Diario di un Gambero: pag 29

di Mr. Shrimp

Sono attraenti, i prati, anche incorniciati di spugne squadrate (prima gialle e poi brune).

Le persone parlano, in lontananza, non si sentono – sembrano boccheggiare – e le bocche sempraperte mimano maschere di tufo (gialle e porose). E vorrei non essere solo, potrei avere un compagno e insieme giudicare gli altri. Perché da solo perdo contro i troppi

«ci sono decisamente troppi sguardi!».

Se lo avessi qui (l’amico) potrei (di rado) trastullargli il mento con un pizzico lento e mancino pulirgli la clavicola dai granelli posteri di quel contatto.

Uno sportivo mangia una carota: e quell’ uomo è quell’ ora di sport al giorno che non suderò mai – come non stenterò a scrivere la sussurrata dettatura dell’intento non potendo (così) a mia volta sussurrare all’orecchio di qualcuno scatenando intenti.

Ma perché no? Sono un pesce forse? Beh, mi sembra proprio di si. Se passo la mano sulle spalle assaporo di tatto le piume, quelle che restano e comunque non necessarie.

Ecco una nostra fortuna: condannati alla gravità. Il piccione sceso sul giardino tumefatto agli angoli si trova in un dilemma assai difficile:

Restare qui? O la prima fila di balconi? O la ruggine di quella croce? E chi sa quale fatica, sbattere le ali in continuazione, violentato dalle correnti. Ma devo rammentarmi che non c’è scelta sugli altri piani di realtà. Quel filo d’erba non ha scelto di spuntare in quel solco di pietre. Quel filo d’erba non è verde, la luce è verde e di più. Quel filo d’erba non è un filo d’erba. Non è solo.

Per quanto si spolmonano sbraitando i gabbiani sembrano ancora dei dinosauri. Il più sozzo tra loro si è conquistato, con qualche beccata, il trono in cima alla cupola di pelle elefantina. L’avorio sembra cadere e sciogliersi sulle spalle di una ragazza testarossa e tra i grossi seni di un’altra. A fissarli mi viene sete e da pisciare.

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Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

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-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

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