Linutile

Essere un uomo utile mi è parso sempre qualcosa di veramente schifoso C. Baudelaire

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Sedici Luglio

Pubblicato da cb su 18 Luglio, 2008

di cb

di questo tempo buoi
non v’è da vedere molto il cristallo
di questo tempo buoi aggiogati
polvere siamo spellati
i muscoli arroventati
la faccia un disegno argomentato
gli scavi le perforazioni le gote
disegno in ogni tempo d’ogni tempo
non v’è
da aspettare il pizzo bianco e la cataratta
il disegno la faccia scassata
contro la roccia grigia, unica, ultima
Ma se lo sai decifrare.
Se lo sai.
Ammesso tu sappia chi sia ch’io mi rivolga ammesso
tu ____mi ____veda
Le sigarette bruciate enumerano le angosce quotidiane
l’albero verde e nero nella notte nera
l’albero solitario
muto impenetrabile
siamo fratelli, l’uguale faccia sul tronco
le braccia piegate in preghiera verso l’alto
il volto nero della notte viola
profondissima
maggioritaria quanto me
seppure picchio la testa sul taglio
la ferita in un quadro ma mia
la preghiera d’un albero
ma la mia. __________Anche.
così si potrebbe rimediare al gelo,
sento freddo ed è luglio
sento freddo e m’incammino
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Una poesia inglese

Pubblicato da cb su 17 Luglio, 2008

di J.L.Borges

Con che cosa potrei trattenerti?
Quel che ho da offrirti son povere strade, tramonti scorati, la luna dei cenciosi sobborghi.
Ti offro i miei avi, i miei morti, gli spiriti che i viventi hanno onorati nel marmo: il padre di mio padre ucciso sul fronte di Buenos Aires con due pallottole nei polmoni, morto barbuto che i suoi soldati avvolsero in una pelle di vacca; il nonno di mia madre che appena ventiquattrenne guidò una carica di trecento uomini in Perù, fantasmi ormai su cavalli dileguati.
Ti offro quanto possa esserci nei miei libri e la mia vita avere di dignità e sprezzatura.
Ti offro la fedeltà d’un uomo che non è mai stato fedele.
T’offro il nocciolo di me che ho potuto salvare: il centro del cuore che non consiste in parole, non si barattta coi sogni e che tempo, gioia, avversità lasciano intatto.
T’offro spiegazioni di te, teorie su te, vere e sorprendenti notizie che ti concernono.
Posso darti la mia solitudine, le mie tenebre, la fame del mio cuore; tento di allettarti con l’incertezza, il rischio, la sconfitta.

1934

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quindici luglio

Pubblicato da cb su 16 Luglio, 2008

di cb (suo malgrado)

lavammo il sangue con
le pietre del mattino
poi sotto rade fole ci chinammo
senza vedere i volti che l’acqua
che non vedi ora ma la ricordi
specchiava nei giorni
dell’agosto di grano e dei campi
che non ho visto se non
nelle fantasie antiche di giorni d’agosto
dove il regno era delle mosche
e la calura il morte divenuto regina. poi
davvero
sparimmo, tra la parete separata
di quello spazio che non c’eravamo conosciuti
lo spazio della parete che chiami infinita
che lo è come lo spazio
e così sorseggiammo l’amaro fiele
della piccolezza che ci fu
da scontare a poco a poco o
presto presto, banale o no
ma la pena, al primo,
ci è stata imposta come il marchio che
di notte, nello scurore della notte,
perché non fosse vista, perché
troppo lo scandalo
della pena.
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Borges: L’Aleph

Pubblicato da cb su 10 Luglio, 2008

di carlo brio

Pochi giorni dopo questo Natale, prima di capodanno, in una casa fredda, grande, coperto di lana, in una cucina con la stufa a legna accesa, le noci sul tavolo, bicchieri e una bottiglia di vino, un’affettatrice e divani disfatti, un cane, pazzo, che fuori sbranava la sua copertina, dopo una pizza ad una sagra vicino al mare e la (in)consistenza della sabbia sotto le scarpe grosse, seduto a un tavolo, il neon acceso e la compagnia sincera di due amici di fianco, ho letto buona parte del secondo meridiano dedicato a Borges, moltissime poesie (poiché la più parte di questo volume contiene raccolte poetiche) e qualche prologo, mezzo saggio dantesco e qualche smozzico: lessi Borges e le sue ombre, accosciato presso Melancolia.

Di lì non ho più pensato a Borges, né ho voluto leggerlo. Ogni tanto sono andato in cerca dell’altro meridiano, in versione economica, a quanto pare introvabile.

Qualche giorno fa, in un’altra casa, le noci sul tavolo, bicchieri di vino, tv e ventilatore accesi, tra uno spaghetto e una vecchia mozzarella impanata e strafitta, uno dei due amici di quella notte dicembrina - c’era anche l’altro amico, la casa, come la prima, era la sua - tira fuori dal suo zaino portaEliot L’Aleph e Manuale di zoologia fantastica. Ne avevamo parlato qualche giorno prima a telefono, la sua voce bassa, sicura, che squarcia prospettive, gli avevo chiesto di portarmeli, i Borges, li avrei letti dopo Adorno e le sue Meditazioni della vita offesa, di cui ero a un terzo, di cui vorrei, o avrei voluto, rendere conto (a chi?), ma quella sera stessa di pochi giorni fa di quest’estate torrida e gravosa (gravida?) (di cosa?) ho aperto il primo Borges, Feltrinelli editore, 6,00 euro, e ho preso a leggere L’immortale, il racconto d’apertura che, confessa Borges nell’epilogo, è quello “più lavorato” e, nelle conversazioni con chi aveva già letto il libro, il più citato. Eppure non il migliore. Gli altri sono migliori. L’ultimo racconto, che sembra in principio il peggiore, è il migliore (fino al poscritto, che è troppo borgesiano). Di mezzo il libro, che è una magia. Una di quelle cianfrusaglie incantate di cui Borges avrà letto mille volte in qualche pagina sperduta. Non è letteratura. I racconti sono belli, niente di più niente di meno, ma non sono essi ad avermi attratto. (Certo anch’essi: per pochi giorni sono stato in tutto il mondo e in ogni universo, questo li fa (più che) belli). Il libro non si esaurisce in se stesso, nelle parole che il bambino Borges temeva si mescolassero a libro chiuso, ma finisce lì proprio dove vorrebbe cominciare, ma non può. A lettura ultimata ho capito che a Borges non frega niente della letteratura. Tra l’altro, in due tre parentesi e qualche inciso è racchiuso uno dei binari (per dove?) veri del libro: chi è lo scrittore? Questa è la domanda che scatta, fulgida, solo grazie ad una parentesi, poi torna il racconto: buchi nella pellicola. Cosa ‘fa’ lo scrittore? Manovra simboli: cos’è un simbolo? (Chi è simbolo? Di cosa?). Questo al libro ho fatto dire.

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CXXVIII

Pubblicato da cb su 7 Luglio, 2008

di Francesco Petrarca

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che’ miei sospir’ sian quali
spera ‘l Tevero et l’Arno,
e ‘l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra
e i cor’, che ‘ndura et serra
Marte superbo et fero
apri Tu, Padre, e ‘ntenerisci et snoda
ivi fa’ che ‘l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.
Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ‘l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ‘n cor venale amor cercate o fede.
Qual piú gente possede,
colui è piú da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani,
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?
Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi et la tedesca rabbia;
ma ‘l desir cieco, e ‘ncontra ‘l suo ben fermo,
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia
fiere selvagge et mansuete gregge
s’annidan sí, che sempre il miglior geme;
et è questo del seme,
per piú dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sí ‘l fianco,
che memoria de l’opra ancho non langue,
quando assetato et stanco
non piú bevve del fiume acqua che sangue.
Cesare taccio che per ogni piaggia
fece l’erbe sanguigne
di lor vene, ove ‘l nostro ferro mise.
Or par, non so per che stelle maligne,
che ‘l cielo in odio n’aggia:
vostra mercé, cui tanto si commise.
Vostre voglie divise
guastan del mondo la piú bella parte. Leggi il seguito di questo post »

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Kafka, Zolla, speranza

Pubblicato da cb su 2 Luglio, 2008

di Elemire Zolla

Meglio il malvagio che sa di esserlo del buono che sa di esserlo; soltanto l’innocenza che non sa nulla di sé vive accanto a Dio, (…) solo chi non pretende di sapere che cosa è e sarà, sarà ciò che è: sono tratti di saggezza chassidica che spiegano le massime morali di Kafka, il suo arzigogolo perpetuo, che non lasciano mai spiraglio di speranza affinché l’uomo impari a camminare senza grucce, o sopra le acque. Per Kafka la speranza riacquista il volto originario, quello che ebbe nel mito di Pandora: tutte le maledizioni sfuggirono al vaso quando il buffone Epimeteo l’aprì, una restò dentro, e almeno di quella l’uomo faccia a meno, la lasci nel vaso: la speranza.

Elemire Zolla, Prefazione a Kafka, Confessioni e immagini, ed. Milano 1960

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Angeli di Desolazione

Pubblicato da cb su 17 Giugno, 2008

di Jack Kerouac

Così Fagan capisce ora che sto diventando pazzo da legare e che ho bisogno di sonno…”Compreremo una bottiglia!” sbraito. Ma finisce che lui rimane seduto sull’erba del parco fumando una pipa, da mezzogiorno alle sei del pomeriggio, e io dormo spossato nell’erba ubriaco fradicio, con una bottiglia non sturata, soltanto per destarmi di tanto in tanto domandandmi dove sono e per Dio sono in Paradiso con Ben Fagan che sorveglia gli uomini e me.

E dico a Ben quando mi sveglio nel crepuscolo che va addensandosi alle sei del pomeriggio:”Ah Ben mi dispiace di averti la giornata dormendo in questo modo”, ma lui fa:”Avevi bisogno di sonno, te l’ho detto”. “E vorresti raccontarmi che sei rimasto seduto per tutto il pomeriggio in questo modo?…” “Osservando eventi inattesi” dice lui “come per esempio quello che sembra essere il clamore di un baccanale in quei cespugli laggiù” ed io guardo e odo bambini urlare e strillare nei nascosti cespugli del parco…”Che cosa stanno facendo?” “Non lo so: sono passate molte persone strane…” ” Da quano tempo sto dormendo?” “Da secoli.” “Scusami…” “Perché dovresti scusarti, ti voglio bene lo sai…” “Russavo?” “Hai russato tutto il giorno e io sono rimasto seduto qui tutto il giorno…” “Che splendida giornata!…” “Sì, è stata una giornata splendida…” “Come è strano!…” “Sì, strano…Ma non poi così strano, sei soltanto stanco…” “Che cosa pensi di Billie?…” Ridacchia al di sopra della pipa: “Che cosa ti aspetti che io dica, che la rano ti ha morso la gamba?…” “Perché hai un diamante nella fronte?” “Non ho un diamante nella fronte che il diavolo ti porti e finiscila con queste idee arbitrarie!” Ruggisce. “Ma che cosa sto facendo?…” “Piantala di pensare a te stesso, eh, galleggia con il mondo e basta…” “Il mondo ha galleggiato attraverso il parco?…” “Per tutto il giorno, avresti dovuto vederlo, ho fumato un intero pacchetto di Edgewood, è stata una giornata stranissima…” “Sei triste perché non ti ho parlato?…” “Per niente, anzi sono contento: faremmo meglio a tornare indietro” aggiunge “tra poco Billie tornerà a casa dall’ufficio…” “Ah Bemìn, ah Girasole…” “Ah merda” fa lui…”È strano…” “Chi ha detto che non lo fosse?…” “Non capisco…” “Non preoccupartene…” “Hmm sacra stanza, triste stanza, la vita è una triste stanza…” “Tutti gli esseri senzienti se ne rendono conto” dice lui severamente. Leggi il seguito di questo post »

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Il lupo e la libellula

Pubblicato da cb su 12 Giugno, 2008

di carlo brio

La polluzione elettrica s’insinuava nella notte metropolitana in vibrazioni soniche che irradiavano dal locale anonimo e fumoso, raggiungendo i tetti dei grattacieli che ingabbiavano la città. Spiv ascoltava i sudori della Gibson dalla finestra del suo appartamento, al terzo piano dell’edificio: l’aria fresca e il vicolo buio erano l’ideale per fumare una sigaretta e riposare la mente. Quest’ultima operazione, tuttavia, fu impossibile - il tentativo stesso era un fallimento.
Il chitarrista guadagnava la sua serata regalando un po’ d’amore alle anime incerte che affollavano il locale, il capo chino, i capelli che nascondevano il viso commosso alla vista degli avventori: regalava un po’ d’amore e non lo sapevano. Ginger serviva ai tavoli: regalava fantasie erotiche per un seno intravisto e un culo scolpito nella minigonna di latex.
L’illuminazione insufficiente, destinata a poche lampade al neon distribuite in modo che alcuni angoli fossero più illuminati di altri, immergeva il locale in una confortante penombra.
Il locale era pieno.
Ginger fece segno a Bill ch’era in pausa. Questi mise un bicchiere al bordo del banco e tornò alle facce che imploravano alcol. Ginger vuotò al volo il bicchiere e, trovato un angolino libero, s’accese una sigaretta. Prima d’uscire, si chiese che faccia avesse il ragazzino che suonava.
L’aria fresca e il buio del vicolo accolsero quelle gambe chilometriche.
Gustavo Mendez era da poco sceso dalla metropolitana e s’aggirava nei rigagnoli della notte metropolitana. Cacciava senza premeditazione: annusava l’aria e cacciava, solo. Gustavo Mendez era un lupo.
Annusò l’aria.
Sentì la carne.
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Vinia

Pubblicato da cb su 30 Maggio, 2008

di carlo Brio

Su un deserto ovale
come l’occhio che vede
l’aria d’un altopiano andino
con la palpebra calata,
ti incontro piantato nelle quattro
impronte -
ciò che non si vede da lontano è dove siamo -
ti interrogo, occhio di sfinge,
le tigri mastine azzannano
l’anno nuovo della mia schiena
come arabeschi parziali,
figure pietrose saltano intorno
a farfalle monacate,
taci e ci contiene
il silenzio di questa bolla
che profonda sta tra
una stella e una stella
uno spazio e uno spazio.
Solo si sentono i nostri
Fiati.

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Meditazione sull’estate

Pubblicato da cb su 27 Maggio, 2008

di Carlo Brio

.

I meditazione sull’estate

è i mesi dell’assenza
la dilatazione del tempo
e del ricordo
l’estate è lo sfaldamento dell’anno
la discesa orizzontale
(di sassi sabbia vetro cicche preservativi usati)
verso il mare
i corpi costretti a sudare
è i mesi dell’attesa

.

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Gomorra Fragmentation, per una lettura

Pubblicato da cb su 27 Maggio, 2008

di Roberto Saviano

maledizione

- la merce ha in sé tutti i diritti di spostamento che nessun essere umano potrà mai avere.

- Nessuno chiedeva, tutti constatavano che merci non soffrono il caldo e questa era condizione sufficiente per non spendere soldi in condizionatori.

- “Euro, dollaro, yüan. Ecco la mia triade.”

- Profitto, business, capitale. Null’altro. Si tende a considerare il potere che determina certe dinamiche e allora lo si ascrive a un’entità oscura: mafia cinese. Una sintesi che tende a scacciare tutti i termini intermedi, tutti i passaggi finanziari, tutte le qualità d’investimento, tutto ciò che fa la forza di un gruppo economico criminale.

- “Questi qua sono tutti pregiudicati. Spaccio, furti, ricettazione, rapina…qualcuna fa pure le marchette. Non c’è nessuno pulito. Qua più ne muoiono, meglio è per tutti…”

- L’organizzazione criminale coincide direttamente con l’economia, la dialettica commerciale è l’ossatura del clan.

- Il clan non impone con l’intimidazione il prodotto che decide di “adottare” ma con la convenienza.

- Sconfitti nel potere economico significa immediatamente sconfitti nella carne.

- “Rione Terzo Mondo, non entrate”

- “Fare un pezzo”: un’espressione mutuata dal lavoro a cottimo, l’uccisione di un uomo equiparata alla fabbricazione di una cosa, non importa quale. Un pezzo.

- “Fatemi uscire da qua!…Diteglielo al masto!”

- Qui lavorare come garzone, cameriere, o in un cantiere è come un’ignominia. Oltre ai soliti eterni motivi: lavoro nero, ferie, e malattie non pagate, dieci ore di media al giorno, non hai speranza di poter migliorare la tua condizione. [...] Questi ragazzini imbottiti, queste ridicole vedette simili a marionette da football americano, non avevano in mente di diventare Al Capone, ma Flavio Briatore, non un pistolero, ma un uomo d’affari accompagnato da modelle: volevano diventare imprenditori di successo.

- Bisogna invece riuscire a capire se qualcosa è rimasto. Questo vado a rintracciare. Cerco di capire cosa galleggia ancora d’umano; se c’è un sentiero, un cunicolo scavato dal verme dell’esistenza che possa sbucare in una soluzione, in una risposta che dia il senso reale di ciò che sta accadendo.

- Il peggio che raccontano è lo scarto del peggio. A Secondigliano molti cronisti credono di trovare il ghetto d’Europa, la miseria assoluta. Se riuscissero a non scappare, si accorgerebbero di avere dinanzi i pilastri dell’economia, la miniera nascosta, la tenebra da dove trova energia il cuore pulsante del mercato.

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Quattro Quartetti, East Coker, I

Pubblicato da cb su 24 Maggio, 2008

di Thomas Stearns Eliot

Nel mio principio è la mia fine. Una dopo l’altra
Case sorgono cadono crollano vengono
Ampliate vengono
Demolite distrutte restaurate o al loro posto
C’è un campo aperto o uno stabilimento o
Una via di circonvallazione. Vecchia pietra
Per costruzioni nuove vecchio legname
Per nuovi fuochi, vecchi fuochi
Per cenere e cenere
Per terra che è carne e pelo
Escrementi, ossa
Di uomo e di bestia stelo di grano
E foglia. Case
Vivono e muoiono: c’è un tempo per costruire
E un tempo per vivere e generare
E un tempo perché il vento infranga
Il vetro sconnesso e scuota il rivestimento
Di legno dove trotta il topo, e scuota
Il logoro arazzo ricamato con un motto silenzioso.

Nel mio principio è la mia fine. Ora la luce
Cade per il campo aperto, lasciando
La via incassata riparata dai rami, buia
Nel pomeriggio dove ci si appoggia contro una sponda
Mentre passa un carro e la via incassata
Insiste nella sua direzione fin dentro al villaggio nel caldo
Elettrico ipnotizzata. In una calda caligine
La luce afosa è assorbita, non rifratta
Dalla pietra grigia. Le dalie
Dormono nel silenzio vuoto. La civetta
Non si farà attendere.

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Sergio Endrigo: Mille Lire

Pubblicato da cb su 18 Maggio, 2008

di Sergio Endrigo

Ragazzina che mi salti addosso
In agguato al semaforo rosso
Per mille lire mi offri due rose
Fazzoletti di carta e mille cose
E io distratto e stanco di guidare
Senza volere mi metto a ricordare
Mille lire del tempo che fu
Molto prima che nascevi tu

Mille lire mille lire di una volta
La prima volta che le ho visto tutte intere
Ho capito che la vita era a una svolta
Che mi aprivano tutte le frontiere
Mille lire mille lire avventuriere

Mille lire colorate rosso e paglia
Mille lire grandi come una tovaglia
Un lenzuolo da piegare in otto
Una coperta per stare caldi sopra e sotto
Mille lire mille lire un terno al lotto

E volare felice in aeroplano
Con la tua squadra andare su a Milano
In tribuna come un pascià
E la Triestina militava in serie “A”

Mille lire almeno mille lire al mese
Era un sogno il sogno piccolo borghese
Ma per chi ha sempre avuto il culo sul velluto
Era uno scherzo bruciarle in un minuto
Mille lire mille lire e ti saluto

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Temporale

Pubblicato da cb su 15 Maggio, 2008

di carlo brio

Le camelie appassivano nel vaso, il resto dei fiori lo era già, nel giardino, che ormai cresceva incolto, abbandonato a se stesso e alla terribile stagione, sul retro della casa decrepita, ma ancora dignitosa, velata d’una solitudine povera, benevola, in fondo ad una serie di case destinate alla demolizione, nella periferia del quartiere nella parte orientale della città, nel grigiore della periferia della periferia. Le camelie appassivano, eppure avevano resistito. Le dimenticanze erano all’inizio state saltuarie, appunto: dimenticanze. Dopo, erano divenute frequenti, ma frequenti eran stati anche i recuperi, ed erano state abbeverate, con mano tremante, le camelie. In seguito le dimenticanze erano diventate croniche, i recuperi sporadici: più che recuperi di memoria, d’un ufficio da compiere secondo un calendario liturgico, il vaso era annaffiato per un vezzo del momento, per una distrazione nella distrazione – così i recuperi eran diventati pioggia nel deserto peruviano.
Le camelie appassivano, Edward Senco agonizzava.

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da Hitler: Libro e scrittore

Pubblicato da cb su 15 Maggio, 2008

di Giuseppe Genna

State attenti al potere di un libro. Esso è una fenice. Bruciàtelo nel buio e ne vedrete, improvvisa, la resurrezione. Esso non è quello che sembra. L’idea è immateriale, si consolida soltanto momentaneamente nella carta. Scivola, serpentina. Persiste. Resiste. Non c’è fiamma che la intacchi. Lo scrittore continua a rimanere l’untore e il potere lo insegue invano: è un’ombra. La lebbra che diffonde non dà scampo. Smuove l’asse terrestre. Lo scrittore è il soldato dell’immaginazione, l’intercettore delle verità aeree e nascoste, l’erede di Mosè che trascrive leggi improrogabili, ascolta voci inesistenti, cosparge il seme folle della gramigna per l’intera reggia. Le sue sillabe sono tarli che erodono le gambe del trono. È un insetto nocivo: quello che porta salute. Nasconde tra le parole le chiavi dello spirito: sta agli uomini trovarle e aprire le porte che vanno aperte.
È un’illusione sterminarlo. Sterminare è illusorio. Chi si dà allo sterminio è votato al fallimento. Più ancora nel caso dei libri: essi proliferano, lontanissimo dalle fiamme che li abbruciano.
Sono spettri parlanti, i libri.
Fanno tremare.

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