Si può non sentirsi a proprio agio nelle poesie di Sereni che, d’altronde, non vogliono che ci si senta a proprio agio e anzi introducono di continuo, quasi a ogni parola, un’incertezza angosciosa.
Franco Fortini
Vittorio Sereni nasce a Luino, sul Lago Maggiore, nel 1913. La terra natia e i paesaggi lacustri rimarranno centrali nella sua vita e riaffioreranno costantemente lungo l’arco del suo percorso poetico. Eppure la sua città di adozione è Milano, dove si laurea con un tesi su Gozzano e stringe legami con gli allievi del filosofo Antonio Banfi, come Antonia Pozzi e Luciano Anceschi. Dopo l’università si dedicherà all’insegnamento per molti anni prima di diventare dirigente della Mondadori. Quindi ancora una volta Milano, come per Erba, diventa il luogo di elezione per quei poeti che aderiscono, consapevolmente o inconsapevolmente, alla linea lombarda, e che si trovano ad interpretare la travagliata fase di transizione che l’Italia del secondo dopoguerra sta attraversando. Poeta di transizione, Sereni, e quindi anche poeta dell’incertezza radicale, dello sbandamento di un’intera generazione rialzatasi faticosamente sulle macerie della guerra e catapultata, senza soluzione di continuità, nell’era del consumo di massa.
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