di Alberto di Raco
____________________I
Noi, qui, riuniti in questo
Treno di periferia. in silenzio.
noi qui.
perché a quest’ora di mattina
perché a quest’ora di sera.
ogni giorno noi, tutti d’accordo,
ci alziamo
alla stessa ora. con la stessa fatica
con lo stesso malumore
con lo stesso torpore
ed ogni giorno noi, tutti d’accordo,
prendiamo alla stessa ora questo stesso treno
calcolando il tempo del tragitto
le soste ai semafori
calcolando i nostri sguardi cercando la stessa persona
di ogni fermata, noi, qui, ogni giorno.
da tempo abbiamo smesso di considerare
qualsiasi occasione d’emergenza, qualsiasi variante.
noi ci siamo messi d’accordo.
siamo ben forti su questo treno azzurro
che ci prende alle otto meno un quarto:
ogni altra possibilità è stata ormai esclusa;
e, scendendo alla fine, taciti pensiamo
al ritorno serale.
noi tutti ci conosciamo
conosciamo i nostri discorsi
conosciamo i nostri sguardi
conosciamo i nostri odori
abitiamo nella stessa stanza
siamo la stessa persona
siamo la stessa pratica
siamo lo stesso salario.
____________________II
La città ai piedi degli edifici
sveglia erbe grigie e fiori di carta;
la città sugli alberi contorti
sparge il proprio seme;
sulla via a destra una folata improvvisa
ci sveglia dal torpore invernale.
la pietra è calda
il nostro corpo sudato
al bar di nuove bibite ghiacciate:
i doni della nostra città
quest’anno.
____________________III
Nell’officina di ferro le mani sospese
fra la lima ed il tornio
sui tavolini d’ufficio le mani
si muovono risvegliate dal sangue,
dal fragore del sangue, sul vento così lontano?
in questa primavera senza ricordi,
festiva negli abiti verdi e azzurri della domenica
deserta nei suoi pomeriggi attoniti,
chi è che ci parla di un altro APRILE
chi tenta di smuovere
nei corridoi della memoria
polvere di case diroccate?
fogli di carta dicono
fogli di carta ricordano
sulla terza pagina del giornale
esultanza e LIBERAZIONE
epiche gesta tragedie collettive
muti volti ammassati ci guardano
chiusi nel loro segreto di gioia muti volti
invano tentano nella nostra memoria animare
fantasmi, parvenze di ciò che non
abbiamo vissuto invano tentano
invano tentano invano tentano
sguardi, bocche, col vento del loro respiro
giungere ancora ai COMPAGNI:
non abbiamo compagni quando il treno e fermo
e il personale non è in servizio
e il viaggio è stato annullato
e la stazione è deserta.
____________________V
Sangue di pietra
sangue che risveglia sangue
sangue di luce:
le strade della nostra città sono sangue
fragoroso, invisibile
il vento notturno dei vicoli è sangue
e ancora un segnale d’allarme
torna con la nuova stagione notturno
il vento batte sulle finestre
il vento scuote gli edifici
il vento fischia sui tombini
- io ho sentito dei passi
- io ho sentito una carica di mitra
- ed io ho sentito degli urli non detti
- erano in una grotta più nera che un silenzio urlato
- erano un gregge di occhi bianchi
- erano mani, alcune chiuse alcune inerti
- erano scarpe rotte dal vento di bufera
- erano vestiti sdruciti erano labbra secche
- nel buio più buio del buio nel buio di pietra
i bianchi occhi furono spenti
come si spengono le luci della nostra città
i bianchi denti serrati saltarono impazziti
come dighe assassine
e il rumore del sangue salì dallo stomaco
e un grido rosso fiotto senza freno
nel buio incosciente
e la grotta vomitò sangue e silenzio
la grotta vomitò fetore per parecchi giorni
fino a quando fu murata di calce e mattoni.
O città, città stanca, città indifferente
città fatta da noi ma non per noi
città estranea
città di volti città di fumo
sogno nebbioso di edifici fioriti
la tua primavera freme sotto il cemento
i tuoi ricordi smuovono echi nei corridoi deserti.
così la nostra memoria si adagia
ad ali aperte sul vento inquieto dei crisantemi.
da Metàmeri, Mondadori, 1978






grazie per aver riesumato questa composizione che mi è profondamente cara