La danza degli stolti

di Francesca Aprea

La sala è gremita
una folla festosa di donne ancheggianti
danza
le vesti di organza si muovono
a tempo di musica d’orchestra

loro ci sono
ossequiano gli adoni
che tengono le fila dei passi
ammaestrati come scimmie da circo

gli sguardi, i gesti
sperano l’agognata sensualità
goffe solo
in cerca di un disperato tentativo

il compromesso degli stolti
adempie il potentato
dove gloria è solo bardatura

ci sono
sono lì in un angolo di immensità
guardo la povertà di animi
ne sono terrificata
sola resto in migliore compagnia.

11 commenti

  1. Francesco · · Rispondi

    visto?lo sapevo che avresti fatto strada..e questo è un buon inizio!!ricordo quando mi facesti leggere questa poesia…davvero bella!!ancora complimenti!!continua così Frà!!

  2. non si inizia non si finisce.
    cosa intendi per ‘buon inizio’?
    ‘buon inizio’ per cosa?

    cb

  3. Francesco · · Rispondi

    buon inizio perchè le dissi seriamente che poteva pubblicare un libro con tutte le poesie che ha scritto…anche perchè francesca si vergognava un pò..ora non so chi l’ha convinta ad inviare questa poesia ma sicuramente mi fa molto piacere che questa poesia la possano leggere anche altre persone ed apprezzarla…

  4. Salvatore Scalera · · Rispondi

    Non mi sembra particolarmente bella, ma l’ hai letta bene -s e non ricordo male- al locale.
    Ritorna la presenza della poetessa nella poesia.
    Intimistica.
    La parte finale, devo ammettere, è un’ ottima trovata, ma non cancella i versi precedenti che non mi sembrano geniali.

    ;)

  5. francescaAprea · · Rispondi

    Caro Salvatore, per me questa è una delle poesie più intense che abbia mai scritto. Mi spiace che non sia stata particolarmente gradita. L’anima mia nel testo prende corpo dalla prima all’ultima parola scritta.Lo sguardo si scaglia contro una società corrotta e disinibita. è l’unico sbardato in un mondo di bardati!!Pertanto anche questa è una poesia a sfondo sociale , ma è chiaro che è tutto sintetizzato dall’occhio personale dell’autore.
    l’autore è sempre nelle suoi versi, nonostante questa caratteristica sia spesso, volontariamente, celata.IO sono anche nella “parata”perchè sono IOad esprimermi ,IO a dare un giudizio. E questo è di ogni poeta, si tratta di prospettiva di scrittura, che solo l’autore, scrivendo,assume.

    Spero che i miei consigli alle letture, i chiarimenti di una forse troppo ostica interpretazione, siano sufficienti ad una partecipazione ed ad una comprensione maggiore dei testi.
    F.A.

  6. Salvatore Scalera · · Rispondi

    Intanto non capisco perchè chiami “troppo ostica interpretazione” quella che, in fondo, è solo una critica.
    Per nessuno è semplice scrivere poesie.
    Io -lo dico solo per interderci- ho scritto più di 6 raccolte, per un totale di almeno 400 poesie.
    Molte delle mie poesie non superano la sufficienza.
    Altre, invece, mi sembrano geniali.
    Ho cambiato stili, accenti, punteggiature.
    Ho persino giocato con la rima.
    Ho fatto di tutto.
    Mi manca solo di scrivere una poesia con 6 lingue diverse o, magari, con i numeri.
    Però, a volte, mi rendo conto che la profondità del linguaggio non può superare la profondità del messaggio, di ciò che -opportunamente- si riesce a trasmettere con una poesia.
    E mi permetto, sempre umilmente, di citare -perdono!- l’ Infinito di Leopardi.
    Una poesia perfetta, senza manierismi, senza congetture, senza aggettivi sprecati.
    Giacomo voleva dire una cosa e l’ ha detta esattamente in quel modo.
    Si vede perfettamente.
    Non c’è improvvisazione, c’è perfezione de linguaggio su di un concetto o messaggio perfettamente focalizzato.
    E un lettore finisce con l’ emozionarsi.
    Poi venne Rimbaud, venne Pasolini, venne Eluard e qualcosa cambiò. Sono d’ accordo.
    Ma la poesia, anche se in versi assurdi, anche con incredibili pretese -persino quella di spiegare l’ inconscio-, restò sempre poesia, anche quando sembrava assolutamente incomprensibile.
    Il fatto che la poesia pretende di essere civile -senza esserlo- è una tua convinzione.
    Io, nel leggerla, non sento la descrizione di una società, ma di uno spaccato che TU osticamente ti ostini a denunciare.
    Anche se ciò potrebbe sembrare interessante, quest’ odio – o questa particolare amarezza- non è reale.
    Sembra finto.
    Assomiglia alla protesta dei figli contro i padri, a quelle accuse che di solito ci si scambia in famiglia.
    Parole forti, ma vuote.
    Perchè in fondo amiamo la nostra famiglia.
    Tu osservi la società borghese che danza entusiasta della propria bellezza -bruttezza- senza odiarla davvero, o addirittura rimpiangendo di non essere compresa.
    Questa appare dalla poesia, questo si sente realmente.
    Ma questa mancanza, questo desiderio “interrotto” è privo della giusta rabbia.
    Quindi la tua denuncia non è solo vuota, ma assume connotati intimistici proprio per il fatto che si tratta di un problema tuo, e non degli altri.
    Per carità, ripeto, lo stile è valido, lo sostenevo e lo sostengo.
    Però, non si può asserire -come tu hai fatto- che la poesia sia “civile”.
    Per quanto riguarda la presenza costante dell’ autore in ogni sua opera non sono sicuro di essere d’ accordo con te. Almeno non del tutto.
    La poesia può servire a dare riparo al proprio IO, al proprio mondo interiore. In questo caso, qualsiasi sia il tema, la presenza dell’ autore è ovvia e necessaria -anche se talvolta malcelata-.
    Ma nel caso in cui ci si voglia cimentare in denunce civili, sociali o addirittura esplorare l’ infinito, l’ Autore stesso va verso una sorta di abbandono del proprio io, del proprio mondo interiore.
    Cerca l’ assoluto, il resto non conta.
    In quel preciso istante, diventa Uomo e anche se presente, scompare, non lo si vede più -come Leopardi, appunto, nell’ Infinito-.
    Questo è quanto.
    Mi sono divertito a risponderti, per ora però basta così.
    Spazio alle poesie!

    ;)

  7. Caro Salvatore,
    facciamo una cosa inter nos e ricordiamo la serata al Dietro le Quinte, così poniamo due puntelli per il nostro discorso, che desidero portare al di là dei personalismi e dei casi particolari. La poesia di FAprea è bella per me, è brutta per te: non ci smuoviamo da queste posizioni e, in realtà, non ho nessuna voglia di smuovere queste posizioni. Tale poesia, però, ci ha dato la possibiltà per fare teorica, in piccolo e in modo sprovveduto certamente, ma stiamo facendo teorica, tu intavoli il discorso basandoti sulla tua poetica, FAprea, e alcuni di noialtri come ti dirò meglio tra poco, lavorano cercano studiano si cercano scavano secondo un’altra poetica presunta tale, o semplicemente fetale.
    Se ricordi l’introduzione alla lettura delle derive, Vincenzo Birra, poeta di cui vedo un futuro numinoso come le stelle che non smette di guardare, ha concluso il suo discorso auspicando una ‘deriva’ dell’io, dello scrittore e del lettore, che poi sono la medesima cosa, tramite una certa alternanza di ritmi della lingua (senza sinonimi, la sua – e qui io auspico qualcosa di ancora più radicale, come poi avrò modo di spiegare in qualche intervento sul sito), per ‘naufragare’ semplicemente trovandosi nel Posto dove è possibile dire ‘io non sono’. Francesca Aprea, dopo la sua performance, risponde ad una domanda della giuria sostenendo di ‘essere nel nulla, di essere il Nulla, e di esibirsi nel Nulla, dove è il miracolo della Divina Indifferenza’ (amen aggiungo io ora come allora). Questi sono i puntelli intorno a cui questi due scrittori (e non temo d’usare questa parola) imbastiscono il proprio lavoro.
    Tornando alla tua osservazione: l’IO deve scomparire dalla poesia: ed hai ragione sì e no. L’io scompare nel suo dis-farsi nella poesia, ma la poesia non è scrittura, la poesia è una vertigine, un mancamento, che non compete solo a chi scrive L’infinito, ma anche e soprattutto a chi lo legge, poiché è in quel mancamento che i due, superando ogni ostacolo, si Incontrano, al di là di Ogni Cosa, in un Posto in cui ci si guarda e ci si vede Identici, poiché ogni Differenza è annullata, ogni discriminazione cessa, e l’intero mondo, che non è quello mondano, è racchiuso in un unico cerchio dove l’io cessa. Qui l’io cessa, cessa davvero, finisce, sfinito, in realtà non è mai esistito. Che l’io sia presente nella poesia o sia assente è un’operazione di poetica, di scelta di strumentazione e di canto, poiché poesia è innanzitutto canto, non è un fatto essenziale, e pure, mi pare, che ne L’infinito l’io non sia affatto assente, anzi:
    ‘sempre caro MI fu quest’ermo colle …IO nel pensier mi fingO…’ etc, così continuando ognuno ne la propria memoria. Come, nell’assoluto della Poesia, l’io non manca:
    ‘Nel mezzo del cammin di nostra vita / MI ritrovaI per una selva oscura’ etc, come ne la memoria d’ognuno.
    Per cui starei attento a parlare di dissolvenza dell’io nella poesia come di categoria ultimativa. Tu poni l’accento su una poesia dove l’io non esista, FAprea sostiene che l’io è in ogni poesia, per questo essa è intima, come è intima la Visione: se nella poesia non c’è l’io, c’è comunque l’occhio che vede. E allora resta da chiedersi di CHI è l’occhio che vede, a quale io appartiene e qual è il vero io che deve dissolversi.
    Con queste domande, cui penso per ora non sia da dare risposta, per lo meno così io resterei: a meditare, se naturalmente si pensa che ne valga la pena; con queste domande saluto te, Salvatore, i due scrittori che ho invischiato in queste osservazioni, FrancescAprea e Vincezo Birra, mi perdonino, e l’intera comunità dei lettori, mi perdoni anch’essa (e tutto l’ambaradàn di poeti e prospettive chiamate in causa).

    cb

  8. Meursault · · Rispondi

    ‘L’io scompare nel suo dis-farsi nella poesia, ma la poesia non è scrittura, la poesia è una vertigine, un mancamento, che non compete solo a chi scrive L’infinito, ma anche e soprattutto a chi lo legge, poiché è in quel mancamento che i due, superando ogni ostacolo, si Incontrano, al di là di Ogni Cosa, in un Posto in cui ci si guarda e ci si vede Identici, poiché ogni Differenza è annullata, ogni discriminazione cessa, e l’intero mondo, che non è quello mondano, è racchiuso in un unico cerchio dove l’io cessa. Qui l’io cessa, cessa davvero, finisce, sfinito, in realtà non è mai esistito.’

    Caro Carlo, la discussione si fa interessante, ma vorrei comprendere meglio il significato di queste dichiarazioni che, oltre ad essere programmaticamente impegnative, sono lo specimen di una poetica, la tua, che mi sta affasciando sempre di più. Che cose intendiamo per ‘Posto dove l’io cessa’?Una virtualità ontologica, un iperuranio artificioso?Oppure un altrove tanto reale quanto impalpabile dove la coscienza incontra e si dissolve nell’Altro rompendo gli argini dello spazio-tempo? Se diamo per buona la seconda opzione, non credo che la coscienza scompaia o si ‘nullifichi’, citando Francesca, ma penso che si espanda trascendendo i semplici confini dell’egoità per attingere ad una rete universale di senso. In questo modo – credo – possiamo considerare la poesia come un’espansione naturale della coscienza, l’accensione interiore di una vibrazione cosmica(di una vertigine di suono-senso, come giustamente dici), di un ‘Begeisterung’ che ci mette in diretto contatto con il mondo e con l’Altro, inteso come archetipo poetico di un ‘tu’ che sia principio opposto e non contrapposto all’ ‘io’: citando i Veda, mi è sempre piaciuto pensare alla poesia come al ritorno dell’ Atman al Brahman, cioè dell’individuale all’universale. Perdonatemi – mi raccomando – i toni da mistico che mi sto dando, ma al di là delle pose ieratiche mi preme dire della poesia come di un atto spirituale, di un esercizio di verità interiore che non si disperda nei cerebralismi e nei virtuosismi verbali dai quali, spesso e volentieri, è stata distrutta.

    p.s. Sarei felice se Francesca argomentasse la sortita che fece al Poetry Slam su ‘ io sono il nulla, la Divina Indifferenza’. Ne rimasi stupito, e il taùma – come dice Aristotele – è sempre cosa buona.

    Un abbraccio, Marco

  9. Salvatore Scalera · · Rispondi

    Va bene, ti rispondo.
    Non posso trattenermi per due semplici motivi.
    Il primo è che mi sto divertendo un pò -non posso negarlo- e il secondo è perchè mi hai attribuito frasi o concetti che non ho mai espresso. Così facendo, nonostante la bellezza del tuo testo, non hai risposto a me- che attendevo con ansia una risposta e magari proprio la tua- ma ad un fantomatico signore che sostiene cose che io non sostengo – e ti prego, con il cuore in mano, di controllare dopo aver finito di leggere il mio post-.

    1) Io non ho mai sostenuto che la poesia di Francesca è brutta -così come tu invece dici-. Io ho detto testualmente
    ” Non mi sembra particolarmente bella, ma l’ hai letta bene -s e non ricordo male- al locale.” Non mi sembra affatto una critica dolorosa nè pesante, ma soprattutto non ho detto che è brutta.
    Tra l’ altro poi ho aggiunto che
    “La parte finale, devo ammettere, è un’ ottima trovata, ma non cancella i versi precedenti che non mi sembrano geniali.”
    Ovvero ho detto che trovavo splendida la parte finale, ma non riuscivo a vedere nella poesia una compattezza per poter dire che completamente geniale.

    2) Tu parli delle introduzioni di Vincenzo Birra. Ricordo perfettamente l’ imbarazzo -estremo- che provai quando il tuo amico Vincenzo lesse le sue poesie.
    E l’ imbarazzo era dovuto al fatto che aveva fatto un’ introduzione.
    Molto male. Credo che peggio non si possa fare.
    E lo dico con enorme affetto e sincerità.
    La poesia già nel momento in cui viene letta tradisce poichè l’ interpretazione dell’ attore ruba qualcosa a chi ascolta.
    Ma addirittura fare preamboli e introduzioni è un fatto molto grave.
    Almeno per me.
    Anche perchè se è vero che Vincenzo vuole arrivare al “io non sono” -…- dovrebbe lasciare che siano gli altri a decidere se la poesia porta a tale conclusione e non lui stesso.
    Ma questo secondo punto era solo una precisazione su una tua risposta al mio post e non voglio con questo attaccare Vincenzo.

    3) Tornando alla tua lettura confusa del mio post, hai aggiunto:
    “Tornando alla tua osservazione: l’IO deve scomparire dalla poesia”.
    Io non l’ ho mai detto.
    Lo so, sono intransigente, però devi ammettere che uno scrittore dovrebbe essere molto accorto almeno alle parole -lasciamo perdere poi i significati-.

    Io ho detto:
    “Per quanto riguarda la presenza costante dell’ autore in ogni sua opera NON SONO SICURO di essere d’ accordo con te. Almeno non del tutto.
    La poesia può servire a dare riparo al proprio IO, al proprio mondo interiore. In questo caso, QUALSIASI SIA IL TEMA, la presenza dell’ autore è ovvia e necessaria -anche se talvolta malcelata-.”

    Non mi sembra di aver detto che l’ io deve scomparire dal testo. Questo lo dicono Francesca e Vincenzo -nei commenti e nelle introduzioni-, non certo io.
    La cosa strana è che si contraddicono pure.
    Prima dicono frasi tipo “io sono il nulla”, poi sostengono che l’ autore c’è sempre.
    In ogni caso, non ho detto mai quello che tu dici.

    4)”…ogni Differenza è annullata, ogni discriminazione cessa, e l’intero mondo, che non è quello mondano, è racchiuso in un unico cerchio dove l’io cessa. Qui l’io cessa, cessa davvero, finisce, sfinito, in realtà non è mai esistito.”

    Io avevo detto qualcosa di simile -infatti!!!- con:
    “l’ Autore stesso va verso una sorta di abbandono del proprio io, del proprio mondo interiore.
    Cerca l’ assoluto, il resto non conta.
    In quel preciso istante, diventa Uomo e anche se presente, scompare, non lo si vede più”.

    Ma questa condizione -che io non auspico nè tantomeno ritengo che sia essenziale- avviene solo quando l’ autore non vuole proteggersi tramite la poesia, ma quando vuole ESPLORARE!
    Mi sembrava di essere stato chiaro.

    5)” mi pare, che ne L’infinito l’io non sia affatto assente, anzi:
    ’sempre caro MI fu quest’ermo colle …IO nel pensier mi fingO…’ etc, così continuando ognuno ne la propria memoria. Come, nell’assoluto della Poesia, l’io non manca:
    ‘Nel mezzo del cammin di nostra vita / MI ritrovaI per una selva oscura’ etc, come ne la memoria d’ognuno.
    Per cui starei attento a parlare di dissolvenza dell’io nella poesia come di categoria ultimativa.”

    Intanto io non ho detto che l’ Io nell’ infinito di Leopardi non c’è.

    Io ho detto:
    “E mi permetto, sempre umilmente, di citare -perdono!- l’ Infinito di Leopardi.
    Una poesia perfetta, senza manierismi, senza congetture, senza aggettivi sprecati.
    Giacomo voleva dire una cosa e l’ ha detta esattamente in quel modo.
    Si vede perfettamente.
    Non c’è improvvisazione, c’è perfezione de linguaggio su di un concetto o messaggio perfettamente focalizzato.
    E un lettore finisce con l’ emozionarsi.”

    Quindi, come vedi, ti sbagli. E ancora peggio ha sostenuto che io avrei parlato di “dissolvenza dell’ io come categoria ultimativa”!
    Che Dio me ne guardi!!!!!
    E addirittura, cosa che anche un bimbo della III elementare avrebbe notato, ho aggiunto con profonda precisione:

    “In quel preciso istante, diventa Uomo e ANCHE SE PRESENTE, scompare, NON LO SI VEDE PIU’-come Leopardi, appunto, nell’ Infinito-.”

    Ho detto, dunque, che l’ Io c’era, eccome. Ma, grazie alla precisione del linguaggio che trasmette un messaggio profondo e preciso, si finisce con il PERDERE DI VISTA l’ io dell’ autore.
    L’ autore sembra scomparire, eppure c’è.
    Quindi, ti consiglierei di stare attento quando leggi, piuttosto che di dare consigli sulla dissolvenza dell’ io -cosa che lascerei ai buddisti-.

    6)”Tu poni l’accento su una poesia dove l’io non esiste”

    Quando ho detto questo?
    Assolutamente non esatto.
    Io pongo l’ accento su una poesia -vedi quanto sono buono a dare suggerimenti, eppure ero stato chiarissimo- su una poesia SINCERA, DIRETTA, senza falsi MANIERISMI e ABBELLIMENTI NEO-BAROCCHI che lascerei a DOLCE&GABBANA.
    Ok?

    7) “FAprea sostiene che l’io è in ogni poesia, per questo essa è intima, come è intima la Visione”

    Quindi Francesca sostiene questo?
    E come spiegare allora:
    “essere nel nulla, di essere il Nulla, e di esibirsi nel Nulla, dove è il miracolo della Divina Indifferenza”
    la frase di Francesca al locale.

    Capisci bene che anche con una buona dose di fantasia, si è andati oltre e si è caduti in una teorica senza senso -e forse senza importanza-.

    Tuttavia, ripeto, io sostenevo che odio i manierismi, i tentativi di dimostrare l’ indimostrabile, almeno attraverso gli aggettivi.
    Ma non sono stato capito e, forse, non sono stato letto con attenzione.
    Con affetto
    Salvatore

    ps mi rendo conto di aver usato un tono polemico, ma non accetto quasi mai una risposta diretta ad un mio post imprecisa, soprattutto se si parla di poesia e se mi si attribuiscono frasi o concetti mai detti nè scritti.

    ;)

  10. Salvatore Scalera · · Rispondi

    E mi permetto di mandare un grosso abbraccio a Marco, l’ uomo dei Veda.
    Mi sembra geniale l’ intuizione.
    Ma poesia, credo di aver capito, come ricera di verità.
    Sai, Marco -e concludo-, io ho sempre difficoltà quando mi si chiede cosa sia la poesia e di cosa si occupa.
    Devo ammettere che provo sempre un brivido di piacere abbastanza ampio quando queste definizioni vengono smontate, qualsiasi esse siano.
    Mi piace pensare alla poesia come alla scrittura in versi -punto!-.
    Una scrittura senza scopo.
    Del resto, se è vero quanto dici sui Veda, capirai che la liberazione dai bisogni umani -cosa di cui si occupa il buddismo…- può avvenire certamente.
    Ma il bisogno di liberarsi dai bisogni umani non è esso stesso un bisogno?
    Se scriviamo una poesia con dei preconcetti, con degli scopi, non diventiamo immediatamente falsi?
    Io credo di sì.
    A presto
    Salvatore
    ;)

  11. Meursault · · Rispondi

    La poesia ha uno scopo, Salvatore, uno scopo universale, altrimenti sarebbe autoreferenziale: lo scopo è metterci in comunicazione. Per questo sostengo che la poesia(e credo lo dicesse anche il buon Giacomino in qualche carteggio epistolare)è la più alta sublimazione del linguaggio umano, e, come ogni linguaggio, ci pone in contatto l’uno con l’altro(e su questo ‘altro’ già vi ho tediato abbastanza).
    Sul resto non posso non darti ragione: è inutile quanto controproducente ingabbiare la poesia nei castelli della teoretica. Asservire, quindi, la propria poesia, prima di scriverla, a delle categorie di pensiero predefinite, abolendo o piegando brutalmente l’ispirazione, è un crimine contro lo spirito, è come specchiarsi nella propria vanità intellettuale. Questo non significa, però, che la poesia non possa tracciare la visione di un autore, il suo mondo, il suo pensiero sulle cose e sulla poesia stessa, perchè è proprio lì, in quel momento, che ogni autore, mediocre o grande che sia, come un demiurgo dalla cenere dei versi, crea la sua ‘poetica’: in questo senso la poesia è un esercizio di verità(non ricerca di verità!)cioè diventa un atto di conoscenza dell’io. Non a caso è altrettanto affascinante l’immagine di un poeta che si comporta come un dio, come un creatore silenzioso di dimensioni parallele del linguaggio e della mente, un tessitore instancabile del legame tra il verbo e la substantia delle cose.
    Si finisce, guarda caso, a utilizzare gli strumenti della poesia(metafore e similitudini) parlando di poesia. Si finisce, come me adesso, a vaneggiare sull’orlo dell’ incoscienza. :-)

    Ricambiando il grosso abbraccio, Marco

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