di Vincenzo Birra
All’attesa
Questo è il vivaio dello scrittore, la sua serra di innesti ipertrofici, un tentativo, la possibilità nascosta e già seduta (scomoda) sulle accuse dei tribunali mondani.
Questa è una bugia, sorella d’altre bugie, le statuette tozze riesumate dagli archeologi e annoiate da interminabili tecoscopie.
E come se sbuffassero sotto quel casco di riccioli stilizzati.
– Dottore! Ma io non ho niente, niente di particolare.
La Storia, alle fondamenta, prima delle cronache, monta su testimonianze alquanto dubbie.
Chi ci assicura che in esse ci sia l’essenziale? Se quelle figurine di donne tonde – la pietra adiposa – non fossero le conserve della Storia, ma le dimenticanze, quelle che lasci scomparire in un angolo del frigo, a marcire di distrazione; un’altra abitudine, un piano più alto.
Bisognerebbe uscire dall’impasse del tempo e approdare alle cose senza tempo, sconosciute all’usura.
Ma qui non c’è Storia, la memoria – presupposto essenziale – non ha attecchito in questa serra, che viene consumata dal fuori, scomparendo, sotto l’impossibilità di raccontarsi. Senza memoria non c’è linguaggio, tutto è scritto in un libro, ma non importa, perché nel vivaio dello scrittore vige il suo imperio e si manifesta tutto il suo potere demiurgico. E così, in qualsiasi momento, può tornare indietro a mozzare tutte le lingue, appiattirle (grattando) e guardarle agonizzare (residuali) nella schiavitù porosa di una pomice, che ora un onda sbatte a riva, ad altre pietre, dure e nere, più vecchie di qualsiasi altra cosa al mondo ma, che non raccontano e si lasciano osservare in uno scuro silenzio. Continua a leggere ‘Distratti’














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