Di Marco Aragno

Tutto continuava a parlare nel piccolo orto.
Ovunque le cose chiamavano le loro parole
E le parole correvano a dire, volavano piano
[…]
e volevano bene alle cose
(Silvia Avallone)
Libro dei vent’anni, già. Chi è che a vent’anni non abbia provato, almeno una volta, a scarabocchiare dei versi sul proprio quaderno o su un tovagliolo di carta, semmai su suggerimento dell’insegnante o di qualche genitore appassionato di lettere? Ma il titolo naif, detto così, trae in inganno. La prima raccolta di Silvia Avallone è un’opera che affronta la letteratura da una prospettiva tutt’altro che ingenua, riuscendo a sfatare i miti rimbaudiani e anticonformistici di tanta produzione giovanile. E’ una poesia matura, soprattutto perché riesce a contenere gli eccessi e le smanie adolescenziali senza però smarrire la vitalità e la freschezza che ci si aspetterebbe dai versi di una ventenne. In fondo gli scenari poetici in cui si muove Silvia, più che luoghi di richiamo letterario, rappresentano il vissuto di tanti altri giovani. Bar, treni, aerei, università ecc. E muovendo da questa ordinarietà, il libro si rende facilmente familiare al lettore prestando il fianco a svariate e collaudate letture: zona di attraversamento di una conradiana linea d’ombra, diario del viaggio da un’età a quella successiva, costruzione in itinere di una nuova grammatica emotiva. Ma il dato che sembra emergere con assoluta certezza è che l’opera non costituisce una cesura netta tra due stagioni della vita, rappresentando più giustamente il momento di una metaformosi, spesso raccontata attraverso il linguaggio della fiaba e del mito.
D’altronde, già nelle liriche che compongono le prime sezioni, è possibile rinvenire un abbandono malinconico ma non traumatico del sogno dell’infanzia ed un’ entrata graduale, in punta di piedi, nel mondo degli adulti (gli occhi nuovi de L’inizio). Il passaggio è mediato senza particolari scosse dalla luce del ricordo, dal battesimo nominale (Ratin) o dalla celebrazione entusiastica della vita (La vita stravince su tutto). L’ingresso in un altro tempo, la vigilia del mondo che arriva, ovviamente non è esente da conseguenze, comportando il congedo di sé, di una parte di sé, irrimediabilmente legata al passato e ormai incapace di esprimersi autonomamente nella dimensione presente. Eppure, nonostante il peso di questa perdita, l’impatto con i grandi interrogativi che l’età adulta finisce per imporre non comporta mai una spinta centripeta verso una solipsistica singolarità, bensì avvia sempre un’azione positiva di confronto, innesca continuamente un movimento di apertura dell’io verso gli altri e verso l’Altro (il poco senso di essere una). In particolare, gli incontri con le persone nelle quali l’autrice si imbatte quotidianamente si fanno ricerca di un senso individuale e collettivo, momento privilegiato in cui scoprire autenticamente se stessi (mi scopro nel nome in cui mi chiamate). Questo incontro, sia chiaro, non è mentale, ma anzitutto fisico, corporale (non è sufficiente una parola, un discorso ma il corpo). In fondo, come ci ricorda Nietzsche, il corpo ha le sue ragioni. Lo sa bene ancor più una ventenne che fa dei propri sensi, prima che del linguaggio verbale, uno degli strumenti fondamentali con cui esperire il mondo. In Silvia Avallone la giovinezza esplode vitalisticamente in tutta la sua forza, come un universo proiettato nel futuro in cui tutto può avverarsi, un andare insieme che pretende una ricerca incessante, un divenire continuo, un viaggio in cui pronunciare un noi.
Quest’apertura verso l’esterno diventa anche il momento di ricongiungimento con l’Altro, l’escursione solitaria e silenziosa nel mistero insondabile della vita: L’aldilà non ha una porta ma un muro, sotto quest’aspetto, è la sezione più interessante della raccolta. L’autoaffermazione di sé e il dialogo col tu, su cui s’impernia la poetica classica del Novecento, vengono a mancare per la prima volta lasciando spazio ad una spiritualità più corale. L’aldilà, per Silvia, è il luogo mitico in cui cessa ogni voce, lo spazio originario e preverbale suggestivamente popolato da presenze archetipiche (questo muro non ci risponde, il mare non ci risponde). Così, attraversato il luogo delle origini, Silvia può rileggere alla luce del presente l’esperienza della sua infanzia come in qui la vita è perfetta e può portare a compimento il passaggio dall’età dei nomi e del mito all’età delle cose. Il tutto attraverso uno stile originale orientato ad alcuni modelli letterari più o meno recenti: Pasolini, Rondoni, Anedda, Rosselli e soprattutto Pavese di Lavorare Stanca. Come per Pavese, infatti, anche per Silvia le sollecitazioni della metaforicità ermetica o le tentazioni avanguardiste vengono sempre neutralizzate a vantaggio di un dettato poetico improntato al racconto in versi o alla rievocazione fiabesca. Perché, in fondo, di fiaba e di verità si nutre la raccolta dell’Avallone, dell’intervallo sconvolgente ed affascinante che separa l’isola sospesa di marzapane dal mondo svestito di parole.


Dopo aver letto il suo romanzo “acciaio”, le sue poesie sarebbe stato un vero piacere. E leggerli in italiano. Grato.
Cordiali saluti