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Linutile Libreria
cb sta leggendo: Theodor W. Adorno, Minima Moralia
8avio sta leggendo: William S. Burroghs, Pasto Nudo
Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.
Eugène Ionesco.
Memento (cb)
Emil Cioran: Sogno una lingua le cui parole, come pugni, fracassino mascelle…
di questo tempo buoi
non v’è da vedere molto il cristallo
di questo tempo buoi aggiogati
polvere siamo spellati
i muscoli arroventati
la faccia un disegno argomentato
gli scavi le perforazioni le gote
disegno in ogni tempo d’ogni tempo
non v’è
da aspettare il pizzo bianco e la cataratta
il disegno la faccia scassata
contro la roccia grigia, unica, ultima
Ma se lo sai decifrare.
Se lo sai.
Ammesso tu sappia chi sia ch’io mi rivolga ammesso
tu ____mi ____veda
Le sigarette bruciate enumerano le angosce quotidiane
l’albero verde e nero nella notte nera
l’albero solitario
muto impenetrabile
siamo fratelli, l’uguale faccia sul tronco
le braccia piegate in preghiera verso l’alto
il volto nero della notte viola
profondissima
maggioritaria quanto me
seppure picchio la testa sul taglio
la ferita in un quadro ma mia
la preghiera d’un albero
ma la mia. __________Anche.
così si potrebbe rimediare al gelo,
sento freddo ed è luglio
sento freddo e m’incammino Leggi il seguito di questo post »
lavammo il sangue con
le pietre del mattino
poi sotto rade fole ci chinammo
senza vedere i volti che l’acqua
che non vedi ora ma la ricordi
specchiava nei giorni
dell’agosto di grano e dei campi
che non ho visto se non
nelle fantasie antiche di giorni d’agosto
dove il regno era delle mosche
e la calura il morte divenuto regina. poi
davvero
sparimmo, tra la parete separata
di quello spazio che non c’eravamo conosciuti
lo spazio della parete che chiami infinita
che lo è come lo spazio
e così sorseggiammo l’amaro fiele
della piccolezza che ci fu
da scontare a poco a poco o
presto presto, banale o no
ma la pena, al primo,
ci è stata imposta come il marchio che
di notte, nello scurore della notte,
perché non fosse vista, perché
troppo lo scandalo
della pena. Leggi il seguito di questo post »
L’idea dalla quale è partita la mia sincera collaborazione con Linutile nasce dal nome stesso che si dato il sito: Linutile, appunto. Non si può leggerlo senza pensarci su almeno per un po’, senza restarne imbarazzati, persino infastiditi, e con la smania di cancellarlo dagli occhi, di scrollarselo di dosso come una zanzara. Infatti ci si sofferma su una parola a prima vista gettata lì per caso in maniera provocatoria, ma che in un blog di letteratura tradisce subito uno stridore, e pone il lettore di fronte ad un contrasto incalcocabile: cosa c’entra l’arte con l’inutilità? Linutile è un nome autoironico, certo, ma talmente dissacratorio da trasformarsi in riflessione, in ponderazione perplessa, tanto incombente da risultare serissimo, impegnativo, persino ingombrante in un mondo sempre più desemantizzato. Ma il dubbio amletico, l’aut-aut, utile o arte, è tremendamente attuale. Perché l’arte sfugge, per sua natura, proprio alle categorie moderne dell’utile e dell’inutile, con le quali si misura ormai il valore di ogni persona e di ogni cosa quotidiana, e dalle quali sembrano dipendere le logiche predatorie della società contemporanea, in un orizzonte culturale entro cui l’uomo è e deve essere null’altro che produttore e consumatore allo stesso tempo, autofago impenitente. E allora da qui l’idea di costruire un avamposto silenzioso nel deserto della comunicazione moderna, come resistenza non-violenta contro tutto ciò che è artificio e appiattimento sociale, perché, in un mondo che assomiglia sempre più ad uno ‘stato di natura’ istituzionalizzato, la violenza, come soppressione o impulso di dominio sull’altro, non si manifesta più attraverso lo scontro fisico, ma innanzitutto attraverso le armi individualistiche dell’utilità e della convenienza, del profitto e dell’interesse, che strutturano verticalmente la società e riducono la persona ad un contenitore muto di ambizioni personali e desideri materiali da soddisfare nella maggiore misura possibile e contro chiunque sia di intralcio.
Paragraph #3: Reazione di Respirazione (Vale come crash test per un progetto futuro)
Phil sta infilato con la testa sotto il letto, tenta di tirar fuori il telefono (che squilla) incastrato tra alcuni pacchi. Poi ci riesce; dalla cornetta si sente una voce flebile ma isterica (stanca):
«Ricorda di passare dalla clinica per la visita»
Nella voce si nasconde la premura di una madre o di una sorella maggiore, ma questo non importa; la chiamata si chiude senza un “Come Stai?” o un semplice “Stammi bene. Ciao”.
In macchina, sulla strada per la clinica, Phil ricorda la sua prima volta in quel posto; era ancora un bambino che accompagnava la madre a far visita ad un parente. Ricorda (sulla strada) un capannone, mercato di tappeti persiani ed un bowling che aveva l’aspetto polveroso di una stazione di benzina texana.
Arrivato alla clinica fa un giro nel giardino interno (lo ricordava più pauroso) e poi sale con l’ascensore al terzo piano. Aperte le porte dell’ascensore Phil viene bloccato sul corridoio da una folla di giovani stretta (a semicerchio) intorno a un giovanile dottore. Leggi il seguito di questo post »
Vi prego; fuggite lo specchio1, quando comparirà un linea
sottile di un colore nuovo (il cozzare di spade che avete
sentito tempo fa non potevate nemmeno ipotizzarlo).
Dopo la nuova configurazione delle forme abbiate pazienza e coraggio,
ascoltate le proteste dei vostri contraffattori.
Poi, prima che la superficie riflettente inizi a incrinarsi, fuggite
Phil vive in un piano ammezzato tra il quinto e il tetto di un palazzo nero bitume e tetto piatto, rosso. L’ammezzato è poco più grande di qualche metro quadro: una stanza di quattro pareti bianche, screpolate; sulla destra un piccolo letto, segue una finestra con scrivania annessa, poi, uno scaffale metallico, grigio, da officina meccanica. Lo scaffale ospita qualche quaderno da disegno e tutti gli altri strumenti dell’attività, sparsi sui vari piani e (tutti) sporchi di vernice secca. Ci sono (poi) barattoli di vernice, pesante, al piombo, molte cianfrusaglie metalliche spaiate, un vecchio giradischi e un quarantacinque giri di silenzio screziato da un formicolio piacevole.
Colgon gli occhi a occidente il sole
tramonta adagiato _______________al mare
gli ultimi suoi raggi regala
al setaccio delle nuvole
che splende di tenui colori
Colgon gli occhi a occidente i colori
strappan nella notte
figure che sono mitiche _____che sono enormi
per le sfere del cielo galoppano
ora fondendosi
ora sparendo
in un attimo
Colgon gli occhi a occidente un pensiero
E le braccia ______lungo i fianchi __________cadono
e le lacrime colgono gli occhi
- È la fine del giorno - Leggi il seguito di questo post »
E come ti aspettavo sei venuta
con un viaggio di stelle negli occhi:
la notte dirada e scendi nel tempo
a questi tetti bassi, questi paesi
che si sfiorano dentro una finestra. Leggi il seguito di questo post »
Accanto a finestre che sporgono nel vuoto
Ascoltando battere di tasti a intervalli regolari,
con una catenina che avvolgo tra le dita.
I pensieri si mostrano come circolari.
Chiedono, poi abbandonano
Poi si impongono sfacciati.
V’è quella banca e chi passa rasente il giardinetto.
Ma sono quegli oggetti lungo il davanzale
Che non tollerano più d’essere ignorati.
in bilico tra il vuoto
e il pieno,
perchè quel che vuoto
è pieno, è pieno di vuoto
Un attimo
uno statico che è divenire
conchiuso e di lì
trascende
eterno, infinito:
fuori tempo e spazio
dove
spazio e tempo sono
senza
tempo e spazio.
Sempre Presente
ma passato preistorico
e avvenire
già scritto Leggi il seguito di questo post »
La polluzione elettrica s’insinuava nella notte metropolitana in vibrazioni soniche che irradiavano dal locale anonimo e fumoso, raggiungendo i tetti dei grattacieli che ingabbiavano la città. Spiv ascoltava i sudori della Gibson dalla finestra del suo appartamento, al terzo piano dell’edificio: l’aria fresca e il vicolo buio erano l’ideale per fumare una sigaretta e riposare la mente. Quest’ultima operazione, tuttavia, fu impossibile - il tentativo stesso era un fallimento.
Il chitarrista guadagnava la sua serata regalando un po’ d’amore alle anime incerte che affollavano il locale, il capo chino, i capelli che nascondevano il viso commosso alla vista degli avventori: regalava un po’ d’amore e non lo sapevano. Ginger serviva ai tavoli: regalava fantasie erotiche per un seno intravisto e un culo scolpito nella minigonna di latex.
L’illuminazione insufficiente, destinata a poche lampade al neon distribuite in modo che alcuni angoli fossero più illuminati di altri, immergeva il locale in una confortante penombra.
Il locale era pieno.
Ginger fece segno a Bill ch’era in pausa. Questi mise un bicchiere al bordo del banco e tornò alle facce che imploravano alcol. Ginger vuotò al volo il bicchiere e, trovato un angolino libero, s’accese una sigaretta. Prima d’uscire, si chiese che faccia avesse il ragazzino che suonava.
L’aria fresca e il buio del vicolo accolsero quelle gambe chilometriche.
Gustavo Mendez era da poco sceso dalla metropolitana e s’aggirava nei rigagnoli della notte metropolitana. Cacciava senza premeditazione: annusava l’aria e cacciava, solo. Gustavo Mendez era un lupo.
Annusò l’aria.
Sentì la carne. Leggi il seguito di questo post »
(Il primo paragrafo (#0) è noioso e comunque da pubblicare postumo affinchè io non debba ripeterlo inutilmente)
[Una voce fuori campo: «POTETE AMMIRARE ALLA VOSTRA DESTRA LE SONTUOSE VILLE DEI MATRICIDI, PARRICIDI E DEL FRATELLICIDIO.]
Arrivato alla spiaggia Phil si guarda intorno: sulla sabbia, come ombre si muovono figure indistinte di persone. Tra la folla, la figura atipica che Phil sta cercando Nimrod.
Nimrod è il possibile risultato di un evoluzione biologica. Il corpo, dalle spalle in giù, è di uomo, distinto per giunta: mocassini e doppiopetto grigio topo, il panciotto nero copre per metà la camicia bianca stretta al collo da una cravatta rosso cardinalizio. Leggi il seguito di questo post »