Confessioni di un malandrino – Angelo Branduardi

Nel 1920 il poeta russo Sergej Aleksandrovič Esenin scrisse questi versi:

Confessione d’un teppista

Non a tutti è dato cantare,

non a tutti è dato cadere

come una mela ai piedi degli altri.

E’ questa la confessione più grande

che possa mai farvi un teppista.

Io vado a bella posta spettinato

col capo sulle spalle come un lume a petrolio.

Mi piace rischiarare nelle tenebre

l’autunno senza foglie delle vostre anime.

Mi piace quando i sassi dell’ingiuria

mi volano addosso come la grandine d’una ruttante bufera.

Stringo allora più forte con le mani

la bolla tremula dei miei capelli.

E’ così dolce allora ricordare

lo stagno erboso e il rauco suono dell’alno

e mio padre e mia madre viventi in qualche luogo,

che s’infischiano di tutti i miei versi

e mi amano come il campo e la carne,

come la pioggerella che a primavera rende soffice il verde.

Verrebbe a infilzarvi con le forche

per ogni vostro grido contro di me scagliato.

Poveri genitori contadini!

Siete di certo diventati brutti,

temete sempre Dio e le viscere palustri.

Potreste almeno capire

che vostro figlio in Russia

è il migliore poeta!

Il cuore non vi si copriva di brina per la sua vita,

quand’egli si bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?

Ora invece cammina in cilindro

e con le scarpe lucide.
Ma sopravvive in lui l’antica foga

del monello di campagna.

Ad ogni mucca delle insegne di macelleria

di lontano egli manda un saluto.

Ed incontrando i vetturini in piazza,

ricordando l’odore di letame dei campi nativi,

egli è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo

come lo strascico d’una veste nuziale.

Io amo la patria.

Amo molto la patria!

Anche se una mestizia rugginosa avvolge i suoi salici.

Mi sono gradevoli i grugni imbrattati dei maiali

e la voce dei rospi sonante nella quiete notturna.

Io sono teneramente malato di ricordi d’infanzia,

sogno la bruma delle umide sere d’aprile.

Come per riscaldarsi il nostro acero

s’è accoccolato al rogo del tramonto.

Oh, quante volte mi sono arrampicato sui rami

a rubare le uova dai nidi dei corvi!

E’ ora sempre lo stesso, con la cima verde?

La sua corteccia è dura come prima?

E tu, mio diletto,

fedele cane pezzato?!

La vecchiezza ti ha reso stridulo e cieco

e vaghi per il cortile, trascinando la coda penzolante,

senza più ricordare dove sia la porta e dove la stalla.

Come mi sono care quelle birichinate

quando, sottratto a mia madre un cantuccio di pane,

lo mordevamo insieme uno alla volta,

senza avere ribrezzo l’uno dell’altro.

Io non sono cambiato.

Non è cambiato il mio cuore.

Come fiordalisi nella segala fioriscono gli occhi nel viso.

Stendendo stuoie dorate di versi,

vorrei dirvi qualcosa di tenero.

Buona notte!

A voi tutti buona notte!

Più non tintinna nell’erba del crepuscolo la falce del tramonto.

Stasera ho tanta voglia di pisciare

dalla finestra mia contro la luna.

Azzurra luce, luce così azzurra!

In quest’azzurro anche il morir non duole.

Che importa se ho l’aria d’un cinico

dal cui sedere penzola un fanale!

Vecchio e bravo Pegaso straccato,

mi occorre forse il tuo morbido trotto?

Sono venuto come un maestro austero

a decantare e a celebre i sorci.

Simile a un agosto, la mia zucca

si effonde in vino di capelli tumultuosi.
Io voglio essere una gialla vela

per quel paese verso cui navighiamo.

Nel 1975 Angelo Branduardi li musicò, con leggere variazioni:

Mi piace spettinato camminare
il capo sulle spalle come un lume
e mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria,
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.
Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi;
ma mi vogliono bene come ai campi
alla pelle ed alla pioggia di stagione,
raro sarà che chi mi offende
scampi alle punte del forcone.
Poveri genitori contadini,
certo siete invecchiati e ancor temete
il Signore del cielo e gli acquitrini,
genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliolo è diventato
il primo tra i poeti del Paese
e ora in scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.
Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
la vacca si inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.
Voglio bene alla patria
benchè afflitta di tronchi rugginosi
m’è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all’ombra sospirosi.
Son malato di infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’Aprile,
sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.
Dal nido di quell’albero, le uova
per rubare, salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima;
e tu mio caro amico vecchio cane,
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.
Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola l’uomo ed una il cane.
Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.

Buona notte alla falce della luna
sì cheta mentre l’aria si fa bruna,
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte e` così tersa,
qui forse anche morire non fa male,
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.
O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo,
giunsi come un maestro solitario
e non canto e celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.

La canzone, la traduzione, la poesia e le sensazioni sono molto belle.

2 Risposte a “Confessioni di un malandrino – Angelo Branduardi”


  1. 1 carlo brio 5 Settembre, 2009 alle 7:58 pm

    ringrazio chi l’ha pubblicata, per più motivi

  2. 2 sacerdote/lsd/tantrico 12 Settembre, 2009 alle 6:34 pm

    incredibile vero? e chi meglio di Esenin, chi meglio di lui può raccontare la sensazione del poeta verso i suoi, verso la sua terra, verso la società del cazzo? Branduardi poi ha la sensibilità adatta per musicare una poesia come questa, splendida, stupefacente, triste e ammantata da quel senso di colpa così fottutamente, così maledettamente, così brillantemente in solitudine nelle zozze città di questo mondo. poveri genitori dei grandi poeti.


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