Quanto hai pagato?

Picasso, Bullfight, 1934 (part.)

di Carlo Brio

Ernest, questo non è per te.
Ringraziami

Il toro si muove secondo le onde psichiche degli spettatori.
Corre, si ferma, individua l’obiettivo, riparte, i muscoli del collo si tendono, tenta l’incornata, trova l’aria, il capo ricade, si ferma.
È disperato.
Tutto è sospeso nell’occhio bovino: le facce tra la folla sono scomposte, deformi, orgasmiche, le grida che fuoriescono dalle bocche oblique sono una sola voce che satura l’aria – picadores e banderilleros sono comparse eleganti che hanno quasi terminato il loro compito.
Ne resta solo uno, agile, bello, a cavallo.
La disperazione si lega all’ossigeno nelle immense sacche pneumiche del toro, passa osmoticamente nel sangue e attraverso il sangue, l’acqua primaria, invade ogni cellula urlante del corpo sacrificale.
Il toro è in ginocchio.
Un muggito nasce dalle oscurità sinaptiche, invade la trachea in fiamme, centimetro dopo centimetro incapsula dolore dalle pareti ciliate, il muggito è un tornado che erompe dalle nari squassando l’aria, urtando l’urlio della folla, sfondandolo, tacendolo, il muggito è un tornado, è più d’un muggito, è un grido, è umano, è un cataclisma, non è aria, non è suono, è materia, è corpo, è un impeto di anidride carbonica e disperazione e dolore che spruzza sull’arena muco e sangue.
Il toro è in ginocchio.
Il cuore è un organo gigantesco, è il dolore, è l’atto puro.
La luna delle corna punta la terra.
Il capo crolla.
Lo vedi ciondolare stolido, inebetito, sembra guardare il sangue che ha eruttato sull’arena.
Il sangue è un’algebra.
Lo vedi in ginocchio, intento nella decifrazione, alla ricerca dell’equazione.
La folla riprende possesso del proprio regno e l’urlo riveste l’arena come il tendone d’un circo.
La folla è attenta, unta, sudata. Le mani rovistano nei cartoni, tenuti in equilibrio precario sulle ginocchia, in cerca di popcorn e tacos caldi.
La folla è eccitata.
In attesa.
Manca un solo picador.
Poi è la volta dell’officiante maximo.
Poi è la morte.
Il picador intercetta il desiderio della Folla.
Avanza.
Tutto è sospeso nell’occhio bovino: è immerso nel liquido amniotico dell’urlo, si sente cullato, confortato, è l’embrione della morte.
Il cuore è gigantesco, è Homozeen, il vuoto ingenerato, il battito che accelera.
È il suono del corpo sacrificale.
Il cavallo è bardato di viola, incede agile e circospetto, avverte appena il peso del cavaliere, sente invece il morso e non si spiega perché una parte del suo cervello lo odia come odia il cerchio dell’arena e la confusione e il peso quasi inesistente che è costretto a portare, per un momento una porzione di neuroni non teme le corna a forma di luna, si senta anzi folgorato dalla pietà che vorrebbe poter comunicare all’altro mammifero, ma è solo un momento, quei neuroni primitivi si riassopiscono e il cavallo procede, bardato di viola, sottomesso – guarda il toro, e non lo vede.
Il toro si rimette in piedi.
Il dorso muscoloso, che è un paesaggio iberico in una notte senza luna, sanguina.
Rialza il capo. Il muso è imbrattato di sangue: diventa un capo pellerossa, un totem della resistenza. Gli occhi sono Aldebaran che fondono dolore e rabbia. Le corna puntano il centauro.
Blu e rosse, già pendono sui fianchi sfiniti, quattro paia di banderillas sono affondate nella carne, ad ogni movimento sfilacciano le fibre muscolari della schiena, ad ogni respiro lubrificano l’anima d’acciaio con il sangue del sacrificato, che è di nuovo in piedi, massiccio, morente.
Il toro è qui e ora, ma è anche stato già.
Il toro è antico, è il toro dopo tutti i tori, è lo stesso ritratto a Creta, è il sangue in circolo, è il vivo morente.
Attende la sua Little Big Horn.
La folla applaude.
La folla applaude, non il coraggio della bestia, ma il prolungamento della cerimonia, la continuazione dell’attesa orgasmica.
Sai cos’è il coraggio?
La bardatura viola ondeggia nella pupilla bovina, si contrae e si dispiega, si muove come un fantasma ed ha la sua formula magica.
Ma non ipnotizza.
L’occhio del toro fonde rabbia e dolore.
È lucido.
È un anatema.
Il centauro scarta di lato, gira e rigira ballando il tip-tap sugli zoccoli, la folla esulta, lo idolatra, freme su stessa, è il delirio del movimento, e il toro è un punto nella periferia del mondo, che è piatto e circolare, appare rassegnato, ma dignitoso, non sembra piangere come F.G.L.
Il centauro incombe sul toro come un’onda anomala, la lancia punta verso la carne rossa, ma il toro, che un momento prima era una statua di granito, trasmuta in un’onda sismica, due oscillazioni, e si schianta nel fianco del centauro che, come un lego, si scompone in modo osceno: per un momento l’arena è sospesa nel castello di carne di toro, di cavallo e di cavaliere, sospeso sulle corna del toro affondate nella botte ventrale del sacrificato numero cinque, poi l’equilibrio muscolare si sfascia e il castello crolla su se stesso.
La sospensione crolla.
Insieme al respiro degli spettatori.
Il centauro si scompone.
Il cavallo ripiomba a terra con gli zoccoli pesanti e prende a correre guidato solo dalla pazzia: corre lungo il perimetro del mondo: gl’ intestini sono un macabro festone gelatinoso: corre, impazzito, quasi inciampa nelle proprie budella, gira e gira e sbatte di continuo il cranio crinito contro la barrera, una volta, due volte, infinite volte, tante quanti sono le paia d’occhi che lo seguono senza perdere di vista il toro e il picador, che è in fuga.
Gli zoccoli sulla sabbia e il cranio sulle assi della recinzione suonano una marcetta funebre, fino a che l’animale schianta a terra, quasi morto, gli occhi imploranti, i denti che ghignano agonizzando, col ventre squarciato.
È il quinto sacrificio della corrida, che è tragedia.
Il picador cade malamente, ma si rialza all’istante e scappa correndo verso la barrera, il toro lo insegue come un demone della sabbia, si fonde e avanza con la terra stessa, manca poco per l’incornata, ma il picador scavalca il recinto, è salvo.
Il toro è solo nella plaza, sbuffa, non è finito.
Non è finita.
L’attenzione della folla si dirige in un punto.
Entra nell’arena che è il mondo il matador.
È luminoso come un re, acclamato come un re, bello come un re, ammirato come un re.
Quanto coraggio!
Impugna lo stocco, affronta il toro.
Sai cos’è il coraggio?
Il sole è l’occhio di Dio sull’arena.
La temperatura aumenta.
El sol es el mejor torero.
All’orizzonte corrono veloci nubi nere.
Il toro è furioso. Impazzisce di dolore, ma è via via più debole. Le energie lo abbandonano attraverso le cinque porte di Damasco, ma lo stocco del matador si riflette nell’occhio d’Aldebaran.
Si guardano, matador e torero, le pupille s’incontrano lungo la linea d’aria che crepita d’elettricità statica: è tutto l’odio sdegnoso del toro che intercetta e impatta la sfida gitana del piccolo re dell’arena.
Una ragazza piove dagli spalti vedenti, e salta in groppa al toro, che non oppone resistenza, solo un verso gli sfugge, pesante di sangue e intriso di dolore perché le banderillas agganciate alla carne si scuotono come corvi giapponesi nell’occhio del samurai.
L’attenzione è catalizzata tuta sulla folle che è saltata nella plaza de toros e poi in groppa al toro. La meraviglia è tale che molte voci restano strozzate in gola e gli occhi dei bambini ridono e anche le loro bocche.
Il sole, che ancora regge il suo magistero, azzanna impietoso il volto del matador, diventato di legno, che guarda esterrefatto la scena, il gesto impossibile della ragazza che accarezza il muso del toro, che con un fazzoletto bianco pulisce il sangue, che con delicatezza sfiora il collo portentoso senza che l’animale si trasformi di nuovo in un epicentro sismico.
Le nuvole corrono sempre più veloci all’orizzonte.
E sempre più nere.
La ragazza ha i capelli neri e parla all’orecchio del toro come se gli spiegasse qualcosa, chinata in avanti, con una voce che si mimetizza nel silenzio pneumatico dell’amnios, come ossigeno nuovo. Mentre parla, le mani lunghe e sottili passeggiano sui fianchi rigati di sangue scuro e colloso, come la vergogna. La parole, intime e indecifrabili, devono essere bellissime perché l’attenzione dell’animale è tutta concentrata nella piega all’indietro delle orecchie, e l’occhio sembra placato, quasi si trovi in una prateria immensa punteggiata, qua e là, da vacche da montare.
Il piccolo chimico della morte, il matador, che risplende senza brillare nell’oro del vestito, è un insetto dimenticato.
Nessuno interviene.
La folla è ammutolita.
La ragazza afferra il festone gommoso che orna la banderilla e la tira via.
Miracolosamente, non fuoriesce sangue.
Ad ogni liberazione della carne dal metallo è un WOAH stupito del pubblico.
Le mani sfiorano le labbra sguaiate delle ferite, quindi la giovane si distende sul dorso del toro, come bisognosa d’addormentarsi, tenta di cingerne il torace senza riuscirvi, quindi si china in avanti per sussurrare qualche altra parola all’animale, che prende ad avanzare mansueto come un pony.
I bambini, rapiti dalla scena, hanno gli occhi spalancati come arcobaleni.
I baffi di sangue che restano sul muso nero del toro lo trasformano nella maschera d’un guerriero zulu, ma tutta la furia si è trasformata in una calma terribile, e bellissima, l’incedere è solenne, e inesorabile, le ferite testimoniano ancora un dolore sordo, ma attenuato, e respirare non è più l’urlare di ogni singolo nervo, e il cuore, l’organo immenso, s’è rifasciato di nuovi muscoli lì dove è posata la mano leggerissima della giovane amazzone.
Il matador è pietrificato.
Il piccolo re dell’arena è uno scarafaggio smembrato dalle formiche.
Incedono con una calma che trabocca di dignità verso il piccolo re di legno, che ha smesso di sudare, è un arbusto riarso dal sole e dall’incredulità: la mano che stringe lo stocco destinato alla cervice taurina è rattrappita, il sangue, nelle dita che stringono la muleta, scorre a fatica rischiando la paralisi perché i globuli rossi si attardano lungo la via arteriosa per vedere, attraverso i pori della pelle, l’animale che stavano per uccidere, ponendo fine ai dolori che finora gli erano stati centellinati con un sadismo che è arte antica.
Oh matador! Oh matador!
Il matador vede avvicinarsi il muso dipinto del toro, tremerebbe se non lo stesse già facendo, ma l’animale lo degna appena d’uno sguardo, vira a sinistra in modo che la ragazza e il matador si guardino negli occhi, con lei che lo sovrasta da un’altezza di dolore.
La lingua del matador è incagliata, i muscoli della gola irrigiditi.
È il piccolo re di legno, il silenzio gli percuote ogni centimetro di pelle.
La ragazza porta la mano alla faccia del matador e, prendendolo tra pollice e indice, svita l’occhio sinistro, quindi l’altro.
Prende la mano del matador sotto il sole, la apre disincastrando le dita dall’impugnatura dello stocco e vi ripone i due occhi.
Il silenzio, concentrato nelle bocche rosa dei bambini, emana dalle orbite vuote dell’officiante.
Il toro parte lasciandosi dietro il mondo che è piatto e circolare, l’odore dell’arena e il sapore del proprio sangue, sfonda le porte della plaza de toros e si lancia verso l’orizzonte, correndo dove corrono le nuvole imprendibili, nere come i capelli della ragazza, spettinata dal vento.

[Nota: alcuni errori sono voluti, altri no. L’inversione degli atti de Los tres tercios de la lidia è voluta]

8 commenti

  1. Già dall’inizio non è chiaro. la tua terminologia è poco apprezabile e devo sforzarmi di immaginare le scene. Ricorda che si scrive per gli altri e gli altri non sanno quello che hai in mente. Il mio consiglio da lettore è quello di adottare un lessoco un pò più “raggiungibile” da tutti. Perchè così come hai scritto in pochi potranno comprendere a pieno il messaggio che vuoi lasciare. VOTO:1

  2. a peppe:

    nessun messaggio da lasciare

    cb

  3. V. Birra · · Rispondi

    Innanzitutto caro Peppe ti ringrazio dei commenti; è sempre piacevole confrontarsi con il lettore o meglio, con i lettori. Non penso ci sia un archetipo di lettore(archetipo significa modello originario, esemplare) non si può generalizzare perché non tutti cercano una lettura semplice. Io per esempio, nell’approcciarmi alla scrittura cerco sempre di lasciare una porta aperta al lettore, per invogliare a pensare; la lettura non deve servire a spegnere la mente e poi: che problema c’è se non conosci una parola? Aprire ogni tanto un vocabolario non fa male. Alla prossima, ciao

  4. ma lo sai che sei un pò presuntuoso??è inutile che scrivi il significato delle parole,puoi sapere anche tutto il vocabolario ma essere un completo ignorante!!non tutti cercano una scrittura semplice…ma almeno scrivi cose sensate!!!
    concordo con Peppe,voto:1

  5. @ Lulu:

    indicami, per cortesia, dove è la presunzione. Qui, mi pare, si sia risposto al commento di Peppe con il massimo della cortesia, in un caso, della chiarezza, nell’altro.
    Lulu, il problema che pone Peppe è di due tipi: uno, lessicale: sostiene che ‘la terminologia è poco apprezzabile’ perché non ‘raggiunge’ tutti; due, deve sforzarsi ‘di immaginarsi le scene’: cioè, io non sono stato in grado di rendere al meglio ciò che vedevo, e per questo Peppe non ha intercettato le scene per immaginare le quali ha dovuto sforzarsi. Quindi mi fornisce un consiglio.
    Il tuo intervento non aggiunge nulla alla questione che pone Peppe, né cerchi di dire altro. Un commento, cioè, evitabile, fatto solo per il gusto della polemica rissosa: non è questo il Luogo, cara Lulu.
    L’unica volgarità di entrambi i commenti, che quasi m’offende, è il voto finale: non perché basso, ma per il fatto in sé, per il voto: questa non è una gara, non c’è nessun concorso, io non mi rivolgo a nessuno con l’aspettativa d’esser votato, né mi pare che l’arte meriti lo scempio d’una votazione.
    (Già so che mi si contesterà l’utilizzo della parola ‘arte’, mi si dirà che Qui non si fa arte: poi, però, spero si argomenterà o, in caso contrario, tacerà).

    cb

  6. Sicuramente Lulu nel suo commento si riferiva a V.Birra che ha avuto il garbo contestabile di spiegarmi il significato della parola “archetipo”. Questa non è presunzione?
    Per quanto mi riguarda non ho bisogno di un vocabolario per comprendere il significato delle parole. Per quanto riguarda voi, vi consiglio caldamente di uscire dall’ottica che scrivere difficile concomiti con lo scrivere bene. Per voi che siete alle prime armi lo scrivere difficile potrebbe essere probabilmente il segno di una difficoltà d’espressione che si tramuta in una difficolà di comprensione da parte del lettore. Spero che prendiate le mie critiche come costruttive perchè è quello il tono con il quale le scrivo.
    Buon lavoro.

  7. @lettori, commentatori, discutitori e gente che capita qui per caso

    Non credo si possa decidere la scrittura, la si lascia uscire dalle dita così come arriva dalla mente. Ciò che si scrive è ciò che si è, pertanto modificare il proprio scritto per venire incontro alle esigenze del pubblico è “sfottere” il pubblico, non è più espressione di se’, ma solo di quel che si crede gli altri vogliano che si sia.
    La discussione si basa su un malinteso, qui si scrive con il fine di esprimere, non di aver successo di pubblico, non si è qui interessati a togliere lettori allo scorrevolissimo parto di un qualunque produttore di Best Seller, qui si vuole richiamare coloro che delle semplici facili storie non sono appagati e vogliono in filigrana intravedere l’autore delle parole, delle frasi dei concetti, non i gusti della pletora di milioni di lettori.
    Se poi neanche noi siamo quel che i “palati fini” ricercano…pazienza, almeno abbiamo tentato senza prostituire la nostra parola

  8. Studiati un bel manuale di scrittura ceativa e poi mi dirai.

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