Dall’ombra vostra che al mattino vi estingue

di Francesca Aprea


MURA

_____SGRAFFI

d’intonaco marcito

solchi bianchi come le fosse di una riparazione

fatta alla stregua del senso

comune

dell’ovvio che l’uggia di questa mattina

trattiene a singhiozzi di pioggia

.

oceani di fallimenti

che hanno preso forma

sulla guancia scorrere

già usurate ___________ la tua che pure è la mia

____________________ché tra onda e percorso

____________________non ho saputo distinguere

Continua a leggere ‘Dall’ombra vostra che al mattino vi estingue’

A chiunque

di Francesca Aprea

Che hai dentro un conato di perdute
origini, mondi senza finitudine
e le piaghe che dolgono
il corpo sarebbero soppiantate
dalla striscia che lenisce la coscienza.
ti incurvi
come a non avere ossa
_________________carne
di antichi macelli
e sei il contemporaneo dello spettro
dell’uomo-scimmia
sei il remoto del presente te stesso
il postumo di chi non è venuto__ ancora

Porti la piega arcigna
della colpa irrisolta
Continua a leggere ‘A chiunque’

Insonni

di Francesca Aprea

È il risveglio dalla notte insonne
il singhiozzo abiurato
come parola proibita
notte a fare del soffitto
un còmputo di pecorelle
smarrite
e smarrita è pure la via
che il bivio impone la scelta
a chi non sa decidere.
vieni a visitare il maggio
che ha perso l’odore di foglia
vieni a raccontare una buona novella
che trattiene il fiato
come a gonfiare le gote per noia
il vento impazza e avvilisce
Continua a leggere ‘Insonni’

Pungoli

di francesca aprea

Un casolare a forma di fortezza, con due torri laterali dall’intonaco sgretolato si stagliava nel mezzo della desolazione. Nessuna forma di vita attorno: non un prato verdeggiante, né una quercia secolare.
La terra giallastra era il sintomo dell’infertilità.
Un vaso di terracotta nel retro era il solo ornamento. Scurito dal sole cocente pareva vecchio più di quanto non fosse. Dal lato ferito lasciava fuoriuscire gocce di terra secche d’aridità. Saranno state un tempo lacrime di camelie. Ora appassite. Ne restano appena gli steli, delle foglie ne avrà goduto il vento.
Nel deserto dove non cresce più nulla, un tempo vissero i licheni. Continua a leggere ‘Pungoli’

Affabulazioni

di Francesca Aprea


Un varco come un uscio sul volto
ha marchiato l’eterea beltà del tempo fuggito

parla come chi non ha detto mai
“ho usurato la virtù nella lussuria”
lo sguardo verso il basso ha come interlocutore la terra
disumana ( non ebbi io a dirlo eppure ora dico,
_________ Continua a leggere ‘Affabulazioni’

diecipuntotre

di Francesca Aprea

Pupille lupine,
fari come una crepa nel notturno
cielo cobalto
sottratto ai metalli
per farne colore
e dei retorici una____ figura
e da me
che potrei mirare
il lume tra il fosco
e scambiare asfalto per prati
non è che mistero
l’immagine di te che compare come
Libellula
ad agitare l’alette, scuotendo
l’aria,
che sento vento
lisciare il volto,
e giù lungo il fusto allungato.
Una frenesia smaniosa
mi piglia
appena scorgo il riflesso
se solo prestassi attenzione…..
se solo sapessi dove____ guardare

e mi accecheresti iride e cornea
come infuochi la sera

Continua a leggere ‘diecipuntotre’

ventisettepuntouno

di Francesca Aprea

Eppure ti aspettavo
_____________a letto
nel fianco che è una costola
_______che pure è feritoia
tra mura maestre,
e dei maestri l’efferata intransigenza
l’acerba minuzia,
il callo della precisione
________________smorzato dall’infiltrata
________________goccia
____________________nemica
e il capolavoro fu
________________dell’accidente

Continua a leggere ‘ventisettepuntouno’

Max – Seconda Parte

di Francesca Aprea

Qui la prima parte

Il viale era deserto verso le sette di sera, Max smontava per andare a comprare un panino, portandosi dietro i suoi averi: le carte.
Passavo di lì e non per caso, la curiosità verso quel cartomante mi indusse a scendere un’ora prima da quella che per una settimana all’anno considero casa, Max non era lì.
Sedetti sulle scale di un portico, perdendomi nel vuoto attorno: non avevo mai davvero osservato quella strada, eppure ci ero passata migliaia di volte, mai mi ero accorta della pietra sotto il piede, del calore che esala a fine giornata, mai m’ero fermata a notare la bellezza del raggio di sole che filtra al tramonto tra l’edera selvaggia, e pende il bocciolo, incurvando lo stelo e la corolla, come una lacrima da una guancia smagrita. E fa specchio al sole tramontino come riflesso di luce andata , e filtra tra il ramo e il filato come di Penelope la tela.
In lontananza vidi avvicinarsi un esile corpo, a passi lenti, incrociando un piede davanti all’altro, le gambe inarcate, la schiena protesa in avanti a fare una leggera gobba, il braccio gracile reggeva un tavolinetto di ferro piegato nero e rosso per le visibili scaglie di ruggine, per quel cellophane che teneva fisso il panno damascato e faceva da copertura. Il peso sembrava gravare il braccio di Max che ingrossava il bicipite sollevando in un gesto poco disinvolto il ferro su fino al petto, gonfiando le vene alle tempie, arrossando la faccia, stringendo i denti ed emettendo un suono tra il sillabato e l’urlato.
Si fermò, mi rivolse le spalle, sistemò a terra il tavolinetto e si sedette come ad attendere qualcuno: gli occhi persi nel vuoto, il volto serio, le mani incrociate a mostrare un grosso anello sull’anulare, una pietra ambrata che di per sé irradiava una luce misteriosa, come uno spiraglio che trafigge l’oscurità.
Il grigiore, che il giorno lascia portando con sé l’ultimo chiarore, avvolgeva Max in un’aura di sospensione, a gambe incrociate pareva tenersi ad un metro da terra, nessuna forza di gravità che insistesse, appeso a fili che dal cielo a qui giù lo tenevano in volo, ad ali chiuse nel vento a beccare il ramoscello, a stuzzicare il menestrello di turno, cibandosi del pesce che in acque tranquille riposa, del verme che nella terra alberga, in lotta continua con il malvagio, spianando le mani a mo di supersayan.
Non ho mai creduto ai ciarlatani da tivvù commerciali, che mercificano debolezza e fede, fiacchezza e ingenuità, preghiere e disagi con l’inganno.
Max non era un ciarlatano.
C’è un tempo per meravigliare, ed uno per demolire, per entrambi il fondamento è la verosimiglianza. La sua verità, seppur condita d’un pizzico di finzione,che dava quel po’ d’essenza piccante, e di quell’esibizionismo comune a chi s’intende di magismo, fragranza come mai indispensabile, era da considerarsi tutto sommato onesta.
Di bugie vere e proprie non ne aveva mai dette, e si tutelava, con quell’intuito che gli era proprio, dall’ascoltarle.

Mi avvicinai con aria scettica, pronta a smentire ogni superstiziosa credenza, ogni verità postulata, eppure macchiandomi della medesima presunzione: tornare al contrario ogni cosa per il puro piacere di contraddire.
La mia non era che una indisposizione verso la fede, e non una reale mancanza di fede.
Max alzò il volto e mi invitò a sedere.

Mischiò il mazzo, mischiò ancora, ancora, ancora. Le carte hanno un verso, una direzione, un segno: quello del destino.
Si fermò a guardarmi (la prima volta) e mi disse:

Continua a leggere ‘Max – Seconda Parte’

Max – Prima Parte

di francesca aprea

Estate, una delle tante, identiche nei ricordi di questi ultimi anni, scandite dalla calura attanagliante, fino alla gola che fatica a deglutire la saliva compatta pari ad un impiastro di calce, la bocca asciutta, impastata, la lingua penzoloni, le labbra spaccate dal sole e dall’umido, imbevute di quel poco che resta di burro cacao, il passo affaticato, il respiro asfissiato, la maglia intrisa di sudore e salsedine. Sempre uguale questo tempo vagabondo, tiranno nei modi, implacabile, irremovibile.
E questa vita che supplica di restare a marcire un altro giorno, solo uno, su questa terra senza fondamenta.
Max non pregava, non aveva un dio in cui credere, sbuffava al solo sentirne pronunciare il nome, credeva in sé solo, Max era dio.
Il suo non era un mestiere semplice (neppure dal guadagno facile, com’è opinione diffusissima), si considerava il curatore delle anime. Una delle sue virtù era l’ascolto, restava in silenzio (tempo di percezione) a prestare l’orecchio, senza crucciare il sopracciglio, né concedersi uno sbadiglio, né abbassare l’occhio pigro e stufato. Neppure realmente la sentiva la noia, non credo fosse un sentimento che conoscesse fino in fondo, neppure lo gravavano i macigni scrollati dalle spalle del mondo e precipitati sulle sue gracili e ossute, silurati come schegge di fuoco da bocche indolenzite.
Lo sguardo affossato nelle borse gonfie e livide, fissate sotto gli occhi, e a ridosso degli zigomi pronunciati, incuteva un timore inaspettato, involontario. Dritto fissava il suo interlocutore, scrutandone le movenze minime e distratte, gesti incondizionati che lui chiamava spirituali. Così che l’osservazione minuziosa gli fu utile nell’intuire i segreti della notte, i misteri degli astri.
Continua a leggere ‘Max – Prima Parte’

flashes e dediche 01-04

di francesca aprea

Il fondo di cristallo, sottile. A leggeri passi, in equilibrio un corpo vivo si tiene. In trasparenza.
Evita il punto di snodo. Distratto dal fracasso dello sgretolamento.
Vetro infranto.
La gravità che attrae verso il basso, nel profondo tra scaglie di verti e cocci. Puntellato da un cumulo di macerie, come punto da aghi, ad intermittenza.
Giù nell’abisso senza ritorno.
Nessuno può redimersi, la salvezza è d’altri mondi: paralleli.
L’uomo tocca il fondo e ancor più in basso precipita in un fondo senza fondo. Continua a leggere ‘flashes e dediche 01-04′

Pallida alba

di Francesca Aprea

Pallida alba
cerchia di biancore
il turchino
di mattine sorte a ripetizione
e di ogni sorte un comando
e di ogni comando un rifiuto
a chi, di chi?

Un accennato fulgore
balena
tra la cataratta,
accecata al fuoco
di promesse spente,
date per prigioniere al fiato d’un oboe,
tra la pupilla striminzita
e l’erba umida
_____________(e della rugiada una lacrima)
screziata del biondo
di terre lontane
sottomesse ad imperi finiti
private a popoli denutriti. Continua a leggere ‘Pallida alba’

***

di francesca aprea

http://img205.imageshack.us/img205/1773/cantiga1rf7.jpg

Ci fu un motivetto canterino
suonò per quell’aria, là, dal mattino
e una campana fece da stornello
compagno vicino del ritornello

e nel suono vidi il bel visino
d’un pallore come di biancospino
ricordando ritorno matterello
e sospiro sotto un ramoscello

il maggio mite mi fu testimone
m’avvicinai con il cuore aperto
cantando senza senno né ragione

il motivo della bella canzone
un colpo al mento allor sofferto
mi lasciò a terra un po’ sornione

novepuntodieci

di francesca aprea

Ecco lo sguardo che fila alla deriva,
e il filo d’erba arrugginito
ambra di mezzo mattino, assolata
e l’acqua stilla a gocce di pioggia settembrina, rada
a macchie le pozze sulla terra
in tondo a formare un bacile
due soli per mano
a schizzare per la calura andata
per la stagione ritrovata

ora che il tempo porta il mio nome
gioco da folle
sul pizzo d’un precipizio
gioco a molle
con l’aria ad impattarmi
gioco di gambe
a scalare l’altura
d’un monte senza fortuna

Continua a leggere ‘novepuntodieci’

flashes e dediche 07- 16

di francesca aprea

http://img291.imageshack.us/img291/9332/robertfrankpicnicpr1.jpg

Scorrono l’ acque fangose. Rivi di melma.
Sgorgano nei tubi metallici. Nei rubinetti stillano gocce di putredine. Paiono piangenti pari a stalattiti sul soffitto. Un gelo da obitorio.
La camera è buia. Bufera di vento: uragano.
L’ intorno crolla: pareti precipitate a picco su mattoni sgangherati, malmessi.
Frantumi su frantumi.
La Forma si dissolve: l’ Anima voluttuosa che l’ ha creata da materia amorfa ora se ne ciba.
Ardua la digestione: la purezza contrae dall’infido contatto materiale una malattia metabolica.
L’ espelle riluttante.
È la decadenza. L’apocalisse. Continua a leggere ‘flashes e dediche 07- 16′

notturna

di francesca aprea

I martiri del rigetto
misconosciuti
trainati appena, affatto
dall’andante di turno
dall’andato percorso a caso
trascinati fiacchi
su rive scoscese
un tempo amate, poi deserte
schifate, urlate, maledette
una desolazione che prosciuga
pure le lacrime,
che più non scavano
le fosse dell’occhio,
consumate, ignorate dalle rughe roche
della faccia a tratti pietosa,
indegna, supplichevole
e cedono le braccia ansianti
di amanti concessi, desiderosi
o ingannevoli, lontani
lo sguardo irrigidito, rimproveroso
è fuso sconosciuto. Continua a leggere ‘notturna’

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Niente è vero tutto è permesso

Un Aforisma

Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

Un dialogo

-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

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