Linutile

Essere un uomo utile mi è parso sempre qualcosa di veramente schifoso C. Baudelaire

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Una poesia inglese

Pubblicato da cb su 17 Luglio, 2008

di J.L.Borges

Con che cosa potrei trattenerti?
Quel che ho da offrirti son povere strade, tramonti scorati, la luna dei cenciosi sobborghi.
Ti offro i miei avi, i miei morti, gli spiriti che i viventi hanno onorati nel marmo: il padre di mio padre ucciso sul fronte di Buenos Aires con due pallottole nei polmoni, morto barbuto che i suoi soldati avvolsero in una pelle di vacca; il nonno di mia madre che appena ventiquattrenne guidò una carica di trecento uomini in Perù, fantasmi ormai su cavalli dileguati.
Ti offro quanto possa esserci nei miei libri e la mia vita avere di dignità e sprezzatura.
Ti offro la fedeltà d’un uomo che non è mai stato fedele.
T’offro il nocciolo di me che ho potuto salvare: il centro del cuore che non consiste in parole, non si barattta coi sogni e che tempo, gioia, avversità lasciano intatto.
T’offro spiegazioni di te, teorie su te, vere e sorprendenti notizie che ti concernono.
Posso darti la mia solitudine, le mie tenebre, la fame del mio cuore; tento di allettarti con l’incertezza, il rischio, la sconfitta.

1934

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Mare

Pubblicato da V. Birra su 8 Luglio, 2008

di Federico García Lorca

mc

Il mare è
il Lucifero dell’azzurro.
Il cielo caduto
per il desiderio d’essere luce.

Povero mare condannato
a eterno movimento
che sei vissuto qiueto
un tempo là nel firmamento!

Ma dalla tua amarezza
l’amore ti redense.
Partoristi la casta Venere
e la tua profondità restò
vergine e senza dolore. Leggi il seguito di questo post »

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CXXVIII

Pubblicato da cb su 7 Luglio, 2008

di Francesco Petrarca

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che’ miei sospir’ sian quali
spera ‘l Tevero et l’Arno,
e ‘l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra
e i cor’, che ‘ndura et serra
Marte superbo et fero
apri Tu, Padre, e ‘ntenerisci et snoda
ivi fa’ che ‘l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.
Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ‘l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ‘n cor venale amor cercate o fede.
Qual piú gente possede,
colui è piú da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani,
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?
Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma ‘l desir cieco, e ‘ncontra ‘l suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansuete gregge
s’annidan sí, che sempre il miglior geme;
et è questo del seme,
per piú dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí ‘l fianco,
che memoria de l’opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non piú bevve del fiume acqua che sangue.
Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l’erbe sanguigne
di lor vene, ove ‘l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che ‘l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piú bella parte. Leggi il seguito di questo post »

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Kafka, Zolla, speranza

Pubblicato da cb su 2 Luglio, 2008

di Elemire Zolla

Meglio il malvagio che sa di esserlo del buono che sa di esserlo; soltanto l’innocenza che non sa nulla di sé vive accanto a Dio, (…) solo chi non pretende di sapere che cosa è e sarà, sarà ciò che è: sono tratti di saggezza chassidica che spiegano le massime morali di Kafka, il suo arzigogolo perpetuo, che non lasciano mai spiraglio di speranza affinché l’uomo impari a camminare senza grucce, o sopra le acque. Per Kafka la speranza riacquista il volto originario, quello che ebbe nel mito di Pandora: tutte le maledizioni sfuggirono al vaso quando il buffone Epimeteo l’aprì, una restò dentro, e almeno di quella l’uomo faccia a meno, la lasci nel vaso: la speranza.

Elemire Zolla, Prefazione a Kafka, Confessioni e immagini, ed. Milano 1960

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Dippold L’ottico

Pubblicato da V. Birra su 29 Giugno, 2008

di Edgar Lee Masters
ottico spoon

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E ora?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa.
Un campo di grano—una città.
Molto bene! E ora?
Una giovane donna e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi luminosi e le labbra socchiuse.
Provate questa. Leggi il seguito di questo post »

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da “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”

Pubblicato da V. Birra su 28 Giugno, 2008

di T. S. Eliot

fondale

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli

Che corrono sul fondo di mari silenziosi

da Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

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da “I Nostri Sogni Eunuchi”

Pubblicato da V. Birra su 24 Giugno, 2008

di Dylan Thomas

Dylan Thomas

III

Qual è il mondo? Dei nostri due sonni, quale
Si risveglierà di colpo quando la guarigione e il suo prurito
Solleveranno questa terra dagli occhi rossi?
Scacciate le forme del giorno, la loro rigidezza,
I gentiluomini assolati, il ricco che non paga,
Spingete avanti la notte equipaggiata.

La fotografia si sposa all’occhio, trapianta sul consorte
Unilaterali brandelli di verità; il sogno
Ha risucchiato al dormiente la sua fede, che uomini
Ravvolti nel sudario si possano, volando, risolidificare. Leggi il seguito di questo post »

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Masetto da Lamporecchio

Pubblicato da francescaprea su 22 Giugno, 2008

di Giovanni Boccaccio

Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano di uno monistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui.

Bellissime donne, assai sono di quegli uomini e di quelle femine che sì sono stolti, che credono troppo bene che, come ad una giovane è sopra il capo posta la benda bianca e in dosso messale la nera cocolla, che ella più non sia femina né più senta de’ feminili appetiti se non come se di pietra l’avesse fatta divenire il farla monaca; e se forse alcuna cosa contra questa lor credenza n’odono, così si turbano come se contra natura un grandissimo e scelerato male fosse stato commesso, non pensando né volendo aver rispetto a sé medesimi, li quali la piena licenzia di poter far quel che vogliono non può saziare, né ancora alle gran forze dell’ozio e della solitudine. E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene che la zappa e la vanga e le grosse vivande e i disagi tolgano del tutto a’ lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendan loro d’intelletto e d’avvedimento grossissimi. Ma quanto tutti coloro che così credono sieno ingannati, mi piace, poi che la reina comandato me l’ha, non uscendo della proposta fatta da lei, di farvene più chiare con una piccola novelletta.

In queste nostre contrade fu, ed è ancora, un monistero di donne assai famoso di santità (il quale io non nomerò per non diminuire in parte alcuna la fama sua), nel quale, non ha gran tempo, non essendovi allora più che otto donne con una badessa, e tutte giovani, era un buono omicciuolo d’un loro bellissimo giardino ortolano, il quale, non contentandosi del salario, fatta la ragion sua col castaldo delle donne, a Lamporecchio, là ond’egli era, se ne tornò.

Quivi, tra gli altri che lietamente il raccolsono, fu un giovane lavoratore forte e robusto e, secondo uom di villa, con bella persona e con viso assai piacevole, il cui nome era Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato fosse. Il buono uomo, che Nuto avea nome, gliele disse. Il quale Masetto domandò, di che egli il monistero servisse. A cui Nuto rispose:

- Io lavorava un loro giardino bello e grande e, oltre a questo, andava alcuna volta al bosco per le legne, attigneva acqua e faceva cotali altri servigetti; ma le donne mi davano sì poco salaro, che io non ne potevo appena pure pagare i calzari. E, oltre a questo, elle son tutte giovani e parmi ch’elle abbiano il diavolo in corpo, ché non si può far cosa niuna al lor modo; anzi, quand’io lavorava alcuna volta l’orto, l’una diceva: - Pon qui questo; - e l’altra: - Pon qui quello; - e l’altra mi toglieva la zappa di mano e diceva: - Questo non sta bene; - e davanmi tanta seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e uscivami dell’orto; sì che, tra per l’una cosa e per l’altra, io non vi volli star più e sonmene venuto. Anzi mi pregò il castaldo loro, quando io me ne venni, che, se io n’avessi alcuno alle mani che fosse da ciò, che io gliele mandassi, e io gliele promisi; ma tanto il faccia Dio san delle reni, quanto io o ne procaccerò o ne gli manderò niuno.

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Flashes e dediche

Pubblicato da francescaprea su 20 Giugno, 2008

di francesca aprea

[Giacomo Balla, Bambina che corre sul balcone]

I colli velati dal ciarpame del vento: detriti giunti da ogni dove

Scroscia l’acqua sull’asfalto umido. Lo schiaffeggia.
Odore di pioggia. Una fanciulla dall’olfatto sopraffino, anticipa il temporale:
corre a riparo in un supermarket.

In pineta. Gli aghi ricoprono il prato inglese del giardino della villa, la fanciulla resta a snocciolare
pinoli battendo i gusci con lo zoccolo di legno.
Sul gradino del patio, seduta, una scheggia di marmo la ferisce.

Si dondola sull’altalena scricchiolante.
Vede in lontananza le madri baciarsi.

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Angeli di Desolazione

Pubblicato da cb su 17 Giugno, 2008

di Jack Kerouac

Così Fagan capisce ora che sto diventando pazzo da legare e che ho bisogno di sonno…”Compreremo una bottiglia!” sbraito. Ma finisce che lui rimane seduto sull’erba del parco fumando una pipa, da mezzogiorno alle sei del pomeriggio, e io dormo spossato nell’erba ubriaco fradicio, con una bottiglia non sturata, soltanto per destarmi di tanto in tanto domandandmi dove sono e per Dio sono in Paradiso con Ben Fagan che sorveglia gli uomini e me.

E dico a Ben quando mi sveglio nel crepuscolo che va addensandosi alle sei del pomeriggio:”Ah Ben mi dispiace di averti la giornata dormendo in questo modo”, ma lui fa:”Avevi bisogno di sonno, te l’ho detto”. “E vorresti raccontarmi che sei rimasto seduto per tutto il pomeriggio in questo modo?…” “Osservando eventi inattesi” dice lui “come per esempio quello che sembra essere il clamore di un baccanale in quei cespugli laggiù” ed io guardo e odo bambini urlare e strillare nei nascosti cespugli del parco…”Che cosa stanno facendo?” “Non lo so: sono passate molte persone strane…” ” Da quano tempo sto dormendo?” “Da secoli.” “Scusami…” “Perché dovresti scusarti, ti voglio bene lo sai…” “Russavo?” “Hai russato tutto il giorno e io sono rimasto seduto qui tutto il giorno…” “Che splendida giornata!…” “Sì, è stata una giornata splendida…” “Come è strano!…” “Sì, strano…Ma non poi così strano, sei soltanto stanco…” “Che cosa pensi di Billie?…” Ridacchia al di sopra della pipa: “Che cosa ti aspetti che io dica, che la rano ti ha morso la gamba?…” “Perché hai un diamante nella fronte?” “Non ho un diamante nella fronte che il diavolo ti porti e finiscila con queste idee arbitrarie!” Ruggisce. “Ma che cosa sto facendo?…” “Piantala di pensare a te stesso, eh, galleggia con il mondo e basta…” “Il mondo ha galleggiato attraverso il parco?…” “Per tutto il giorno, avresti dovuto vederlo, ho fumato un intero pacchetto di Edgewood, è stata una giornata stranissima…” “Sei triste perché non ti ho parlato?…” “Per niente, anzi sono contento: faremmo meglio a tornare indietro” aggiunge “tra poco Billie tornerà a casa dall’ufficio…” “Ah Bemìn, ah Girasole…” “Ah merda” fa lui…”È strano…” “Chi ha detto che non lo fosse?…” “Non capisco…” “Non preoccupartene…” “Hmm sacra stanza, triste stanza, la vita è una triste stanza…” “Tutti gli esseri senzienti se ne rendono conto” dice lui severamente. Leggi il seguito di questo post »

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Al di là del bene e del male, frammento 226

Pubblicato da francescaprea su 16 Giugno, 2008

di Friedrich Nietzsche

Noi immoralisti! Questo mondo, che riguarda noi, nel quale noi abbiamo da temere e da amare, questo mondo quasi invisibile, impercettibile, di ordini sottili, sottili obbedienze, un mondo del “quasi”, da ogni punto di vista scabroso, insidioso, appuntito, tenero: sì, è ben difeso da rozzi spettatori e fiduciosa curiosità! Noi siamo presi dentro in una stretta rete e camicia di doveri e non possiamo uscirne: al loro interno siamo appunto “esseri di dovere”, anche noi! Talvolta, è vero, danziamo nelle nostre “catene” e tra le nostre “spade”; più spesso, non è meno vero, sotto il loro peso digrigniamo i denti e siamo impazienti per ogni segreta durezza della nostra sorte. Ma possiamo fare ciò che vogliamo, i babbei e l’apparenza ci dicono: « Questi sono esseri umani senza dovere». Contro di noi abbiamo sempre i babbei e l’apparenza.

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Un Vecchio Foglio

Pubblicato da V. Birra su 15 Giugno, 2008

di Franz Kafka

Si direbbe che ci sia stata molta negligenza nelle misure prese per la difesa della nostra patria. Noi finora non ce ne siamo preoccupati granché e abbiamo badato al nostro lavoro; ma gli avvenimenti degli ultimi tempi sono tali da impensierirci. Io ho una bottega di calzolaio sulla piazza davanti al palazzo imperiale. Appena apro il mio negozio o sul far del giorno, vedo che tutti gli sbocchi delle vie che conducono alla piazza sono già occupati da gente in armi. Non si tratta però dei nostri soldati, ma evidentemente di nomadi scesi dal Nord. Non riesco a capacitarmi come siano potuti avanzare fino alla capitale, che è tanto lontana dalla frontiera. Sta di fatto che sono qui e che ogni mattina il loro numero aumenta.
Conformemente ai loro gusti si accampano a cielo aperto, poiché aborrono le case. Passano il tempo ad affilare le spade, ad aguzzare le frecce’ a fare esercizi a cavallo. Questa piazza tranquilla, sempre tenuta pulita fino allo scrupolo, l’hanno ridotta una vera stalla. Noi tentiamo sì qualche volta di uscire dalle nostre botteghe per sgombrare almeno il sudiciume più indecente, ma i nostri tentativi via via si diradano, giacché si dimostrano inutili e per di più ci espongono al rischio di finire sotto le zampe dei cavalli imbizzarriti o di essere feriti dalle frustate. Leggi il seguito di questo post »

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Alla mia nazione di Pier Paolo Pasolini

Pubblicato da 8avio su 12 Giugno, 2008

di Pier Polo Pasolini

[è raccomandato l'ascolto della recitazione di Vittorio Gassman]

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino! Leggi il seguito di questo post »

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Dal “Manuale di Zoologia Fantastica”: Animali Sferici

Pubblicato da V. Birra su 5 Giugno, 2008

di Jorge Luis Borges e Margarita Gerrero

La sfera è il più uniforme dei solidi, giacché tutti i punti della sua superficie distano egualmente dal centro. Per questo, e per la sua facoltà di girare intorno all’asse senza cambiare il luogo o eccedere i propri  limiti, Platone (Timeo, 33) approvò la decisione del Demiurgo, che dette forma sferica al mondo. Affermo che il mondo è un essere vivente, e nelle Leggi (X, 898 ) giudicò che anche i pianeti e le stelle sono vivi. Dotò, così, di vasti animali sferici la zoologia fantastica, e censurò la pigrizia mentale degli astronomi, i quali rifiutavano di ammettere che il moto circolare dei corpi celesti fosse spontaneo e volontario.
Più di cinquecento anni dopo, in Alessandria, Origene insegnò che i beati resusciteranno in forma di sfera ed entreranno rotando nell’eternità. Leggi il seguito di questo post »

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Traducendo Brecht di Franco Fortini

Pubblicato da 8avio su 1 Giugno, 2008

di Franco Fortini

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa. Leggi il seguito di questo post »

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