Il sangue 1

di carlobrio

Ci è uno schifo in Ytaglya che si chiama Ytaglya. Chi ancora ama chiamarla col nomignolo bellino di Stivale, a ragione può continuare a farlo sapendo esserla uno Stivale di Merda. Suola di merda, tessuto di merda, ripieno di merda.

Questo articolo è a titolo personale, non riguarda gli altri signori che scrivono scrivevano scriveranno su questo sito quasi ormai sotto formalina. E a titolo personale dico che mi sono rotto i coglioni si sentire le parole gay ricchione frocio e compagnia bella ogni volta legate a fatti di cronaca nerorosacea a sfondo etico sociale, aggressioni, commiserazioni, supplicazioni, comunicazioni di servizio, annunci, protestelle, manifestioncine, eccetera eccetera. È ormai insostenibile questa realtà cronacata quasi quotidianamente negli ultimi due-tre mesi e tutti ne prendono atto. Sissignore, è insostenibile, Signore. E bene allora: tutti coloro che pensano che si indignano che soffrono che familiarizzano che s’interessano che fraternizzano che provano che si masturbano potrebbero, da qui in avanti, persuadersi che le manfrine lasciano il tempo che trovano e, tenendo conto che il femminino è tutto fuorché delicatezza e candore e gentilezza e il giglio bianco o rosso relativo o rosa fashion eccetera eccetera, cominciare a pensare oltre il proprio palmo di naso rinchiuso nel ghetto storico e storicizzato e ultra tematizzato della condizione di emarginazione dell’omosessuale nella società sessista sessuofoba razzista classista maschilista fascista (che sia fascista, una società, non ci stanno santi!) e prendere la situazione per le palle la fica le fiche palle e reagire senza comunicati stampa catene di solidarietà cartelloni slogan e urli megafonati o teleinvideati del tipo frocio è figo gay è bello figa+figa=figaggine siamo tutti uguali vogliamo il disarmo del pene (sì, perché, non contente, s’aggiungono pure le femministe e allora…) oppure quelle immaginette lassative che spopolano su facebook e poi tutti quei portali e portalini e porticine e spioncini e gabbiette con sabbietta lettierina e quella parolina candida angolofona che sta dietro a tutto – letteratura gay, notizie gay, moda gay, fotografia gay, mondo gay – idioti!- e fare come fanno tutte le altre minoranze di questo pianetucolo di merda e reagire versando sangue.

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Libri aperti a caso 3

Guido Ceronetti, La vita apparente, Adelphi, 1982, pgg. 223 e 227

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SUICIDI SPERATI INVANO

Trovo piuttosto soprendente, e per niente esemplare, che il suicidio non abbia assolutamente corso tra gli uomini investiti delle massime responsabilità della nostra vita pubblica: non il suicidio per motivi privati d’infelicità domestica o di malattia intollerabile (se questi non li toccano, o trovano una tempra capace di resistergli, niente da deplorare), ma il suicidio per crollo di ubi consistam, per scoperta di aver adorato e servito un Dio che ha fallito, per vergogna di azioni proprie a danno della collettività, per disperazione di non aver potuto fare il bene che ci si era proposti, per l’impossibilità riconosciuta di adeguare la realtà al proprio sogno, o addirittura – cosa semplicemente divina – per espiare in se stessi le colpe che si suppongono di tutta la classe politica, di tutto il proprio partito, di fronte alla rivelazione della loro impotenza e irreparabilità.

I motivi ci sarebbero; ma per impugnare un’arma, ci vorrebbe un sussulto di coscienza. Se la noia di essere passati per troppi ministeri senza poter lasciare un buon ricordo in nessuno non basta, c’è la tristezza fatale di fronte alla piega delle cose, quando si sia vi-

223

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(un ricordo)

di giulio mozzi, da qui

Era un posto qualsiasi,
un posto per mangiare.
Ma voi eravate tutta
per me, io tutto per voi.

(E voi non avevate
niente sotto la camicia).

(E vi sporgevate sopra
il tavolo, a baciarmi).

(E quello che successe
dopo, sul divano,
era molto desiderato,
da molto tempo desiderato).

(Toccai i vostri capelli
duri come il ferro.
Voi parlavate di Lilith).

(E tutto questo è molto,
molto molto passato).

(Di tutto questo resta
Lilith, che ci divide).

Volevo

di giulio mozzi, da qui

Volevo voi,
non volevo altro.
Avessi voluto me,
sarei stato più scaltro.

Inverno

Aborto n° 1

di carlobrio

Novembre, dopo i morti, il gelo ci visitò. Era l’artico. Le tribù cittadine costrette nelle case dalla glaciazione. La necessità di calore stimolava produzione onirica incentrata sul paradiso Seychelles. Alberta moriva. Non era la morte letterale, ma lenta consunzione. Il freddo mangiava il midollo osseo. Dall’interno della sostanza gialla reclamava il banchetto di fine era. La città dormiva. A volo d’uccello: essa era sonno. Ciò che non dormiva, moriva. L’esclusione da un riparo s’imponeva come sicurezza mortuaria. La pulizia delle strade mai fu migliore. Nettezza soffiata col vento gelido dell’inverno. Ci visitò, ma fummo impreparati. A volo d’uccello: il sonno della città falso. I grattacieli, le abitazioni, i casermoni condominiali: argomentazioni del gelo. Il ghiaccio ricopriva tetti e sommità, pendeva in stalattiti azzurrine. Forse, quando il freddo non è bianco, c’è ancora speranza. A volo d’uccello: le facciate delle case a volte illuminate. Luci gialle nel tramonto invernale. Contrasto giallo-oscurità. L’intensità dell’uno chiamava l’altra. Quando luce e ombra sono la medesima sostanza.

Strade deserte. I topi, senza alcun pifferaio, erano morti. O in esilio, almeno loro. Nettezza, solo nettezza urbana. Alla fine.

Ciò che è proprio del tempo.

Ciò che era atteso, giunse.

La fredda visitazione del destino. Che rovina.

Imparare il letargo, almeno per la sopravvivenza. Almeno ora necessario, alla sopravvivenza. Sopravvivere, finalmente giustificato. Vivere, il nascondiglio del sole. Tornava la moda dei vichinghi, saremmo tornati a vivere come dei barbari. Al momento: sopravvivere, nient’altro. No schemi, no tattiche, no strategie. Resa. Arresi. Ciò che eravamo, non lo saremmo più stati. Ciò che era promesso, era per vero giunto: la vera promessa. Che non chiamerete catastrofe. Anch’essa, come la morte già menzionata, un accidente. È il tempo, l’era.

Il divano giallo, Alberta stesa, le vertebre doloranti, i glutei insensibili, l’ergonomìa del sonno. Le coperte sistemate in modo che non ci fossero spifferi. In una lingua meridionale spiffero si dice filippina. Le Filippine, probabilmente, ma nessuno era in grado di accertarlo, erano al sole. Qui, invece, era sparito. Coltri permanenti. Il cielo si era negato alla vista di questa umanità. Quale occhio lo guardava? Da quale finestra? Domande di cotone, ai livelli minimi della coscienza di Alberta. Che fuggiva il freddo. E le Filippine. Solo due pensieri, presso di lei: Vorrei non averti incontrato in questo già folle percorso, vita, il soggiorno mi sarebbe stato più lieto; e: Vorrei poterti ancora guardare, pallido volto. Il resto era ottundimento. Sopore circonfuso. Poco la testa fuori delle coperte. Giusto per respirare. L’aria gelida. Il nitore del freddo per una stanza cristallina. Nonostante tutto pulita.

L’immobilità del divano. Al piano di sotto abitava zia Maria. Nessun movimento dal piano basso. Forse Maria morta nella pesantezza dei chili. Immobile su una sedia, conservata dalla bassa temperatura, con tanto di decomposizione rimandata. Ciò che vide Alberta: Maria morta in cucina, seduta al tavolo, la sedia leggermente scostata, di tre quarti rispetto la porta d’entrata, perfettamente ritta, la mano destra poggiata sul tavolo, un orologio al polso mezzo coperto dal maglione, la mole irregimentata dal gelo, alla pinguedine il peso dei vestiti, ai piedi babbucce di lana arancione, su tutto un maglione a collo alto blu, i capelli continuavano a crescere, alla tintura rossa il grigio della ricrescita, la criniera paralizzata, gli occhi sbarrati, cerulei, la bocca un poco aperta al principio d’un grido o d’un sospiro profondo, la figura imponente, il sedere due volte il fondo della sedia, la luce accesa. La compostezza della morte che non ebbe in vita.

Ma era un sogno. Probabilmente era ancora viva, solo immobile. Silenziosa. Come lei. In casa non era sola, in camera da letto una voce. Ancora qualcuno riusciva a muoversi, per lei inconcepibile. Non ancora mummia, ma le funzioni vitali al minimo. Ciò che lavorava: il cervello. Ciò che non era ancora paralizzato. La possibilità d’un movimento. La sua camera abbandonata. In esilio, l’esilio era il divano, il tetto le coperte. L’alito condensava. Profumava. I suoi occhi, tuttavia, mimetizzavano con la stagione. Era l’artico. Essi, l’igloo d’un infinito. Coralli nel naso. In camera l’abbandono finto. Il necessario sempre con sé. Ella stessa il necessario ufficio. Tra l’altro il mondo scompariva. Ne era convinta, dunque in attesa. Nessuna solitudine, il pensiero non aveva smesso. La prosecuzione per la sopravvivenza. L’obiettivo: evitare demenza o follia. Era un monito tacito, il voler sopravvivere del senso di sopravvivenza, la ferinità innocente.

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Non è necessario

di Franz Kafka

15 Come un sentiero in autunno: è appena spazzato che le foglie secche lo ricoprono di nuovo.

22 Tu sei il compito.  Nessuno scolaro è visibile, a perdita d’occhio.

26 C’è una mèta, ma non una via; ciò che chiamiamo via è un indugiare.

36 Prima non capivo perché non ricevessi risposta alla mia domanda, oggi non capisco come potessi presumere di poter domandare. Ma non presumevo nulla, domandavo soltanto.

42 Chinare sul petto il capo pieno di nausea e di odio.

44 È ridicolo come ti sei bardato per questo mondo.

109 Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.

Silencio

Libri (non) aperti a caso 2

Yves Bonnefoy, Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve, Einaudi, Copertina

(clicca sull’immagine per leggere)

Venezuela prepara ponte-aereo con Gaza

da selvas.org

Palestina

Palestina

Il Presidente Chávez, durante la visita all’Ospedale Cardiologico Infantile di Caracas, ha annunciato che il suo governo sta preparando un ponte aereo con Gaza, per aiutare la popolazione assediata e bombardata. “Gli israeliani impediscono il transito dei convogli della Croce Rossa e degli aiuti umanitari. La barbarie è arrivata fino a questo punto..

Chávez ha detto che “…se nel mondo ci fosse dignità, il presidente israeliano Peres e Bush dovrebbero essere portati di fronte alla Corte Penale Internazionale. Bisogna rispettare le leggi e il diritto internazionale”.

Ricordando le 6oo vittime civili -in maggior parte bambini- un Chávez commosso e allo stesso tempo indignato ha aggiunto che i soldati israeliani “sono dei vigliacchi perchè bombardano un popolo indifeso, mentre dorme, innocente”.
Ha fatto un appello ai cittadini israeliani a “mettersi una mano sulla coscienza e ribellarsi contro il governo. Il mondo deve fermare questa pazzia”.

[Non so se El Presidente Hugo Chavez darà seguito a questo proposito, trovo tuttavia importante registrarne anche solo l'esternazione. Ascoltare le voci italiote è desolante, Chavez per lo meno quando parla, non solo è simpatico, ma tende a non leccare alcun budello culare: non le manda a dire, in somma. Se se sarà necessario posterò altri aggiornamenti. P.S. Sconsiglio vivamente di apprendere notizie riguardo la guerra israelo-palestinese dai mezzi di comunicazione italiani: meglio seguire via web, a cominciare dalle Piste che suggeriamo nella barra laterale. A cominciare da qui. cb]

sviste

di Carlo Brio

L’albero

di Lello Agretti

A un frutto
destina l’albero un anno intero
tutto obbedienza e pazienza;
il tempo dunque non conta
se cogliersi poi è___leggerezza.

Non gli occhi solamente.

A uno a uno
cedere fino al settimo senso,
arrendersi come natura,
ristare alla finestra come stiamo
più che peccato è due volte colpa.

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‘This the season

[Con questo racconto di China Miéville, pescato per caso e per magia dall'archivio di Carmilla, auguriamo buone feste a tutti i nostri lettori. Val la pena di leggerlo, almeno così consigliano la provenienza, carlobrio e le circostanze in cui è stato letto per la prima volta. Auguri.]

di China Miéville
(tr. di Paolo Chiocchetti)

Chiamatemi infantile, ma amo tutte quelle sciocchezze – la neve, gli alberi, i fili argentati, il tacchino. Amo i regali. Amo i canti e le allegre filastrocche. Semplicemente, amo il Natale™.

Ed è per questo che ero così eccitato. Non solo per me, soprattutto per Annie. Aylsa, sua madre, diceva che non ci trovava niente di speciale e che ero un sentimentale, ma io sapevo che Annie non stava nella pelle. Aveva quattordici anni ma ero sicuro che per queste cose era ancora una bambina che sognava le calze accanto al camino. Ogni volta che è il mio turno di tenere Annie il 25 – dopo il divorzio io e Aylsa ci alterniamo – io faccio del mio meglio.

Ammetto che Aylsa mi metteva di cattivo umore. Temevo di deludere Annie. Quindi non c’è bisogno che vi dica quanto fossi felice nello scoprire che per la prima volta in vita mia sarei stato in grado di festeggiarlo come si deve.

Non fraintendetemi. Non possiedo azioni della YuleCo e non posso permettermi una licenza da un giorno per utente finale, quindi non posso dare una festa legale. Avevo brevemente considerato l’opzione di acquistarla da uno dei concorrenti economici come XmasTym oppure di prendere un prodotto secondario da un non-specialista come Coca-Crissmas, ma l’idea di farlo a prezzi stracciati era semplicemente deprimente. Non avrei potuto utilizzare molte delle cose tradizionali, e se non puoi averle tutte, a che pro averne qualcuna? (XmasTym aveva i diritti sul cotechino. Ma il cotechino è disgustoso). Le altre aziende provavano continuamente a creare le proprie alternative ai prodotti classici con marchio depositato, come le renne e i pupazzi di neve, ma non decollavano mai. Non dimenticherò mai la reazione sconsolata di Annie di fronte al Geco Festivo della JingleMas.

No, come la maggior parte delle persone avrei organizzato un piccolo Evento di Mezzo Inverno, solo io e Annie. Finché stavo attento a stare alla larga da prodotti registrati saremmo stati bene.

Con le decorazioni d’edera potevi ancora passarla liscia; l’agrifoglio è assolutamente da evitare ma io avevo fatto incetta di pomodorini ciliegia che stavo progettando di appoggiare su qualche cactus. Non avrei rischiato i fili argentati, ma avevo un paio di cinture variopinte che avrei avvolto sopra la mia aspidistra. Avete presente il genere di cose. Gli ispettori non sono troppo cattivi: a volte per un ninnolo o due chiudono un occhio (ed è una fortuna, perché le multe per feste di Natale™ senza licenza sono astronomiche).

Così stavo finendo i preparativi, quando è successa la cosa più straordinaria. Ho vinto alla lotteria!

Beh, in realtà non ho vinto alla lotteria, ma sono arrivato nel gruppo dei premi di consolazione, ed era un gran bel premio… L’invito ad una speciale festa di Natale™ registrata nel centro di Londra, organizzata dalla stessa YuleCo.

Finito di leggere la lettera tremavo. Era la YuleCo, quindi sarebbe stato tutto originale! Ci sarebbero stati Babbo Natale™ e Rodolfo la Renna™, e il Vischio™, e il Panettone™, e un Albero di Natale™ con sotto i regali.

Era quest’ultima cosa quello a cui non riuscivo a credere. Mettere i miei regali avvolti con fogli di giornale vicino all’aspidistra era così terribilmente deprimente, ma da quando la YuleCo aveva acquistato i diritti sulla carta colorata e sul deposito di regali sotto l’albero gli ispettori avevano dato un giro di vite contro la Donazione Subarborea Aggravata. Non potevo smettere di pensare a come ad Annie sarebbe stato permesso di allungare la mano e di pescare il proprio regalo da sotto veri rami di pino pieni d’aghi…

Forse non avrei dovuto dirlo ad Annie, avrei dovuto farle una sorpresa il giorno stesso, ma ero troppo eccitato. E, ad essere onesto, in parte le ho fatto questa rivelazione perché volevo ingelosire Aylsa. Lei faceva sempre un sacco di storie sul fatto di non sentire la mancanza del Natale™.

– Pensa, – ho detto, – potremmo cantare i canti natalizi legalmente… oh, scusa, tu li detesti, non è vero? – Sono stato tremendo.

Annie era quasi pazza di eccitazione. Ha cambiato il suo nick virtuale in ’tistheseason e, per quanto ho potuto capire, ha passato tutto il tempo a vantarsi con i suoi poveri amici rosi dall’invidia. Ho sbirciato lo schermo quando le ho portato il tè: la chat era piena di nomi come tinkerbell12 e handfulofflowers, e tutto quello che sono riuscito a vedere prima che bloccasse lo schermo pretendendo un po’ di privacy sono state esclamazioni come “noooo!?!?!? nataalee?!?! che grande!!!!!”

– Abbi un cuore – le ho detto. – Non rivoltare il coltello nella piaga coi tuoi amici. – Ma lei si è messa a ridere e mi ha detto che si stavano mettendo d’accordo comunque per incontrarsi il gran giorno, e che non sapevo quello che stavo dicendo.

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Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo

Intanto rifletto

di carlobrio

Che vuole che le faccia io se dalla Francia non ci viene più una buona commedia, e ci siamo ridotti a mettere in iscena commedie di Pirandello, che chi l’intende è bravo, fatte apposta di maniera che né attori né critici né pubblico ne restino mai contenti?
(da Sei personaggi in cerca d’autore)


La rappresentazione è stata tutta sbagliata.

L’errore è cominciato dalla premessa, cioè da prima che cominciasse lo spettacolo, la messa in scena di Sei personaggi in cerca d’autore, che io non conoscevo e che ieri sera ho appreso, apprezzato, interrogato e commentato per la prima volta. (Su ognuna di queste operazioni, che sono le fasi di un’unica operazione, probabilmente ci sarebbe da scrivere un intero saggio). Pochi minuti prima che luci si spegnessero, e le maschere per un poco smetterssero se stesse, dal palco spoglio un uomo in completo bianco e panama richiama l’attenzione dello sciame sottostante. Non capivo cosa stava accadendo. Quello, che, come poi ho saputo, faceva il commissario in Vivere, dice (riporto a memoria): Il Signor…mi manda per scusarsi di non…[oblio]… che è poi nello spirito dell’opera, tra finzione e realtà…[oblio].

Bene, era davvero nella parte del capocomico perché non ha capito un cazzo. Come nessun altro.

Il commissario di Vivere sale sul palco come non-attore, vi risale come capocomico che deve mettere in scena uno spettacolo, diventa spettatore di un altro spettacolo, va via passando tra le poltroncine del pubblico. A meno di una data posizione, si instaura una scala di finzione. Primo grado: le scuse prima dello spettacolo. Secondo: gli attori fanno gli attori. Terzo grado finzionale, quindi il più infimo (o intimo): i sei personaggi disgraziati. (Personalmente avrei preso a sprangate il Padre di famiglia).

Fin qui, in realtà, tutto bene. Io mi godo il Pirandello che non ho mai letto né visto rappresentato. Mi godo il teatro e ciò che ne ricavo in termini d reazioni e proposizioni. Poi mi chiedo, all’ingresso dei sei funesti: e se qualcuno salisse sul palco e s’aggiungesse ai sei? Cosa accadrebbe? Quali sarebbero le reazioni degli attori? Continuerebbero oppure no? Probabilmente no, subito mi rispondo, e contrattacco, allora sono dei coglioni che non sanno quello che fanno, o meglio: dei traditori. Ovvero li avevo già giudicati e condannati. Effettivamente ho sempre avuto un bell’indice…

Tutto questo perché? Per due motivi, di cui il secondo alla fine – dunque: perché il teatro si compiaceva di essere teatro, il pubblico pubblico, i teatresi teatresi. Questo compiacimento su cosa si fondava? Da qui la mia provocazione, prestamente comunicata, con un sorrisetto da bifolco, a Melancolia che di rimando, come una lama, mi dice: Non avresti mai il coraggio di farlo. Vero…ma è un altro discorso che poi affronterò, magari in questa sede.

Il compiacimento, dunque. Siccome ad ognuno piaceva il giuòco delle parti e della parte vera e finta (pubblico vero, proscenio finzionale), allora al comparire dei sei poveracci, che poi sono il fulcro della meditazione per teatro di Pirandello, tutto il pubblico, o almeno una parte, avrebbe dovuto salire sul palco e presentarsi come altrettanti poveracci in cerca d’autore. Che poi, né più né meno è l’umana condizione. (Scrivendo questa nota mi chiedo se il desiderio almeno ci sia stato, di salire sul palco…) Lì!, allora, sarebbe accaduto qualcosa: cioè Pirandello si sarebbe materializzato. Ma giustamente era una serata di spettacolo, non una seduta medianica.

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diario estemporaneo

di carlobrio

Pirandello è vero.

intanto rifletto

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Niente è vero tutto è permesso

Un Aforisma

Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

Un dialogo

-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

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