Archivio per la categoria 'Odradek'

Diario di un Gambero: pag 90

di Mr. Shrimp

Nella coscienza delle cose, dei sentimenti; si perde tutto quello che, in uno stato di incoscienza, si può gustare (piacevole) pur senza comprenderlo, senza inquadrarlo. Ma quando tutto si inscatola – senza profondità – se ne indovina immediatamente la fine – o il suo maschio. Continua a leggere ‘Diario di un Gambero: pag 90′

Diario di un Gambero: pag 29

di Mr. Shrimp

Sono attraenti, i prati, anche incorniciati di spugne squadrate (prima gialle e poi brune).

Le persone parlano, in lontananza, non si sentono – sembrano boccheggiare – e le bocche sempraperte mimano maschere di tufo (gialle e porose). E vorrei non essere solo, potrei avere un compagno e insieme giudicare gli altri. Perché da solo perdo contro i troppi

«ci sono decisamente troppi sguardi!». Continua a leggere ‘Diario di un Gambero: pag 29′

Neoplasie

di Vincenzo Birra

Ovvero, malformazioni di letture notturne

Neoplasia #1 (o della luna)

Allunammo.
Chi sa quando. Chi sa se per davvero. È vero: dietro questo esercizio di scepsi si nasconde la mia ignoranza.
Ma a cosa servirebbe? Aprire l’enciclopedia del 74′ per consultare, quanti vocaboli? Quante rivoluzioni e liberazioni.
Allunammo. Continua a leggere ‘Neoplasie’

Prossimanza ad Amore

di Carlo Brio

Sono le parole diventate insufficienti, come colto da soffocamento improvviso, immerso in un fluido più denso che i polmoni non sanno filtrare, piantato in strati profondi sono, pure se non so quanto, dove le parole non viaggiano con identica velocità, anzi rinculano, tornano da dove sono nate, dove vorrebbero essere state non nate, in un cullìo che ancora non so gestire, dove ansia e gioia confondono in una lieve pressione del petto, che accelera verso un sorriso e uno sguardo per un mondo capovolto, e bello, per una visione serale che è: bella – e il resto non c’entra più, il centro è divenuto uno, e sono le parole diventate insufficienti.
Torna la seconda telefonata lunga.
Assiso dove siamo assisi contempliamo la possibilità del silenzio.
Immagina l’alba sui picchi della cordigliera andina, immagina la comparsa per processione del sole, la luce che sfenestra le tenebre, immagina l’armonia degli elementi dopo le lotte titaniche di cui fosti testimone dalla rosa dei non nati, guarda, guarda il sole e i suoi cani: prendi la benedizione sulla fronte e sul viso, t’illumina la luce il sorriso che dischiudi, le labbra guardale colorate dopo la paralisi greca, ch’era solita mutare in ghigno incompreso, e per il collo bianco come la neve del picco più alto la pace si distende per essere raccolta: nel bacio.
Tenerezza.
Oh, tenerezza!
Poiché, se devo collocarmi, presso di te sto, io, che nel calore del Namib…
Poiché non è spavento dirmi dove sto, poiché sto imparando le rotte sulla sabbia d’un ovale minuscolo, circonfuso d’una biondura salina che ristora e ricompatta l’ossa, che, per natura, di calcio sono poche, rotte che segno e disfo col gesto d’un dito, che m’insegnano dove io sto, la maga presso cui il mio apprendistato s’è iniziato, poiché la magia, che non è di questo mondo, non è davvero scomparsa, e l’apprendiamo come s’apprende, silenzio dopo silenzio, il silenzio.

La preoccupazione del buon padre di famiglia

di Franz Kafka

Alcuni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo e cercano di chiarire su questa base la formazione della parola. Altri invece ritengono che derivi dal tedesco, e che dallo slavo sia solo influenzata. L’incertezza di entrambe le interpretazioni però fa a buon diritto concludere che nessuna delle due sia corretta, anche perché nessuna permette di trovare un senso.

Naturalmente nessuno si occuperebbe di tali questioni se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. A prima vista sembra un rocchetto piatto di filo, a forma di stella, e in effetti sembra anche avere del filo arrotolato; si tratta però solo di pezzetti di filo strappati, vecchi, annodati e anche ingarbugliati fra loro, di tipi e colori dei più disparati. Non è però solo un rocchetto, ma dal centro della stella spunta un piccolo bastoncino obliquo, e a questo bastoncino un altro se ne aggiunge ad angolo retto. Aiutandosi da un lato con quest’ultimo bastoncino e dall’altro con un raggio della stella, il tutto può stare in piedi come su due gambe.

Si sarebbe tentati di credere che una tale creatura abbia avuto in passato una qualche forma adeguata a uno scopo, e che ora sia semplicemente rotta. Ma sembra che non sia così; per lo meno non se ne trova alcun segno; non si vedono aggiunte o fratture che potrebbero far pensare qualcosa del genere; il tutto sembra certo insensato, ma nel suo genere concluso. D’altronde, non se ne può dire niente di più preciso, perché Odradek è straordinariamente mobile e non si lascia prendere. Continua a leggere ‘La preoccupazione del buon padre di famiglia’

Fallimenti Giornalieri

di Vincenzo Birra

«Falce di luna in cielo stasera»

Così si inarcano le labbra e si fanno piccoli gli occhi (fitti di iride). I silenzi che m’hanno sempre viziato ora mi preoccupano; sento però di non voler tacere più (neanche una verità inconfessabile).
E mi vedo (comunque) seduto e senza gambe, pescare all’indietro con un cucchiaio, acqua che non ha perso ancora sapore e forse l’ho dimenticato – buchi neri nel cielo dove mi ostino a vedere nuvole trasparenti, in trasparenza su una collina verde, su di un vetro.
E vorrei passare in rassegna quegli spazi vuoti, non riconoscere un me stesso, ma non vedo.
Sulla luna (bianca) crateri si spengono; grigiore morto nell’iride colorata e mi sento vicino a te, mentre piroetti saltellando vecchia compagna di una vita. Continua a leggere ‘Fallimenti Giornalieri’

decrittura e somnum

di carlobrio

Non s’impatina il plombore via dalla mano sulla pagina bianca dove sgraffia segni più simili a cunei e a scritture parietali di origine remota destinate per caso a pochi passanti ritti davanti al muro, immobili per alcuni momenti, come in contemplazione, per una decifrazione che comporti lo schianto della pietra vergata e del petto e la mescolanza dei frammenti dall’una all’altra parte come uno stargate semplice. Il nomade cacciatore crolla il capo davanti al poema incomprensibile: incomprensibile non la sequenza dei segni a creare parole da pronunciare a voce simile ad una porta che s’apre difettosa o al distendersi d’un petalo nell’alba di una prateria, ma il segno stesso, l’incisione che ha scalfito la parete, l’escavazione è incomprensibile, non il resto cui basta applicare soltanto un poco di fantasia. Crolla il capo il nomade nudo ritto in piedi un poco imbarazzato dallo spazio tondo e ombroso dove sta ritto in piedi a petto nudo, crolla il capo e dorme, accucciato. Ma si chiama prigione il sonno e i suoi cunicoli. Prigione pari e quale al primo mondo che trapassa. È una menzogna la fuga, come Bach era un menzognero, è una menzogna la fuga, come un gatto che preda la propria coda, come uno staffile nella mano. Diversi avventurieri, nel numero di tre, tentarono la grande fuga, poi si spogliarono e dormirono, ma il pavimento era freddo della prigione, la luce sonnacchiosa per conciliare l’inganno del sonno. Se una muta di cobra fosse stata introdotta nella cella non ne avrebbero avuto paura, a ragione: i morsi dei cobra sarebbero stati giustificati dall’intento, a dispetto dell’effetto, poiché avrebbero desiderato solamente ricongiungersi al cobra che era nei petti degli uomini racchiuso.

Delle case diroccate in fine

di cb

ta
(et sic in infinitum)

Lo schifume di vite sbagliate. Case i cui quattro pilastri non si sa come restino in piedi: crollate nella posa  stessa, rassegnate alla caduta stessa, forse un alito di vigliaccheria, o un palpito di pudore. L’in piedi un respiro rattenuto. La paura dell’invasione intrappolata nelle pareti auscultate, nel legno delle sedie auscultato…in assenza del mare, pure quello manoverso da un bicchiere e dal suo rombo – perché nelle conchiglie si può udire il mare, perché quelle conchiglie non le ho mai trovate. Sull’architrave della porta nessuno. Sull’architrave della fronte un muro cieco. Sull’architrave delle spalle un gravume indagato. Inspiegabile un sorriso così aperto. Inspiegabile una faccia. Inspiegabile la difficoltà meccanica, l’attrito ghiacciato di ruggine piombuta, inspiegabile la facilità delle spiegazioni, i moti tra i denti lontani dalla brillantezza tra le ultime costole a sinistra. Le albe mai giunte. Quelle regalate. Il dono dell’immenso perché alle spalle non c’è nulla, non hai altro da regalare, che sia pari e scambievole. Scambiamo la perdita, il sonno che cade in fondo a la caduta soffice lenta, dove dove…
Pudicamente l’atto di bere, la tenerezza che giunge, beve acqua prima del caffè, la tenerezza per quelle labbra offese sul vetro, per l’acqua che si mischia alla saliva povera, fradicia. Mi vergogno di questa tenerezza in sua presenza, volto le spalle, verso il caffè. Le vite sbagliate, le vite sbagliate. La conduzione per ripari, rappezzi scomposti giorno per giorno incollati, con le mani, e la loro nudità, delle mani, le une serchiate, le altre doppiate, arruvidate, un’intera vita su quelle mani, hanno sopportato, la vita hanno sopportato, quelle mani, la vita, portano in vece di anelli mortificazioni, groppi, umiliazioni, privazioni, quasaffogamenti, strappi, morti, rimpianti, rimpianti. L’obelisco scomposto per mattoni pesanti, massi massi i lastri camminati per forza, per strada errata dal principio. Babele di torre sulla bocca, di profilo, sul naso innalzato, come un cuscino invertito. I cieli restano pur sempre lì, dove li vedo lì, o tra le scale o tra macerie o tra finestre, sempre lì, e non rispondono. Interrogano. Lo strazio prolungato. È l’aceto per la sete, per la lingua che vuole dimenticare: di parlare. Già lo sa fare, ma si contravviene. La multa è l’errore, l’incomprensione. Nella lingua che tenta l’articolo tutte le paure, dietro la lingua parlata tutte le parole. Per cui si parla per echi, polifonie, canti dal silenzio. E i gesti impazziscono, a tavola, nel corridoio, nelle stanze che perdono larghezza, nelle miserie quotidiane avite, nei discorsi mangiucchiati, rimasugliati. Nei muri è l’immagine dei fantasmi schiacciati. L’indecisione tra gli occhiali. L’incapacità nelle orbite. Vagula. La forma del capo un sudore di abbattimenti, – come di cani -, di una vita persa in partenza, disperata, mozzata, miscreduta, deviata senza amore, errori su errori, divagazioni, volere ma incapace.
Le spole tra le scale e la cucina, la crescita accelerata, i silenzi e le offese invecchiano, la schifaggine d’un piede a terra, d’un urlo di notte, solitario, che si spegne da solo, inaccoccolato, perso, mandato a morire. La vergogna dei baffi, degli occhi, dei colli. Le vergogne attardate per le rughe, nelle scuse. Il volto serioso. La posa degli occhi, l’incuneo del naso. Le perle. Gracchia gracchia la voce, voce gracchia!, seppellita è la gentilezza, muso a muso, fiele a fiele, seppellita è la gentilezza, nell’intenzione. L’abitudine ammaccata regolare. I sogni sono seccati, la vita un rivo disseccato, prosciugato, una pozza, questa, che rimane nel mezzo della via lattea, pozza rasciugata, mai pianta, i sogni oramai trasmutano in speranze, in farfugliamenti lamentosi tra panche o su sedie desolate, solitarie come la seduta anch’esse, imperdonabilmente sole, senza grazia e per questo con tutta la grazia, e per questo per questo per questo, la dolore, impietoso il sole d’asciugature, impietosi gli occhi a guardarla, la vita, essa, sì, che sarebbe nascosta se il mondo non l’avesse così esposta, se alla nascita non ci avessero così voluti, così nati, così così esistiti. Per le terre di nessuno, ove le spiagge sono limitanee e cioè demarcano la finitudine che rappresenta per ricordanze e vaghezze il mai sorpassato illimite da cui si giunse per erranza a di questa creaturata fascinazione, sulle spiagge immobile è il colosso a forma di toro, le corna poderose rivoltano al cielo estremo, una figurina ai suoi zoccoli, in piedi, immobile, guardosa, non esistono altre vie oltre questa, i ritorni domestici sono stati malevoli, da essi è stato estratto il miele dalla vene, il miele nero che suppura gli svincoli e le pieghe d’un corpo in uso, una catasta d’ossa mortificate, strizzate, composte e ricomposte di continuo dall’alba al giorno. Continua a leggere ‘Delle case diroccate in fine’

Giuda Rothko, o delle perdite

di cb

Giuda Rothko era magro fino a sparire, ma era solo un’impressione, la sparizione, prima v’era la robustezza, la nervatura lignea, la muscolatura da cavallo ucraino, poi l’impressione, l’aria fantasmatica, il naso slavo che confondeva l’impressione, deviando l’aria e l’attenzione, così che tutto rimpiccioliva lui e il mondo ingigantiva come cipressi secolari, d’un verde loquace. Giuda Rothko andava fiero del suo nome perché era convinto che non era stato detto tutto. E una volta tutto detto, restava il silenzio, un gravidame ancora inesplorato. Allora il suo nome era un marchio, e i suoi baci, inevitabilmente, qualcosa di comico, da separarsi e sorridere a denti candidi, scuotendo un poco il capo, come a dire è uno scherzo, diverte, e va tutto bene. Va tutto bene? No, perché tutto non è mai tutto sotto controllo, neppure le grida di chi soffre d’incubi e si sveglia con la faccia di cera usata che evoca pietà. Pietà per i morti, i ceri rossi che illuminano le lapidi inamovibili. Esse inamovibili, non gli occupanti. Continua a leggere ‘Giuda Rothko, o delle perdite’

Flashes e dediche *08 *11

di francesca aprea

fall
Parlarono per ore
Sul ciglio d’un muricciolo: Linda portò il corpo in avanti. Spostata, di poco, ne sentiva il peso. Il carico del capo.
Da piccola l’avrebbero ammonita: la pesantezza della testa supera di molto quella delle parti restanti.
Sarebbe precipitata. Giù a picco senz’avvedersene.
Una proibizione da trasgredire: l’attrazione per il vuoto. Vertigine.

Una bimba di pochi mesi getta dalla seggiola una biglia. La scoperta del vuoto.
Prodigiosa vertigine. Continua a leggere ‘Flashes e dediche *08 *11′

Memorie salvate dalla “quasi dimenticanza”

di Vincenzo Birra

Ci portarono a lavorare con la promessa di una balneazione.
Ci portarono a giocare con giochi usati da altri bambini, posati in una stanza a lato di una piccola chiesa americana protestante.
Montavano ventilatori per raffreddare la chiesa calda.
Tutta bianca. La separava dal mare la strada e la giostra dei cigni a scontro.
Nel mare salatissimo aleggiavano meduse di plastica; che ribrezzo!
Ancora una volta ho venerato il tuo coraggio: l’ardire con cui strappasti via dalla gamba la crosta di sangue sfidando il bruciore dell’impatto con l’acqua. Continua a leggere ‘Memorie salvate dalla “quasi dimenticanza”’

La mia ideologia è quella sbagliata

di Valentina Fiori

[i diritti dell'immagine sono del rispettivo proprietario]

“La mia ideologia è quella sbagliata”, quel giorno aprii gli occhi e mi ritrovai con questa frase che mi danzava dentro, doveva essere qualche retaggio dei sogni che avevo fatto, che purtroppo al mattino non riuscivo mai a ricordare. Mi apparivano sempre come un mix di sensazioni e di immagini, ma mai che riuscissi a mettere a fuoco qualcosa; eppure quella notte dovevo aver sognato qualcosa di forte e di particolare legato a quella frase. Continua a leggere ‘La mia ideologia è quella sbagliata’

Temporale

di carlo brio

Le camelie appassivano nel vaso, il resto dei fiori lo era già, nel giardino, che ormai cresceva incolto, abbandonato a se stesso e alla terribile stagione, sul retro della casa decrepita, ma ancora dignitosa, velata d’una solitudine povera, benevola, in fondo ad una serie di case destinate alla demolizione, nella periferia del quartiere nella parte orientale della città, nel grigiore della periferia della periferia. Le camelie appassivano, eppure avevano resistito. Le dimenticanze erano all’inizio state saltuarie, appunto: dimenticanze. Dopo, erano divenute frequenti, ma frequenti eran stati anche i recuperi, ed erano state abbeverate, con mano tremante, le camelie. In seguito le dimenticanze erano diventate croniche, i recuperi sporadici: più che recuperi di memoria, d’un ufficio da compiere secondo un calendario liturgico, il vaso era annaffiato per un vezzo del momento, per una distrazione nella distrazione – così i recuperi eran diventati pioggia nel deserto peruviano.
Le camelie appassivano, Edward Senco agonizzava.

Appunto 11-04-2008

diagnosticare il tumore e mangiarci insieme

Un Preludio e tre Fughe (Zemir)

[Domando scusa ai vostri occhi e al vostro senso estetico per l’assenza di illustrazioni, non che la materia non ne permetta, tutt’altro. È mio intento, come per il mio recente intervento “Alla stazione”, lasciare le vostre menti del tutto libere di viaggiare sfruttando come traccia quel che io ho scritto. Ovviamente un disegno o un quadro non avrebbero fatto altro che limitare la vostra capacità creativa, buona lettura]

di Ottavio Sellitti 

 

*

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Preludio

**

*

Lettore, io scrivo, e scrivendo in qualche modo sto fuggendo, ma colui che è davvero bravo a fuggire non sono io, mio nonno mi raccontava delle fughe del ragazzo Zemir; ah lettore, quelle sì erano fughe!

Scappava ovunque, attraverso tutto, oltre centomila stadi di terra o mare, fino ai limiti della Madre Terra ed anche oltre, era proprio bravo. Mio nonno spesso mi parlava delle “Zemìrfughe”; non posso più andare al mare, fare il bagno e magari crogiolarmi sotto i raggi non intralciati dalle nuvole benevole, senza pensare ai veloci passi di Zemir sulla spiaggia.

Non ricordo, credo anzi non mi sia stato detto da cosa fuggisse; non era e non è importante, ciò che era, è e sarà importante è che passo dopo passo, falcata dopo falcata aumentava la distanza fra lui e chi lo rincorreva, questa era la danza, lo spettacolo, non la tensione o la paura, la fuga arte di corpo e mente.

  Continua a leggere ‘Un Preludio e tre Fughe (Zemir)’

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Niente è vero tutto è permesso

Un Aforisma

Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

Un dialogo

-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

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