorno”, un’espressione che riesce molto bene nel suo tentativo di evocare la suggestione del “muoversi” della Vita intorno a noi. Un dinamismo che, naturalmente, è indifferente rispetto alla nostra scelta di prendervi parte o meno, ma al quale difficilmente sappiamo essere indifferenti noi e che, anzi, “punge” maggiormente proprio quando non se ne ha parte. In effetti si potrebbe sottolineare come, per contrasto, il movimento sia avvertito come tale proprio dal soggetto immobile. In realtà ancora più profondo sarebbe chiedersi quanto di oggettivo esista in questo “brulichio” e quanta parte invece ne eserciti la componente soggettiva della percezione. Il movimento esiste nel momento in cui lo avverti (e si potrebbe,dunque, mettere in discussione la stessa oggettività del carattere di indfferenza dell’ “intorno”; è tipico della lirica dipingere come esasperatamente indifferenti paesaggi che al contrario appaiono profondamente intimi ed interiorizzati). Il “brulichio”, insomma, per quanto indifferente possa apparire, tuttavia appartiene proprio a te. Ma naturalmente si tratta solo di un’interpretazione.

    Ho accennato ad un “soggetto immobile”, e su quest’immagine voglio trarre dal testo un ulteriore spunto di riflessione: il rapporto tra vita-arte-sogno.
    Il punto di vista dell’emarginato è, spesso, quello preferenziale dell’artista (forse proprio perchè meglio sa cogliere il movimento), tuttavia io credo che l’arte si nutra di Vita, che non possa esistere senza di essa.
    Come risolvere la contraddizione?
    Ed il sogno, come definirlo? E che ruolo assegnargli nell’ambito dell’arte e in quello della Vita?
    Una possibile interpretazione lo vorrebbe come un “collante” tra le due. Si può essere d’accordo?

    Invito ad accogliere questi miei spunti ed approfondrli.

  3. Penso che la contraddizione sia, anche se difficilemente, superabile; Smettere di produrre arte o capolavori ed essere dei capolavori(tutti i diritti riservati a Friedrich Nietzsche). Superando la semplice condizione umana.. bhe.. si supera anche questa contraddizione. Per quanto riguarda il sogno, non so dirti; forse stiamo solo sognando e ci illudiamo di vivere.

  4. @ Enzo
    Da un punto di vista logico trovo la tua un’ottima (ed inaspettata) soluzione. Ma ho qualche riserva da esprimere. “Smettere di produrre arte o capolavori ed essere dei capolavori”:ma se non erro tra coloro i quali si sono cimentati in questi propositi noi oggi ricordiamo esclusivamente chi di arte ne ha effettivamente prodotta!
    Il nostro Nietzsche aveva una precisa direzione verso la quale orientare le sue riflessioni: lo sprone alla nascita dell’uomo nuovo tramite la riscoperta del “dionisiaco”, cioè della vita nella sua dimensione più immediata ed istintiva. La sua stessa concezione di arte ne risentiva.
    Tuttavia,riconosciute le radici della citata osservazione, mi risulta dfficile concepire l’ Arte senza un prodotto d’Arte.
    La vita di un uomo come opera d’arte, ma secondo quali termini di giudizio? In che forma una vita vissuta può essere considerata opera d’arte? Di certo l’esperienza Estetica novecentesca non fornisce a riguardo una risposta valida, nè tantomeno riesce a risolvere la contraddizione da me sollevata: il modello dell’esteta proposto nel novecento è quello di un uomo che è essenzialmente estraneo alla vita ed in realtà intrattiene con essa, in modi anche sofferti e angosciosi, proprio le stesse problematiche d cui parliamo. La dottrina estetica mi pare che si riduca a nonm altro che un “modo di essere artista”.Le tendenze estetiche, a dispetto della loro iperbolica esaltazione vitalistica, sono in realtà tendenze che non sfuggono alle inquietudini umane, non sanno risolvere la contraddizione,sono molto lontane dal realizzare un modello di “Artistica pienezza vitale” (per altro l’esteta è proprio l’esempio di un uomo isolato!).
    Tornando alla tua posizione, ho già sottolineato quanto la trovi logicamente valida. Ma secondo un più concreto riscontro con la realtà le mie riserve sono queste: secondo la soluzione che tu proponi, la contraddizione potrebbe essere superabile, ma solo secondo una prospettiva utopica, non nella realtà.

  5. ilaria scrive: > la contraddizione potrebbe essere superabile, ma solo secondo una prospettiva utopica, non nella realtà.

    e aveva scritto prima: > noi oggi ricordiamo esclusivamente chi di arte ne ha effettivamente prodotta!

    alla tua obiezione io opporrei questo dubbio: può l’arte prodotta essere nient’altro che escremento, cioè, dall’etimo, ‘il soverchio’ dell’artista che, nel fare, si è disfatto diventando egli stesso un Capolavoro?
    La linea che va da Nietzsche passando per Bene fino a V.B. non è utopistica, si pratica poiché arte è ‘fare’, un ‘fare’ interno ed esterno contemporaneamente.
    E ‘essere capolavori’ non vuol dire essere dannunziani. La Vita, con la lettera maiuscola che mutui da Simmel, credo, non si esaurisce nella pratica quotidiana, né nella pratica quotidiana, nelle mise e nelle mode e negli atteggiamenti si esaurisce l’artista, o l’individuo in generale.

    (Mi aspetto che la discussione prosegua fertile)

    cb

  6. […] e il quarto frammento del vasto carteggio disperso da cui abbiamo recuperato gia due lettere ( I, II ). Queste, che ora vi presentiamo, sembrano essere le ultime di una corrispondenza impossibile; […]

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