Archivio per la categoria 'Lemuri Nobilitati'

Distratti

di Vincenzo Birra

All’attesa

Questo è il vivaio dello scrittore, la sua serra di innesti ipertrofici, un tentativo, la possibilità nascosta e già seduta (scomoda) sulle accuse dei tribunali mondani.

Questa è una bugia, sorella d’altre bugie, le statuette tozze riesumate dagli archeologi e annoiate da interminabili tecoscopie.

E come se sbuffassero sotto quel casco di riccioli stilizzati.

– Dottore! Ma io non ho niente, niente di particolare.

La Storia, alle fondamenta, prima delle cronache, monta su testimonianze alquanto dubbie.

Chi ci assicura che in esse ci sia l’essenziale? Se quelle figurine di donne tonde – la pietra adiposa – non fossero le conserve della Storia, ma le dimenticanze, quelle che lasci scomparire in un angolo del frigo, a marcire di distrazione; un’altra abitudine, un piano più alto.

Bisognerebbe uscire dall’impasse del tempo e approdare alle cose senza tempo, sconosciute all’usura.

Ma qui non c’è Storia, la memoria – presupposto essenziale – non ha attecchito in questa serra, che viene consumata dal fuori, scomparendo, sotto l’impossibilità di raccontarsi. Senza memoria non c’è linguaggio, tutto è scritto in un libro, ma non importa, perché nel vivaio dello scrittore vige il suo imperio e si manifesta tutto il suo potere demiurgico. E così, in qualsiasi momento, può tornare indietro a mozzare tutte le lingue, appiattirle (grattando) e guardarle agonizzare (residuali) nella schiavitù porosa di una pomice, che ora un onda sbatte a riva, ad altre pietre, dure e nere, più vecchie di qualsiasi altra cosa al mondo ma, che non raccontano e si lasciano osservare in uno scuro silenzio. Continua a leggere ‘Distratti’

Pavese, da: “Lessico famigliare” di Natalia Ginsburg

di Natalia Ginsburg

Balbo, quando smetteva un momento di discutere con quei suoi amici, esponeva a Pavese e a me le sue idee sul nostro modo di scrivere. Pavese lo ascoltava seduto in poltrona, sotto il lume, fumando la pipa, con un sorriso maligno: e di tutte le cose che Balbo gli diceva, lui diceva che già le sapeva da lunghissimo tempo.
Ascoltava, tuttavia, con vivo piacere. Aveva sempre,nei rapporti con noi suoi amici,un fondo ironico,e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui s’innamorava e, non nei suoi libri: la portava soltanto nell’amicizia, perché l’amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato, era cioè qualcosa a cui non dava un’eccessiva importanza. Nell’amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d’animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere,e da non esser mai per intero se stesso: e a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango,perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso.

[...]doppio viaggio(sogno?) / ad occhi ben aperti e fermo

di Ottavio Sellitti

I

A notte angelo del mattino
buio diavolo della mente
sotto il sole chiaro.

II

il sole è annunciato da una stella
le stelle sono chiare meno del sole
ma del sole sono più
e le vorresti contare
ma non sono mai numeri
e si confondono nei loro nomi

i nomi delle stelle sono antichi
antico è chi le ha nominate

le stelle,
vestigia sulla terra
di qualcosa che non è
più grande
più piccolo
più vicino
o più lontano

le stelle,
vestigia sulla terra
dello sguardo (antico) di bestioni pelosi
che, ____ sulla terra,
____stesi
nel punto più in
_____________basso,
sentirono l’oltre
e un brivido
dalla testa
lungo la schiena
che era nell’istante prima
curva
nell’istante
ora
ritta! Continua a leggere ‘[...]doppio viaggio(sogno?) / ad occhi ben aperti e fermo’

Memorie salvate dalla “quasi dimenticanza”

di Vincenzo Birra

Ci portarono a lavorare con la promessa di una balneazione.
Ci portarono a giocare con giochi usati da altri bambini, posati in una stanza a lato di una piccola chiesa americana protestante.
Montavano ventilatori per raffreddare la chiesa calda.
Tutta bianca. La separava dal mare la strada e la giostra dei cigni a scontro.
Nel mare salatissimo aleggiavano meduse di plastica; che ribrezzo!
Ancora una volta ho venerato il tuo coraggio: l’ardire con cui strappasti via dalla gamba la crosta di sangue sfidando il bruciore dell’impatto con l’acqua. Continua a leggere ‘Memorie salvate dalla “quasi dimenticanza”’

Memoria (mio e basta)

di Gian Maria Fiori

Ricordo qualcosa…non che sia io a ricordarlo – dato che l’atto mnemonico è in parte inconsapevole, quasi arbitrario – ma è una parte di me che ricorda. Rammento, di tutte le volte che sono stato davanti ad un quadro, il mio desiderio di fissarne particolari che a me risultavano notevoli, che lo caratterizzassero; ma i miei sforzi erano frustrati dall’accorrere di particolari di poco conto, che la mia memoria aveva racchiuso in segreto in un remoto anfratto della sua arbitrarietà; mi sono reso conto che non abbiamo la facoltà di trattenere in noi prodotti esterni dell’esistenza, è impossibile al momento del distacco dalla fonte del nostro piacere, avere la certezzà di averne incamerato quelle caratteristiche a noi utili e necessarie.

Ricordo un musicista, sul palco di un teatro, ricordo il cellulare di qualcuno che squilla, e il musicista che interrompe il pezzo, e spazientito abbandona la sala…non ricordo cosa avvenne dopo, nè cosa era successo prima; ricorderò per sempre quel musicista, perchè quello fu un momento perfetto; era così umano nel suo disprezzo verso di noi!
Continua a leggere ‘Memoria (mio e basta)’

Domina


di carlo brio

 

Che la domanda sia: poiché abbiamo vinto, abbiamo perso?

La memoria, l’ancoraggio delle stirpe ai percorsi delle migrazioni continentali, delle stupefazioni e delle prime meraviglie, si è fatta opaca, se non vogliamo ammettere d’averne perso la mappatura.

La memoria.

La memoria è stata qui dissepolta.

Gli elefanti hanno una memoria che ricorda la loro mole, vasta quanto il cuore dell’Africa che percorrono da millenni. Le migrazioni, essi, non le hanno dimenticate, le vie, pur non tracciate, pur spazzate via da secoli di vento e chilometri di terra rossa, non sono state perdute e le migrazioni, ad ogni stagione, giungono all’acqua. Non dimenticano le leggi. Non dimenticano.

Non sanno, ma ricordano. Sono monoliti di carne polverosa, pietra della savana che è viva. Ricordano.

Un addestratore di elefanti, in un circo praghese ad inizio secolo, maltrattò uno dei pachidermi che aveva il compito di accudire e preparare per gli spettacoli, usò la sferza con eccessiva violenza, in un scatto d’ira ingiustificato. L’elefante maltrattato non reagì, ciondolò la proboscide per sfiatare il dolore, e l’irritazione, e di sera estasiò il pubblico con le sue acrobazie. L’addestratore era soddisfatto, gli applausi che erano per le bestie credeva fossero per lui, abusava anche di questo, rideva come a contenersi, ma strabordava in superbia fin oltre i baffi arricciati, addestrava i suoi animali e non li conosceva. Gli elefanti hanno memoria. Non dimenticano. Cinque mesi dopo trovarono l’addestratore riverso nell’ampia gabbia utilizzata per le prove, il torace sfondato e la testa a qualche metro di distanza. In un angolo, gli occhietti sereni tra le pieghe della pelle, l’elefante giocoliere, l’applaudito.

In branchi, che sollevano torri di polvere, con i piccoli al centro della colonna, viaggiano per chilometri e per anni come una carovana più antica e meglio collaudata e, poiché non sovvertono la memoria, a guidare la colonna è un’elefantessa, la matriarca del branco.

A diverse latitudini un’altra specie, l’umana, si organizza secondo schemi diversi, collaudi che durano da sempre, è interessata al proprio passato, i millenni ricoprono ciò che è stato, esiste la necessità di specializzare alcuni gruppi in un’attività di recupero, l’archeologia, ma quanti usufruiscono dei frutti degli scavi, delle ricerche, dei disseppellimenti? Gli umani dimenticano. Continua a leggere ‘Domina’

Aggiunta inevitabile

[...]

Piango i monaci credenti in una società diversa massacrati dai capitalisti rossi.

R.I.P.

Grazia Deledda, può un Nobel venir dimenticato?

di Valentina Fiori

Grazia Deledda, la grande scrittrice sarda, appare scomparsa dalla maggior parte delle antologie scolastiche e dimenticata da buona parte della critica, eppure si dovrebbe essere orgogliosi di lei, in quanto è stata la prima ed attualmente unica scrittrice italiana ad essere stata insignita del prestigioso premio Nobel per la letteratura.
Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871, in una famiglia benestante, è la quarta di sei figli; intrappolata nella minorità sociale in cui era relegata la donna in quegli anni e in quell’ambiente, suo malgrado segue pochi studi regolari, fino alla quarta elementare.
La sua adolescenza è contraddistinta da gravi problemi familiari e fu forse in seguito a queste difficoltà che si accentuò nella Deledda il carattere sognante che la fece rifugiare nella lettura. Ci fu in lei un ripiegamento interiore che le facilitò lo svilupparsi di una fantastica, sognante e protratta adolescenza, piena di vagheggiamenti romantici. Continua a leggere ‘Grazia Deledda, può un Nobel venir dimenticato?’

02|10|07

di Vincenzo Birra

Il risveglio è accompagnato da un forte mal di testa scatenato dai sorrisi inebrianti dell’altra notte e dal poco riposo di questa. Cerco qualcosa che mi faccia stare meglio tra i medicinali stipati nel piccolo mobile all’entrata. Solo qui mi accorgo che la casa è vuota; Fuori nodi di gente affollano i cimiteri. Io non ci sono andato; i tumuli ospitano le speranze dei vivi, piu che le spoglie dei nostri cari e io, che non voglio gia seppellire le mie aspettative, me ne sto qua rannicchiato a rovistare inutilmente. Eppure di persone, a me note e li stipate, ce ne sono; c’è ne una in particolare, a me molto cara, che lottò contro la brutalità della mia razza. Fece un po’ da padre e un po’ da nonno anche se la sua posizione non lo obbligava a riempire ne l’una, ne l’altra stazza. Ricordo ancora il suo volto anche se purtroppo il tempo ha già rubato il ricordo della sua voce. E molte altre cose non ricordo e mi fa rabbia non ricordare. Ricordò però il suo funerale; l’insensibilità con la quale viene trattata una bara, l’ipocrisia delle persone e la miracolosa sincerità della pazzia. Il resto è offuscato e scatena la mia fantasia. Dalla finestra è ancora visibile il luogo dove si tenevano le suo lezioni, mentre il retro è ricoperto da cemento e strutture. Sotto quel cemento giacciono: polvere, tartarughe bruciate, archi, cianfrusaglie, attrezzi e spade di pirati o cavalieri chissà. L’amicizia e la famiglia erano mani sporche per una raccolta noci in autunno.

Alleanza Elettorale

Ricordiamo che sia la defunta Allenaza Nazionale(ora confluita nel Popolo della Libertà), partito di Gianfranco Fini, sia Forza Italia(ora Popolo della Libertà), partito di Silvio Berlusconi, sono stati alleati con il partito della Lega Nord, cioè con questa gente qui, nelle elezioni del 1994, 1996, 2001, 2006 e lo saranno nelle prossime dell’aprile del 2008.

Ad un amico

di Francesca Aprea

in memoria

Un uomo muore
una rincorsa
e giù
con la testa fracassata
e il volto insanguinato

Lo conoscevo
l’umiltà prima tra le sue
virtù

Silenzio
solo
Silenzio
tra grida di strazio
e lacrime amare
dove la pietà
incide un segno indelebile
e la sofferenza
diventa tragica follia

Ho pianto
per i martiri suicidi
e per chi confonde
il peccato con il dolore

Riposa giovane Uomo
che la paura mai più trafigga
l’animo tuo
come saetta
che la vita mai più ti terrorizzi
che tu possa trovare
Pace

Pianto Generale

(Avvicinamento a un dolore)
di Ottavio Sellitti
Piango i versi del timido poeta.
Piango le pagine bruciate da uno scarafaggio praghese.
Piango i perduti carmi della lesbica Saffo e del lesbico Alceo.
Piango i distrutti Vangeli Apocrifi.
Piango il combustibile delle fiamme di Alessandria.
Piango le lettere pensate e non scritte, meglio riposte, malpensando, nel fondo di un cuore spento.
Piango le perdute parole vergate dagli uditori di Aristotele, da quelli di Platone e le mai vergate parole di Socrate, perché invergabili.
Piango le armonie piangenti crocifisse ad un muro da cento proiettili dai cattolicissimi franchisti.
Piango il Capolavoro di Federigo Tozzi, fuggito via da una finestra aperta, nell’aria fredda.
Piango la brutta copia della Divina Commedia, ormai fluita negli atomi di terra coperta da ombre di palazzi e scale.
Piango Beatrice intuita e non conosciuta.
Continua a leggere ‘Pianto Generale’


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Niente è vero tutto è permesso

Un Aforisma

Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

Un dialogo

-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

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