Linutile

Essere un uomo utile mi è parso sempre qualcosa di veramente schifoso C. Baudelaire

Archivio per il 'Odradek' Categoria


Flashes e dediche *08 *11

Pubblicato da francescaprea su 26 Giugno, 2008

di francesca aprea

fall
Parlarono per ore
Sul ciglio d’un muricciolo: Linda portò il corpo in avanti. Spostata, di poco, ne sentiva il peso. Il carico del capo.
Da piccola l’avrebbero ammonita: la pesantezza della testa supera di molto quella delle parti restanti.
Sarebbe precipitata. Giù a picco senz’avvedersene.
Una proibizione da trasgredire: l’attrazione per il vuoto. Vertigine.

Una bimba di pochi mesi getta dalla seggiola una biglia. La scoperta del vuoto.
Prodigiosa vertigine. Leggi il seguito di questo post »

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Memorie salvate dalla “quasi dimenticanza”

Pubblicato da V. Birra su 21 Maggio, 2008

di Vincenzo Birra

Ci portarono a lavorare con la promessa di una balneazione.
Ci portarono a giocare con giochi usati da altri bambini, posati in una stanza a lato di una piccola chiesa americana protestante.
Montavano ventilatori per raffreddare la chiesa calda.
Tutta bianca. La separava dal mare la strada e la giostra dei cigni a scontro.
Nel mare salatissimo aleggiavano meduse di plastica; che ribrezzo!
Ancora una volta ho venerato il tuo coraggio: l’ardire con cui strappasti via dalla gamba la crosta di sangue sfidando il bruciore dell’impatto con l’acqua. Leggi il seguito di questo post »

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La mia ideologia è quella sbagliata

Pubblicato da collaboratori su 20 Maggio, 2008

di Valentina Fiori

[i diritti dell'immagine sono del rispettivo proprietario]

“La mia ideologia è quella sbagliata”, quel giorno aprii gli occhi e mi ritrovai con questa frase che mi danzava dentro, doveva essere qualche retaggio dei sogni che avevo fatto, che purtroppo al mattino non riuscivo mai a ricordare. Mi apparivano sempre come un mix di sensazioni e di immagini, ma mai che riuscissi a mettere a fuoco qualcosa; eppure quella notte dovevo aver sognato qualcosa di forte e di particolare legato a quella frase. Leggi il seguito di questo post »

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Temporale

Pubblicato da cb su 15 Maggio, 2008

di carlo brio

Le camelie appassivano nel vaso, il resto dei fiori lo era già, nel giardino, che ormai cresceva incolto, abbandonato a se stesso e alla terribile stagione, sul retro della casa decrepita, ma ancora dignitosa, velata d’una solitudine povera, benevola, in fondo ad una serie di case destinate alla demolizione, nella periferia del quartiere nella parte orientale della città, nel grigiore della periferia della periferia. Le camelie appassivano, eppure avevano resistito. Le dimenticanze erano all’inizio state saltuarie, appunto: dimenticanze. Dopo, erano divenute frequenti, ma frequenti eran stati anche i recuperi, ed erano state abbeverate, con mano tremante, le camelie. In seguito le dimenticanze erano diventate croniche, i recuperi sporadici: più che recuperi di memoria, d’un ufficio da compiere secondo un calendario liturgico, il vaso era annaffiato per un vezzo del momento, per una distrazione nella distrazione – così i recuperi eran diventati pioggia nel deserto peruviano.
Le camelie appassivano, Edward Senco agonizzava.

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Appunto 11-04-2008

Pubblicato da cb su 5 Maggio, 2008

diagnosticare il tumore e mangiarci insieme

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Un Preludio e tre Fughe (Zemir)

Pubblicato da 8avio su 2 Aprile, 2008

[Domando scusa ai vostri occhi e al vostro senso estetico per l’assenza di illustrazioni, non che la materia non ne permetta, tutt’altro. È mio intento, come per il mio recente intervento “Alla stazione”, lasciare le vostre menti del tutto libere di viaggiare sfruttando come traccia quel che io ho scritto. Ovviamente un disegno o un quadro non avrebbero fatto altro che limitare la vostra capacità creativa, buona lettura]

di Ottavio Sellitti 

 

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Preludio

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Lettore, io scrivo, e scrivendo in qualche modo sto fuggendo, ma colui che è davvero bravo a fuggire non sono io, mio nonno mi raccontava delle fughe del ragazzo Zemir; ah lettore, quelle sì erano fughe!

Scappava ovunque, attraverso tutto, oltre centomila stadi di terra o mare, fino ai limiti della Madre Terra ed anche oltre, era proprio bravo. Mio nonno spesso mi parlava delle “Zemìrfughe”; non posso più andare al mare, fare il bagno e magari crogiolarmi sotto i raggi non intralciati dalle nuvole benevole, senza pensare ai veloci passi di Zemir sulla spiaggia.

Non ricordo, credo anzi non mi sia stato detto da cosa fuggisse; non era e non è importante, ciò che era, è e sarà importante è che passo dopo passo, falcata dopo falcata aumentava la distanza fra lui e chi lo rincorreva, questa era la danza, lo spettacolo, non la tensione o la paura, la fuga arte di corpo e mente.

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Derive 4.0

Pubblicato da V. Birra su 2 Aprile, 2008

di Vincenzo Birra
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Dondolano i nostri volti come dissonanti altalene; sinistra, destra, tentennano, s’allettano. La verità che sta nel mezzo - la cercano da tempo senza trovarla - noi la sappiamo e un po’ mi pesa, come una calamita lanciata in un cumulo di rottami e poi ripresa. Graviti sul mio viso: impazziscono le maree: sorrisi.

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Alla radio un ragazzino si traveste da donna.

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Memoria (mio e basta)

Pubblicato da collaboratori su 31 Marzo, 2008

di Gian Maria Fiori

Ricordo qualcosa…non che sia io a ricordarlo - dato che l’atto mnemonico è in parte inconsapevole, quasi arbitrario - ma è una parte di me che ricorda. Rammento, di tutte le volte che sono stato davanti ad un quadro, il mio desiderio di fissarne particolari che a me risultavano notevoli, che lo caratterizzassero; ma i miei sforzi erano frustrati dall’accorrere di particolari di poco conto, che la mia memoria aveva racchiuso in segreto in un remoto anfratto della sua arbitrarietà; mi sono reso conto che non abbiamo la facoltà di trattenere in noi prodotti esterni dell’esistenza, è impossibile al momento del distacco dalla fonte del nostro piacere, avere la certezzà di averne incamerato quelle caratteristiche a noi utili e necessarie.

Ricordo un musicista, sul palco di un teatro, ricordo il cellulare di qualcuno che squilla, e il musicista che interrompe il pezzo, e spazientito abbandona la sala…non ricordo cosa avvenne dopo, nè cosa era successo prima; ricorderò per sempre quel musicista, perchè quello fu un momento perfetto; era così umano nel suo disprezzo verso di noi!

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Alla stazione

Pubblicato da 8avio su 28 Marzo, 2008

di Ottavio Sellitti

All’apertura delle porte della stazione, fra i marmi bianchi non avanzarono i passi frettolosi dei viaggiatori, ma degli stivali affaticati. Erano uomini grossi, con grembiuli color turchino sporchi di sangue, guantoni spessi e mascherine bianche. Sudavano copiosamente lasciando gocce di umore umano e sangue sul pavimento immacolato. Sudavano tanto non per il clima, che era per il periodo innaturalmente freddo, erano decisamente sotto sforzo. Trascinavano, a gruppi di sei, delle carcasse scuoiate di cavalli. I viaggiatori si spostavano con ribrezzo alla vista di quella macabra operazione, interrogando alcuni con sguardi attoniti gli Addetti al Controllo Umano che presiedevano la stazione; questi lasciavano fare, anzi alcuni subito presero ad aiutare gli stanchi omoni, lerciando inevitabilmente anche le divise del color del marmo.

Le carcasse vennero disposte al centro dell’atrio, a spirale, chi si sgravava del proprio peso, immediatamente, asciugando il sudore con degli stracci cavati fuori dalla tasca del grembiule, tornava fuori per la strada, portando poi un altro carico. La spirale di corpi si allargava di minuto in minuto, continuava la catena di operai indaffarati e i viaggiatori venivano spinti sempre più contro le pareti dell’edificio, evitando la puzza di putrefazione che veniva da quell’ammasso morto.

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Derive 3.0

Pubblicato da V. Birra su 26 Marzo, 2008

di Vincenzo Birra

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(mentre che ‘l vento, come fa, ci tace)
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E spegne tutto il vento nel mattino mitico del risveglio. Spegne le candele accese con fatica questa settimana(una al giorno).
Mi chiudo in un profondo e reverenziale silenzio, mi chiudo in una lettura, barbarica, disturbata dalla tempesta che fuori, strappa via anche i balconi.
23 - 3 - 08
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Derive 2.0

Pubblicato da V. Birra su 18 Marzo, 2008

di Vincenzo Birra

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Il cielo pende verso destra.

Sembra che il sole, impegnato nel tramonto, lo trascini con sé;
lasciando spazio prima all’indaco della sera e al nero della notte poi.
Mi chiedo se la mia felicità stia in quel cielo pendente ma
in questo tempo mal scandito mi sembra di riconoscere la felicità
in tutto come in niente.

 

 


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per un amico fraterno

Pubblicato da cb su 17 Marzo, 2008

di cb

La bilancia è di due piatti.
Non guardare solo dove pende.
Il male è sempre il più furbo.

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verifica minima

Pubblicato da cb su 25 Febbraio, 2008

di carlo brio

cosa credete voi - e lo chiedo ignorando chi voi siate - cosa credete che noi siamo qui, nel continuo quotidiano, sempre alla ricerca d’un appoggio, sin dalla postura, chi siamo in questa nientezza esposta che soffoca, noi facce demolite che sono figure di futuri crolli. Ho visto il tuo volto come una demolizione, amico, ho visto l’immagine prefossile del tuo volto tra non molti anni come il crollo della torre del desiderio, rappreso nella desolazione cornea. Ho visto il tuo volto alle cinque del mattino, amico, l’ho visto sereno, dopo una notte come un anno luce, nel mezzo della grecità d’un simposio dove si sono intraviste possibilità. Che forse allora la possibilità d’una vita stia nella possibilità stessa?

La possibilità, l’eterna coltivata.

Cosa guardate, voi, cosa desiderate? Vivete in deserti che non sapete d’attraversare, in uno squallore putrescente che non vedete più e imbellettate come s’imbelletta e colorisce un cadavere - da questa sdentatura infima cosa, voi, vedete, chi, voi, guardate. Cosa v’è d’oltre questa selva di percezioni falsificantesi, da quali destinazioni non siete mai partiti.

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02|10|07

Pubblicato da V. Birra su 23 Febbraio, 2008

di Vincenzo Birra
Il risveglio è accompagnato da un forte mal di testa scatenato dai sorrisi inebrianti dell’altra notte e dal poco riposo di questa. Cerco qualcosa che mi faccia stare meglio tra i medicinali stipati nel piccolo mobile all’entrata. Solo qui mi accorgo che la casa è vuota; Fuori nodi di gente affollano i cimiteri. Io non ci sono andato; i tumuli ospitano le speranze dei vivi, piu che le spoglie dei nostri cari e io, che non voglio gia seppellire le mie aspettative, me ne sto qua rannicchiato a rovistare inutilmente. Eppure di persone, a me note e li stipate, ce ne sono; c’è ne una in particolare, a me molto cara, che lottò contro la brutalità della mia razza. Fece un po’ da padre e un po’ da nonno anche se la sua posizione non lo obbligava a riempire ne l’una, ne l’altra stazza. Ricordo ancora il suo volto anche se purtroppo il tempo ha già rubato il ricordo della sua voce. E molte altre cose non ricordo e mi fa rabbia non ricordare. Ricordò però il suo funerale; l’insensibilità con la quale viene trattata una bara, l’ipocrisia delle persone e la miracolosa sincerità della pazzia. Il resto è offuscato e scatena la mia fantasia. Dalla finestra è ancora visibile il luogo dove si tenevano le suo lezioni, mentre il retro è ricoperto da cemento e strutture. Sotto quel cemento giacciono: polvere, tartarughe bruciate, archi, cianfrusaglie, attrezzi e spade di pirati o cavalieri chissà. L’amicizia e la famiglia erano mani sporche per una raccolta noci in autunno.

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Omicidio d’Arte

Pubblicato da francescaprea su 21 Febbraio, 2008

di Francesca Aprea

Sangue di viscere umane irrompeva sulla candida neutralità della tela, il bagliore accecante del fuoco ardeva prorompente i fili di cui è composta la tavola, patrimonio d’ arte e di creatività dei grandi che ne fecero da sterile intreccio opera illustre. Fiamme corrodono i colori e il corpo materiale dell’opera si plasma sulla scia morbida delle curve avvampanti sino al soffitto, seguendo la coltre di fumo, che da qui a poco risulterà non altro che cenere. Sangue e fuoco: i segni tangibili dell’omicidio appena eseguito. Aveva ucciso per l’arte, aveva vissuto per uccidere e ora l’arte minacciava di ucciderla. Ma la cenere era l’ignota resistenza dell’esistito, l’inquisitore delle misere anime vittime delle loro avversità, l’omicida cruento dell’irrispettato. Seppur un soffio di vento avesse disperso le singole parti in chissà quale regione, esse sarebbero esistite comunque, lontano l’una dall’altra, ma testimoni spietati di arte compiuta.

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