La trans-politica e l’avvento della videocrazia

La trans-politica e l’avvento della videocrazia

 

‘Onorevole Bindi, lei è più bella che intelligente’

(Silvio Berlusconi)

Qualcuno si sta chiedendo perché alcuni degli ultimi scandali politici hanno avuto come sfondo una vicenda sessuale? Perché mai i sex-gates, le escort e i transessuali abbiano finito per influenzare la sorte dei nostri governi? Perché il sesso è la cosa più privata che esista, uno degli aspetti della persona che il senso del pudore e il sentimento della vergogna ben si preoccupano di mettere al riparo da ogni indebita intrusione e da ogni esposizione pubblica. Non a caso la vita sessuale – e più largamente quella familiare – dovrebbe costituire il terreno maggiormente coperto dall’ombrello protettivo della privacy, pur non rinunciando ad essere un elemento costitutivo della nostra identità e della nostra immagine sociale. Mai come oggi, tuttavia, il sesso è entrato nei palazzi di potere, in una torbida con-fusione di quei confini tra sfera pubblica e sfera privata che la filosofia dell’ottocento si era affrettata a costruire con l’avvento degli stati liberali. Sotto questo punto di vista la vicenda di Marrazzo, che ha per protagonisti quattro ricattatori ed un transessuale, è quanto mai paradigmatica e restituisce tutto il senso del degrado nel quale sta versando la nostra società. La mescolanza dei codici sessuali che il transessuale riproduce in sé ben si presta a rappresentare un nuovo grado della politica che io definirei trans-politica, cioè una nuova dimensione del potere nella quale interessi pubblici e aspetti privati vengono a comporsi in un’ibrida identità e in cui allo smantellamento delle vecchie e solide impalcature ideologiche di un tempo subentrano fenomeni di trasformismo parlamentare, rimescolamenti continui, incerte identità politiche. Questa trans-politica non è un fenomeno isolato dei governi,  ma al contrario finisce per estendere i suoi effetti nocivi anche alle altre istituzioni democratiche, sottoponendo la loro indipendenza ai tentativi di cooptazione politica, come dimostra il conflitto personale avviato da Berlusconi contro Napolitano e contro la Corte costituzionale nell’ambito del lodo Alfano. Così l’unico elemento aggregante intorno al quale sembrano consolidarsi e sfaldarsi le alleanze politiche degli ultimi quindici anni è proprio quello personalistico. All’origine del carattere prettamente sessuale degli scandali che hanno riempito le pagine dei giornali negli ultimi mesi è infatti possibile identificare un fenomeno sempre più radicato nella nostra cultura che è la personalizzazione della politica e la conseguente sovrapponibilità di pubblico e privato. Si tratta di un fenomeno che affonda le sue radici nella crisi della seconda Repubblica e che trova la sua naturale manifestazione nell’avvento del berlusconismo agli inizi degli anni ’90. Berlusconi è stato il primo uomo politico a non identificarsi in nessuna ideologia preesistente, ma a crearne una propria plasmandola direttamente sulla propria immagine personale e trasferendo ad essa i suoi metodi individuali ed aziendalistici. In breve, la persona si fa partito ed idea politica sfruttando l’amplificatore naturale dei media televisivi. Tuttavia la personalizzazione dei sistemi di potere di per sé non è un innocuo fenomeno di costume da confinarsi ai modi e alle forme entro cui si manifesta la politica.  Esso comporta al contrario due effetti collaterali di capitale importanza per ogni regime democratico: da un lato l’impoverimento del dibattito politico, laddove lo scontro tra maggioranza ed opposizione non si misura più sul terreno delle riforme sociali all’interno dei parlamenti, ma sulle vicende private delle controparti e sulla demonizzazione degli avversari all’interno di siparietti televisivi allestiti per l’occasione; dall’altro lato, se la politica si piega sempre più agli affari privati, gli interessi individuali e collettivi di milioni di elettori risentono di una inevitabile crisi rappresentativa, alimentando così il rischio di derive autoritarie, sopratutto se l’investitura popolare si presta ad essere l’unico fondamento di legittimazione politica ed ogni altra forma di partecipazione popolare o di controllo diretto sull’operato dei governi viene estromesso dal circuito democratico. Siccome in questo processo di personalizzazione del potere non sono più la moralità pubblica o l’etica sociale ad ispirare il comportamento dei governanti, è l’interesse privato a sconfinare nel campo dell’interesse pubblico snaturandolo. Vale a dire che i valori pubblici soccombono a quelli privati, vi si confondono, e quelli privati di alcuni gruppi o di alcune persone ascendono alla sfera pubblica fino ad orientare l’attività legislativa, come suggerirebbero le leggi ad-personam degli ultimi dieci anni. I governi e le amministrazioni finiscono così per somigliare ad estensioni di piccole cerchie familiari o peggio a cast televisivi, entro cui l’assegnazione delle poltrone e degli incarichi ministeriali viene a determinarsi sulla base di amicizie, favori sessuali e rapporti privati di lavoro. Uno dei luoghi in cui si consuma questa ibridazione tra le due sfere è sicuramente lo schermo televisivo nel momento in cui spettacolarizza e moltiplica all’infinito ogni aspetto privato fino a conferirgli valore pubblico. Il mondo dello spettacolo e quello della politica diventano dei veri e propri universi comunicanti, in cui tutto ciò che è immagine passa a  trasformarsi in strumento di costruzione o decostruzione di potere, arrivando così a generare modelli narcisistici che degradano la funzione degli spazi di confronto democratico, come i partiti o le istituzioni di garanzia, e che privilegiano lo scontro dei ‘personaggi’ della scena politica. Di conseguenza a fondare la credibilità degli uomini politici non sono più le loro idee, ma le loro ‘persone’, i loro atteggiamenti esteriori, come i tic, le abitudini private, gli orientamenti sessuali. In questo scenario l’avvento di un regime videocratico appare ormai prossimo, se non già avvenuto. Vale a dire società trans-politiche, democraticamente deboli, fondate sulla esposizione dell’immagine personale dei politici, sul velinismo al potere, sulla riduzione del corpo a strumento di baratto e ricatto politico, sull’uso privato del potere pubblico. In una società videocratica l’uso della propria immagine e quindi del proprio corpo, che è quanto di più privato possiamo conservare, può diventare un’arma nelle mani del potere con cui minacciare altri politici o consolidare il proprio consenso.  Non basterà un ricambio generazionale nella classe dirigente a cambiare le cose, né tantomeno a frenare le deriva. La commistione tra pubblico e privato è una caratteristica delle società decadenti, è un sintomo evidente del collasso di un sistema morale. Ogni speranza che maturi un cambiamento nel giro di pochi anni si rivela solo una nostalgia d’altri tempi.

Exit

Di  Marco Aragno

supermarket

Forse ci risveglieranno dal neon
tutte quelle dita, il fruscìo che fanno
quando sfogliano copertine
di riviste patinate sugli espositori
ai lati di bianchi corridoi.
Ma non sono da abitare
gli scaffali, le file interminabili
di carrelli riempiti da mani veloci
e poi svuotati nel silenzio dei parcheggi.
Anche l’altoparlante annuncia
che è l’ora di andarsene, di tornare
all’antico conforto delle case
agli interni con televisore.
E più perse saranno le madri
dei figli che disperate cercheranno
nel brusìo, all’uscita dei supermercati.

Non succederà più nulla adesso

Di  Andrea Inglese

Non succederà più nulla adesso

non aspettare crescita, taglio di veli

notti con un diverso finale.

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Il libro dei vent’anni – Silvia Avallone

Di   Marco Aragno


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Tutto continuava a parlare nel piccolo orto.

Ovunque le cose chiamavano le loro parole

E le parole correvano a dire, volavano piano

[…]

e volevano bene alle cose

(Silvia Avallone)

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Gigi Marzullo intervista Marco Aragno

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Ci siamo anche questa notte cari amici della notte di Raiuno, per chi è ancora sveglio, per chi non ha voglia o non può dormire, per chi vuole sapere di più questa notte di Marco Aragno, poeta, mugnaio, collega. Ci sono attimi che sembrano eternità e altri che lo diventano. A proposito di tempo, signor Aragno, a ricordare troppo si dimentica di vivere il presente?*

Credo proprio di no. Ha presente la teoria di Einstein? Non esiste la contemporaneità di un evento rispetto a due osservatori posti in due punti diversi dello spazio. Ciò che per uno è presente, per l’altro è già passato, o viceversa. Il ricordo, nella mia personalissima visione, agisce come la luce. Ogni evento che si spiega attraverso la luce nello spazio arriverà sempre in ritardo rispetto al punto da cui si è generato. Quando arriva, è gia ricordo di sé. Quindi credo che la memoria non sia una dimensione alla quale si può volontariamente rinunciare in nome di un’edonistica visione dell’attimo, proprio perché fa parte della nostra condizione umana, ci appartiene. Viviamo, per così dire, in un ricordo permanente del mondo. E’ dalla luce del passato che si genera il presente. Ogni gesto, ogni parola viene dal passato, filtra attraverso le cose che sono già state, giunge fino a noi. Rinvio, comunque, alla lettura del mio testo Illusioni Notturne. A volte una poesia dice più di tante spiegazioni.

Gli anni rappresentano una condanna o una conquista?

Sa, ultimamente mi sveglio bruscamente nella notte. A svegliarmi non è la canicola di questi giorni o la luna piena. E’ un’ansia, o meglio, un’ansietà. Qualcosa che mi rincorre dal passato, si accumula nella mente e mi opprime nel sonno. Lei si chiederà: il peso degli anni? Non credo, non ho vissuto abbastanza. A farmi rigirare nel letto è, invece, la riduzione dei mondi possibili. E’ come se andando avanti, giorno dopo giorno, le possibilità della mia esistenza, anziché moltiplicarsi, si riducessero sempre più. Più passano gli anni, più la vita imbocca una strada evitandone altre. Il giardino dei sentieri che si biforcano di J.L.Borges, conosce? Qualcosa di simile. Quindi gli anni, il tempo in sé, sono una condanna che conduce, ahimé, all’unica possibilità che ci accomuna indipendentemente da qualsiasi scelta: la morte.
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The king of Mutation

Di Marco Aragno

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E’ morto Michael Jackson. Sì, ma quale? Il negretto dell’Indiana dal naso camuso che fece parlare di sé in una recita scolastica a cinque anni? Il ballerino indiavolato di Thriller, l’album da 100 milioni di copie che lo consegnò per sempre all’olimpo della cultura pop? Oppure il mostro sbiancato, l’involucro di gomma, il fantasma triste che compariva e scompariva alla televisione, costretto dalle accuse di pedofilia a rintanarsi nella sua Neverland? A guardare quel fisico gracile sottoposto agli ultimi tentativi di rianimazione, si ha la  sensazione che non sia morto un uomo, ma si sia semplicemente interrotto il processo di metamorfosi di una strana creatura, immortalata nella sua ultima, fragile forma.  Una creatura che aveva rinunciato alla sue origini umane per consacrarsi ad un’immortalità perversa, quella di chi si autocondanna a vivere per sempre nel limbo purgatoriale delle immagini, negli interstizi bidimensionali dello schermo, sulle copertine patinate dei tabloid, nei fruscii dei compact disk.  Allora ci si rende conto che ad andarsene non è stato Michael Jackson, oggi più vivo che mai, ma solo il simulacro parlante con cui si prestava alle domande dei giornalisti e si offriva alle aule dei tribunali, definitivamente svuotato di ogni residuo umano, trascinato in una spirale di trasformazioni fisiche e operazioni chirurgiche che ne hanno minato per sempre la vera immagine, lasciando solo uno scarabocchio, una faccia cancellata e ridisegnata a colpi di bisturi. E’ il prezzo da pagare per chi, come lui – e come lui Elvis Presley – ha sacrificato la corporalità per trasmigrare nell’interregno dei media, per trasmutarsi in una star che prendesse eterna luce dallo scintillio sfavillante dei costumi, dal bianco dei riflettori, dalla luminosità artificiale del neon. King of Pop, sì. Ma anche il Re della Metamorfosi, quella che vede protagonista un uomo nato nero ma desideroso di farsi bianco, oppure maschio che vuole assumere su di sé anche le fattezze di donna, caleidoscopica materializzazione di un ibrido tutto americano, di un melting pot patologicamente e straordinariamente riassunto in un unico corpo attraverso cui potessero passare le contraddizioni ed i simboli made in USA: la voce di un povero che si fa musica, il ghetto di Harlem che incontra i grattacieli di Manhattan, lo schiavo nero che diventa wasp. Ed è così che il volto di Michael Jackson, in continuo cambiamento, riflette l’esito mostruoso e drammatico di questo meticciato culturale che ha portato, in secoli di battaglie per l’ integrazione, a Obama presidente. Jacko ne ha rappresentato un punto di transizione fondamentale. Forse il più traumatico e favoloso. Dopo una muta sofferente, ha abbandonato la sua pelle nera per rivestirsi di bianco, restando col cuore di un nero. Ibridazione meravigliosa del suo fisico, ma anche della sua immagine, schiacciata tra la fama di benefattore e l’infamia dell’orco, tra il Bene e il Male. Perché l’America è anche questo ossimoro vivente. E sui grandi divi americani – come lo stesso Charles Manson –  si addensano sempre nubi di sospetti e clamori mediatici che contribuiscono a mitizzare ancor di più la loro figura, a renderla doppiamente impenetrabile, divinamente oscura. L’uomo Michael Jackson non è morto pochi giorni fa, ma molti mesi, anni fa, quando ha rinunciato ad essere un uomo per farsi simbolo vivo e mostruosità ambulante di un’America torbida e meravigliosa.

Ipocentri/2

Cancellata, la luna si riforma
nel tuo monile che mantiene acceso
il globo di questa stanza. Mi tengo
in un lungo risveglio
sull’unghia delle cose, sulla pelle
che cerco con un’ansia da cieco.
——————————— Non so
se qualche mano scava sopra di noi
se mai fui fuori per davvero, nel grande
specchio che risplendeva un volto
lontano da me.

Ipocentri

La terra lagrimosa diede vento,

che balenò una luce vermiglia

la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

(III Canto, Divina Commedia)

Non qui, dove i lampioni ci portano
un cielo basso senza stelle, non qui si destano
i volti nelle auto parcheggiate. Un rombo
ha fatto crollare tutte le scale, e poi nulla
più nulla da salvare – lungo le corsie
di un ospedale deserto.
————————— Guardavo il bicchiere
rovesciato, i capelli della ragazza, la mano che pulisce
sotto un sole d’estate. La folla del centro.

I rischi della democrazia

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Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere? Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. L’eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche considerarle come un beneficio. Così, dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo.

(Alexis de Tocqueville, La democrazia in America)

Le parole che cambiano il mondo

Di  Marco Aragno

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Quelli che ieri sera, tra le ventuno e le ventidue, hanno impugnato coraggiosamente il telecomando per sintonizzarsi su Raitre, hanno avuto la fortuna di assistere ad una lezione di vita e di letteratura, oltre che di giornalismo. Alla faccia dei reality e dei palinsesti televisivi. Di questi tempi, non è facile che la televisione metta da parte l’auditel per dedicare un’intera serata alle parole di Roberto Saviano, dando l’impressione, almeno per un po’, che la comunicazione televisiva abbia ancora la forza di bussare alle coscienze dei telespettatori. Una volta tanto, a solleticare le curiosità dell’ascoltatore non è solo la vita sottoscorta dello scrittore, la sua martirizzazione mediatica, i morti ammazzati sulle prime pagine dei giornali. Ma un volto inquadrato in primo piano. Uno di quelli che ti incolla al televisore per quasi due ore. Ti ipnotizza. Ed ogni parola pronunciata in studio si sospende nell’aria, vibra, entra in tensione col pubblico, occupa un silenzio durato troppo a lungo. Con questo silenzio si è seppellita ingiustamente una memoria. Come quella di Don Peppino Diana, o del carabiniere Nuvoletta, sconosciuto fino a ieri sera, che ha avuto solo la disgrazia di portare come una stimma insopportabile il cognome di un camorrista. E per rendere giustizia a tutti quegli eroi che silenziosamente hanno combattuto la camorra al prezzo della vita, bisogna anzitutto riportare a galla la verità, come fosse un cadavere scomodo. E lo si fa distinguendo le parole. Così la verità diventa un campo di battaglia, un luogo dove si scontrano parole diverse. Da un lato le parole-menzogna che mitizzano folcloristicamente sulle gazzette locali le gesta epiche dei boss, la loro fama di sciupafemmine, i loro gesti da grandi benefattori. E, dall’altra parte, le parole di Saviano, quelle che spiegano chi è stato veramente Don Diana, quelle che sdoganano la camorra portandola fuori dai confini locali, per ricordarci che non si tratta di una parola fantasma, ma di una parola che va riempita di contenuti reali, come le connivenze politiche, il pizzo, le gare di subappalto, le discariche abusive, la tragica ordinarietà del sospetto e del timore a cui sono condannati migliaia di cittadini campani. Allora il grande compito al quale è chiamato uno scrittore ed un vero giornalista come Saviano è vincere questa battaglia di parole, raccontare senza filtri ideologici e pregiudizi culturali, portare la luce della propria testimonianza su quelle zone di penombra che per indifferenza o connivenza sono state nascoste troppo a lungo. I camorristi lo sanno bene. In un epoca globalizzata dove il consenso passa attraverso facebook, il loro potere non si costruisce soltanto sulla paura, ma anche su una strategia comunicativa che sappia distorcere la realtà fino al punto di  invertire le categorie del bene e del male, facendo apparire Don Diana un prete connivente o Saviano come un traditore della sua terra. In una sola parola, diffamando. C’è allora un elemento imprescindibile da difendere con le unghie almeno quanto la vita stessa, che è, come ci ricorda Enzo Biagi, la verità dei fatti. Quelli, almeno, non cambiano con le parole. Ed i fatti ci dicono che Don Peppino Diana è stato un eroe che ha avuto il coraggio di denunciare la camorra, che Saviano è al centro del mirino da tre anni per aver pubblicato un libro-denuncia sulla rete affaristica più grande e potente che un’organizzazione criminale abbia saputo costruire in Europa. Allora, a volte, le parole, come quelle di Gomorra, non offendono ma difendono la verità. E mettono paura più loro di un commando di casalesi inferociti. Fanno tremare i pilastri del potere, s’insinuano nelle coscienze, materializzano una realtà sino ad allora sconosciuta. Così spesso l’unico modo per fermarle è sparare una pistola semiautomatica che riporti il silenzio col sangue. Come quella che ha ammazzato Don Peppino il 19 marzo di quindici anni fa. Ma, una volta entrate in circolo, le parole della verità non si controllano più, non si cambiano come il titolo di un giornale prezzolato.  Riaffiorano a distanza di anni, rimbalzano di bocca in bocca, s’attaccano sulla lingua. Possono diventare una bussola preziosa con la quale orientarsi nel mondo reale. E costruire un patrimonio di verità comuni, che tutti possano conoscere senza inganno, è il primo passo per guardare in faccia la camorra.  Per riconoscerla e dargli un nome, capendo da che parte sta il bene, da che parte il male. Se le parole di un libro o di un articolo sono capaci di rappresentare la realtà così com’è, sappiamo con quali parole dobbiamo schierarci. Sappiamo che con quelle possiamo cambiare il mondo.

Sull’arte e sulla scrittura

Di Marco Aragno

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Pubblico uno scambio di battute – a mio modesto parere, interessante – che ho avuto con Blue, utente della rete che avete già avuto modo di conoscere sul sito attraverso i suoi commenti. Si tratta di un dibattito sul senso dell’arte e in particolare della scrittura, scaturito dalla pubblicazione di un racconto. Non credo, tuttavia, che sia necessario pubblicare anche il racconto. Mi limito pertanto a riportare il ‘botta e risposta’ che abbiamo avuto, nella speranza di estendere la discussione anche agli altri utenti de Linutile.

..’E quando, nei recessi dell’oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell’Ade,
mai – neppure morto – perderai la fama, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile…’

(Teognide, versi a Cirno)

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Ti libero la fronte dai ghiaccioli

Di  Marco Aragno

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Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

Sui Mottetti c’è poco da aggiungere. Possiamo senz’altro dire che la fortuna di questa sezione non è dovuta solo alla sintesi compiuta che essa ha saputo fare dei paradigmi ermetici – come quello del Deus Absconditus – ma anche e soprattutto alla forza di aggregare intorno ai suoi topoi la sostanza di una epoca. I venti Mottetti, che si configurano come una sorta di diario scritto in prossimità di una imminente catastrofe, registrano le turbolenze ‘ontiche’ da cui è stato attraversato il mondo a cavallo delle due guerre.

Continua a leggere ‘Ti libero la fronte dai ghiaccioli’

C’era una volta la Sinistra

di   Marco Aragno

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Il PD incassa l’ennesima sconfitta elettorale in Sardegna. Soru torna a casa. Veltroni si dimette dalla segreteria del partito. Le notizie ANSA degli ultimi giorni, come il peggiore dei necrologi, recitano la disfatta che si sta consumando in casa del piddì, registrando la lenta agonia di una classe politica ai limiti del collasso. Ben nove i punti persi(24%)rispetto alle politiche del 2008(33%). Crescita dell’ IDV, fiacca ripresa della sinistra radicale.  Vittoria schiacciante del PDL. Le ragioni? Tante. Non si riesce a comprendere se Berlusconi sia davvero diventato un muro politico insormontabile, oppure se i successi del PDL speculino sulle disgrazie della sinistra. Ma di quale sinistra stiamo parlando? Quella veltroniana o quella dalemiana? Quella progressista o quella teodem? Quella giustizialista o quella comunista? Il termine sinistra è diventato un termine ondivago, che si riempie di significati ballerini, a volte contraddittori, che sopravvive, soprattutto tra i giovani, di vecchi luoghi comuni, di stereotipi sessantottini decaduti, di eredità pseudocomuniste. Oggi la sinistra, a pronunciarla, sembra una parola vuota da ripetere meccanicamente, un po’ per nostalgia, un po’ per abitudine storica. Ma dietro quelle bandiere ormai incolori che sventolano nei comizi deserti c’è una sensazione di inconsistenza. Evaporata la sostanza, restano i rimasugli di una tradizione plurisecolare da riciclare in simboli, in slogan di piazza, in decine e decine di partitucoli che appaiono e scompaiono nello spazio di un anno senza mai mettere piede in parlamento. Di tutte le grandi correnti socialiste che hanno attraversato l’Europa del secondo dopoguerra è rimasto solo un vago ricordo. C’è persino da rimpiangere l’ulivismo prodiano degli anni ‘90, cioè quell’incontro, più o meno equilibrato, tra forze democristiane e forze socialdemocratiche, che aveva saputo reggere alla crisi delle ideologie ricostruendo un discorso riformista sulle macerie del comunismo e rappresentando un argine al berlusconismo dilagante. E poi? E poi è solo la storia di una classe politica che negli anni della seconda repubblica non si è mai rigenerata, che non ha mai fatto i conti col suo passato, che ha costruito tutte le sue campagne elettorali e le sue alleanze sul fragile collante  dell’antiberlusconismo. Scomparso l’antiberlusconismo, resta Berlusconi. L’eterna spina nel fianco. A contrastarlo non è bastata la megacoalizione de L’Unione nel 2006, implosa nelle sue contraddizioni interne, o la nascita del PD, contenitore politico dalle mille idendità. Non è bastato neanche  lanciare nella mischia un homo novus come Walter Veltroni,  che  dopo gli entusiasmi di una campagna elettorale in viaggio per la penisola si è rivelato solo il prototipo mal riuscito dell’obamismo italiano. Purtroppo le divisioni interne in cui sta sprofondando il partito democratico e la graduale scomparsa dei partiti comunisti fanno della sinistra uno spazio pericolosamente vacante.  Da riempire al più presto.

Solo un po’ di silenzio

Di Marco Aragno

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Nella vicenda di Eluana Englaro ci sono molti punti spinosi. Non voglio pronunciarmi sulla vicenda umana, che non mi compete, e che è stata strumentalizzata fin troppo dalla politica, sacrificando il corpo di Eluana sugli altari delle ideologie e della religione. Sono state chiamate in causa la vita e la morte, l’accanimento terapeutico, la costituzione, l’art. 32, la pietà, lo stato liberale, il diritto, la tecnica, la libertà. L’eutanasia. Sono state utilizzate parole su parole, a volte abusate, a volte fuori luogo. A volte tutta la vicenda è sembrata ridursi ad una diatriba terminologica tra ‘far morire’ e ‘accompagnare alla morte’.  Continua a leggere ‘Solo un po’ di silenzio’

Da De Sica a Garrone

Di Marco Aragno

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Matteo Garrone è riuscito nell’impresa. Fatta incetta di premi europei, a 10 anni dalla Vita è bella di Benigni il suo film sbarca negli Usa alla conquista dell’Oscar. Dopo il terremoto mediatico scatenato dal libro di Saviano, non era facile riuscire a portare sul grande schermo un tema che balza da tempo agli onori della cronaca e di cui il cinema e la letteratura sembravano esser sazi. I rischi erano tanti. Scadere nella retorica; proporre una trasposizione cinematografica scarsamente attendibile; oppure creare un prodotto poco commerciale, destinato ad un pubblico da salotto. Invece no. Come raramente di questi tempi, la sesta prova del regista romano riesce a metter d’accordo tutti.

Continua a leggere ‘Da De Sica a Garrone’

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Niente è vero tutto è permesso

Un Aforisma

Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

Un dialogo

-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

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