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cb sta leggendo: Theodor W. Adorno, Minima Moralia
8avio sta leggendo: William S. Burroghs, Pasto Nudo
Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.
Eugène Ionesco.
Memento (cb)
Emil Cioran: Sogno una lingua le cui parole, come pugni, fracassino mascelle…
Parlarono per ore
Sul ciglio d’un muricciolo: Linda portò il corpo in avanti. Spostata, di poco, ne sentiva il peso. Il carico del capo.
Da piccola l’avrebbero ammonita: la pesantezza della testa supera di molto quella delle parti restanti.
Sarebbe precipitata. Giù a picco senz’avvedersene.
Una proibizione da trasgredire: l’attrazione per il vuoto. Vertigine.
Una bimba di pochi mesi getta dalla seggiola una biglia. La scoperta del vuoto.
Prodigiosa vertigine. Leggi il seguito di questo post »
Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano di uno monistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui.
Bellissime donne, assai sono di quegli uomini e di quelle femine che sì sono stolti, che credono troppo bene che, come ad una giovane è sopra il capo posta la benda bianca e in dosso messale la nera cocolla, che ella più non sia femina né più senta de’ feminili appetiti se non come se di pietra l’avesse fatta divenire il farla monaca; e se forse alcuna cosa contra questa lor credenza n’odono, così si turbano come se contra natura un grandissimo e scelerato male fosse stato commesso, non pensando né volendo aver rispetto a sé medesimi, li quali la piena licenzia di poter far quel che vogliono non può saziare, né ancora alle gran forze dell’ozio e della solitudine. E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene che la zappa e la vanga e le grosse vivande e i disagi tolgano del tutto a’ lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendan loro d’intelletto e d’avvedimento grossissimi. Ma quanto tutti coloro che così credono sieno ingannati, mi piace, poi che la reina comandato me l’ha, non uscendo della proposta fatta da lei, di farvene più chiare con una piccola novelletta.
In queste nostre contrade fu, ed è ancora, un monistero di donne assai famoso di santità (il quale io non nomerò per non diminuire in parte alcuna la fama sua), nel quale, non ha gran tempo, non essendovi allora più che otto donne con una badessa, e tutte giovani, era un buono omicciuolo d’un loro bellissimo giardino ortolano, il quale, non contentandosi del salario, fatta la ragion sua col castaldo delle donne, a Lamporecchio, là ond’egli era, se ne tornò.
Quivi, tra gli altri che lietamente il raccolsono, fu un giovane lavoratore forte e robusto e, secondo uom di villa, con bella persona e con viso assai piacevole, il cui nome era Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato fosse. Il buono uomo, che Nuto avea nome, gliele disse. Il quale Masetto domandò, di che egli il monistero servisse. A cui Nuto rispose:
- Io lavorava un loro giardino bello e grande e, oltre a questo, andava alcuna volta al bosco per le legne, attigneva acqua e faceva cotali altri servigetti; ma le donne mi davano sì poco salaro, che io non ne potevo appena pure pagare i calzari. E, oltre a questo, elle son tutte giovani e parmi ch’elle abbiano il diavolo in corpo, ché non si può far cosa niuna al lor modo; anzi, quand’io lavorava alcuna volta l’orto, l’una diceva: - Pon qui questo; - e l’altra: - Pon qui quello; - e l’altra mi toglieva la zappa di mano e diceva: - Questo non sta bene; - e davanmi tanta seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e uscivami dell’orto; sì che, tra per l’una cosa e per l’altra, io non vi volli star più e sonmene venuto. Anzi mi pregò il castaldo loro, quando io me ne venni, che, se io n’avessi alcuno alle mani che fosse da ciò, che io gliele mandassi, e io gliele promisi; ma tanto il faccia Dio san delle reni, quanto io o ne procaccerò o ne gli manderò niuno.
I colli velati dal ciarpame del vento: detriti giunti da ogni dove
Scroscia l’acqua sull’asfalto umido. Lo schiaffeggia.
Odore di pioggia. Una fanciulla dall’olfatto sopraffino, anticipa il temporale:
corre a riparo in un supermarket.
In pineta. Gli aghi ricoprono il prato inglese del giardino della villa, la fanciulla resta a snocciolare
pinoli battendo i gusci con lo zoccolo di legno.
Sul gradino del patio, seduta, una scheggia di marmo la ferisce.
Si dondola sull’altalena scricchiolante.
Vede in lontananza le madri baciarsi.
Noi immoralisti! Questo mondo, che riguarda noi, nel quale noi abbiamo da temere e da amare, questo mondo quasi invisibile, impercettibile, di ordini sottili, sottili obbedienze, un mondo del “quasi”, da ogni punto di vista scabroso, insidioso, appuntito, tenero: sì, è ben difeso da rozzi spettatori e fiduciosa curiosità! Noi siamo presi dentro in una stretta rete e camicia di doveri e non possiamo uscirne: al loro interno siamo appunto “esseri di dovere”, anche noi! Talvolta, è vero, danziamo nelle nostre “catene” e tra le nostre “spade”; più spesso, non è meno vero, sotto il loro peso digrigniamo i denti e siamo impazienti per ogni segreta durezza della nostra sorte. Ma possiamo fare ciò che vogliamo, i babbei e l’apparenza ci dicono: « Questi sono esseri umani senza dovere». Contro di noi abbiamo sempre i babbei e l’apparenza.
in bilico tra il vuoto
e il pieno,
perchè quel che vuoto
è pieno, è pieno di vuoto
Un attimo
uno statico che è divenire
conchiuso e di lì
trascende
eterno, infinito:
fuori tempo e spazio
dove
spazio e tempo sono
senza
tempo e spazio.
Sempre Presente
ma passato preistorico
e avvenire
già scritto Leggi il seguito di questo post »
Tornerà la moda dei vichinghi,
torneremo a vivere come dei barbari.
Friedrich Nietzsche era vegetariano,
scrisse molte lettere a Wagner
ed io mi sento un po’ un cannibale e non scrivo mai a nessuno,
non ho voglia né di leggere o studiare,
solo passeggiare sempre avanti e indietro lungo il Corso o in Galleria,
e il piacere di una sigaretta per il gusto del tabacco, non mi fa male.
Tornerà la moda sedentaria dei viaggi immaginari e delle masturbazioni;
I’analista sa che la famiglia è in crisi, da più generazioni,
per mancanza di padri,
ed io che sono un solitario non riesco; per avere disciplina ci vuole troppa volontà.
Mi piace osservare i miei concittadini specie nei giorni di festa
con bandiere fuori dalle macchine all’uscita dello stadio
e mi diverte il piacere di una sigaretta per il gusto del tabacco.
Ricordo il suo bel nome: Hegel Tubinga
ed io avrei masticato
la sua tuta da ginnastica.
Il nome se lo prese in prestito dai libri
e fu come copiare di nascosto,
fu come soffiare sul fuoco.
Cataste scolastiche: perché?
Quando tutto è perduto non resta che la cenere e l’amore;
e lei nel suo bel nome era una Jena.
Chi di noi il governato e chi il governatore
son fatti che attengono alla storia.
Chi fosse la provincia e chi l’impero
non è il punto:
il punto era l’incendio.
Erano gli esercizi obbligatori estetici,
le occhiate di traverso, e tu guardavi indietro;
c’eravamo capiti, capiti all’inverso.
Ci diventammo leciti per questo.
D’altronde, d’altro canto.
A volte essere nemici facilita.
Piacersi è così inutile.
Un bacio dai bei modi grossolani
sfuggì come uno schiaffo senza mani.Leggi il seguito di questo post »
Carlos si preparava: di lì a poche ore si sarebbe sposato.
La servitù, come voleva la tradizione familiare, lo aiutò nella vestizione. Era un cerimoniale consueto ed era necessario che si rispettasse: il rampollo doveva essere cinto di onore e gloria.
Carlos, riservato per natura, non aveva mai apprezzato l’appariscenza di certi rituali, quello che per un comune giovin signore poteva rappresentare vanto e onorificenza, per lui altro non era che invadenza. Lo irritava. Oltretutto non condivideva la necessità di usufruire dei servigi altrui, lui che da tempo aveva conosciuto l’autosufficienza. Gli pareva oltremodo superfluo, se non umiliante per sé e per coloro che a tanta soggezione si prostravano. Spesso era solito, verso coloro che si inginocchiavano ai sui piedi in segno di reverenza, tendere la mano per permettere loro di rialzarsi o a coloro che intendevano baciargliele, le sottraeva.
Mandò via i servi.
Aveva bisogno di pensare.
Si guardò allo specchio: il volto smagrito mostrava i segni della notte insonne, appena trascorsa, gli occhi, incastonati in cerchi lividi, quasi parevano sparire, solo mostravano le pupille lustre, gonfie di pianto. L’abito elegante non nascondeva le gambe tremanti.
Pensò a Carmen, non l’avrebbe più rivista.
Pianse dinanzi al riflesso di sé: guardava la sua infelicità.
Pianse come un uomo innamorato.
Era l’alba: Carmen si sentiva fiacca sin dal risveglio, quella mattina, mentre il sole filtrava dalle fessure semichiuse delle finestre. Un fascio di luce entrò nella stanza, la illuminava dal dorso in giù, il volto restava nell’oscurità.
Si alzò dal letto, sentiva il corpo molle, come di chi non ha forza di reagire.
Seminuda, a piedi scalzi, percepiva l’umidità tutta penetrarle nelle ossa. Non le interessava, continuò a passeggiare per la stanza.
Aveva bisogno di pensare.
Si arrestò davanti allo specchio dove ancora vedeva riflessa l’immagine di lei insieme a Carlos, provava rimpianto.
Si guardò: la camicia mostrava la spalla e il seno nudo, lo sguardo saliva su per il collo esile. Carmen si avvinò un poco allo specchio con il volto per meglio vedere le vene sul collo che, quella mattina, le parevano più gonfie del solito, ed intanto con le dita le toccava. Le mani le scendevano lungo il corpo, sui seni e i capezzoli già turgidi, ad occhi chiusi immaginava che a toccarla fosse Carlos.
Aprì gli occhi, ancora fissi sullo specchio: il volto bello, gli occhi scuri e profondi parevano mesti, e sulle gote scendevano lacrime amare, gocce di infelicità.
Pianse per amore.
Carmen e Carlos erano uniti nella separazione.
L’umido tepore di una giovane mattina estiva si percepiva sulla pelle: l’afa appiccicava le vesti sul corpo bagnato da flebili gocce di sudore, che correvano lungo la schiena lente come fanno sull’asfalto le auto, imbottigliate nel traffico di città, l’aria pesante annuvolava i pensieri di Carmen che, ballando, attraversava le pie vie di Siviglia. Il fiume Guadalquivir era alla sua destra e i passi della donna si modulavano accompagnando il ritmo caotico delle immagini che le pervenivano alla mente, ascoltava la cantilena riposata dell’acqua increspata dal vento africano, vedeva il letto accogliere tre le braccia la sua donna e scorrergli dentro fino a consumarsi.
Le luci dei lampioni, ancora accesi dalla notte appena trascorsa, riflettevano il volto di Carmen, evidenziando i solchi sulle gote flaccide e rugose.
Ricordava.
Tra le braccia di un’amante come Psiche tra quelle di Amore. Scolpito in quel che resta di un blocco di marmo: il sentimento.
Aveva amato molti uomini ma uno le era scalfito ancora nel cuore.
Sentiva le sue mani accarezzarle la pelle, giocare con i riccioli bruni, attorcigliandoseli tra le dita, il suo profumo ancora annusava su quei vecchi abiti consumati dallo scorrere del tempo, che non aveva il coraggio di gettar via, era stato l’unico a guardarla negli occhi, a baciarla con amore, a ignorare la sua misera condizione.
Carlos era l’uomo più avvenente di Siviglia, apparteneva ad un’illustre famiglia aristocratica che aveva ormai perso ogni forma di autorità riguardo le decisioni politiche della città.
Il monopolio esercitato dalla borghesia, e dalla sua evidente capacità di intervenire abilmente negli affari commerciali, faceva di questa classe una vera e propria macchina da denaro che tra l’altro finì per costituire il motore economico della città. I commercianti di Siviglia esportavano prodotti tipici ed ogni genere di bene in tutto il mondo, incontrastabili ormai sui mercati internazionali. Il peso economico della borghesia in ascesa presto divenne potere politico. E l’aristocrazia, abituata alle proprie inettitudini, allo sfrenato gusto per il lusso, il vizio e il parassitismo era stata costretta ad adeguarsi alla nuova situazione cittadina, pur essendo quasi del tutto estromessa dai comitati decisionali. Il fenomeno del nobile decaduto si estendeva a macchia d’olio in tutta la Spagna e le famiglie, un tempo cardini della città andalusa, videro sottrarsi terre e proprietà da una classe che indubbiamente ne fece uso migliore. Leggi il seguito di questo post »
Passo i cunicoli
avanti
l’antro par restringersi da me
che m’avvicino
incontro
al destino
e a chi me lo svelò
colei
che l’ade e la stirpe feconda
profetizzò ad Enea
su foglie
affidate alle guance
tronfie di Eolo
La Sibilla
ebbi dinanzi a questi occhi
spenti
i suoi odevano i miei palpiti
curiosi e diffidenti
Sveglia da un sogno:
ripenso
ai contorni sfocati
di una figura di nano
ritorno
ad un boccale
di birra polinesiana
(un dono scherzoso)
e al Margutte
che fu del Magnifico animatore
una lacrima
di rugiada sfavilla
la fronda di un arbusto rigoglioso
l’edera costeggia il sentiero
divorato dal passo minuto: Leggi il seguito di questo post »
Soldati con i pennacchi al vento
sull’attenti!
In fila alla parata
avanzate
avanzate ancora
contate i vostri passi
sfoggiate le vostre armi
sull’attenti!
Aitanti manichini
vestiti di mantello e uniforme
mostrate il trionfo dell’uccisione
virtù e vanto
esibite al vile spettatore
Siete spettacolo
servi di una Patria inesistente
amanti di un’arte sanguinosa
ostentate le vostre mani sudicie
e i colpi inflitti
ad un corpo caduto Leggi il seguito di questo post »