Archivio per Marzo 2009

Punti di vista

di Nella Califano

Stavo per infilare la chiave dell’auto nella toppa, quando mi fermai a guardare la mia nuova utilitaria. Ero riuscita finalmente a comprarla, sebbene fosse stato difficile mettere da parte un considerevole gruzzoletto. Beh, non era male: piccola, agile, di un blu scuro lucente e non inquinante. Si, tutto sommato l’acquisto mi soddisfaceva. Vidi il mio viso riflesso nel vetro lindo del finestrino: era stranamente imbronciato. E in quel mentre ricordai un episodio accaduto un po’ di anni fa. Era un pomeriggio d’inverno, tornavo da lavoro nella mia macchina nuova, ero sulla strada di casa, quando cominciò a piovere Continua a leggere ‘Punti di vista’

Le parole che cambiano il mondo

Di  Marco Aragno

http://antonio.maroscia.googlepages.com/RobertoSaviano_DSC1972sdfsdfsdf.JPG

Quelli che ieri sera, tra le ventuno e le ventidue, hanno impugnato coraggiosamente il telecomando per sintonizzarsi su Raitre, hanno avuto la fortuna di assistere ad una lezione di vita e di letteratura, oltre che di giornalismo. Alla faccia dei reality e dei palinsesti televisivi. Di questi tempi, non è facile che la televisione metta da parte l’auditel per dedicare un’intera serata alle parole di Roberto Saviano, dando l’impressione, almeno per un po’, che la comunicazione televisiva abbia ancora la forza di bussare alle coscienze dei telespettatori. Una volta tanto, a solleticare le curiosità dell’ascoltatore non è solo la vita sottoscorta dello scrittore, la sua martirizzazione mediatica, i morti ammazzati sulle prime pagine dei giornali. Ma un volto inquadrato in primo piano. Uno di quelli che ti incolla al televisore per quasi due ore. Ti ipnotizza. Ed ogni parola pronunciata in studio si sospende nell’aria, vibra, entra in tensione col pubblico, occupa un silenzio durato troppo a lungo. Con questo silenzio si è seppellita ingiustamente una memoria. Come quella di Don Peppino Diana, o del carabiniere Nuvoletta, sconosciuto fino a ieri sera, che ha avuto solo la disgrazia di portare come una stimma insopportabile il cognome di un camorrista. E per rendere giustizia a tutti quegli eroi che silenziosamente hanno combattuto la camorra al prezzo della vita, bisogna anzitutto riportare a galla la verità, come fosse un cadavere scomodo. E lo si fa distinguendo le parole. Così la verità diventa un campo di battaglia, un luogo dove si scontrano parole diverse. Da un lato le parole-menzogna che mitizzano folcloristicamente sulle gazzette locali le gesta epiche dei boss, la loro fama di sciupafemmine, i loro gesti da grandi benefattori. E, dall’altra parte, le parole di Saviano, quelle che spiegano chi è stato veramente Don Diana, quelle che sdoganano la camorra portandola fuori dai confini locali, per ricordarci che non si tratta di una parola fantasma, ma di una parola che va riempita di contenuti reali, come le connivenze politiche, il pizzo, le gare di subappalto, le discariche abusive, la tragica ordinarietà del sospetto e del timore a cui sono condannati migliaia di cittadini campani. Allora il grande compito al quale è chiamato uno scrittore ed un vero giornalista come Saviano è vincere questa battaglia di parole, raccontare senza filtri ideologici e pregiudizi culturali, portare la luce della propria testimonianza su quelle zone di penombra che per indifferenza o connivenza sono state nascoste troppo a lungo. I camorristi lo sanno bene. In un epoca globalizzata dove il consenso passa attraverso facebook, il loro potere non si costruisce soltanto sulla paura, ma anche su una strategia comunicativa che sappia distorcere la realtà fino al punto di  invertire le categorie del bene e del male, facendo apparire Don Diana un prete connivente o Saviano come un traditore della sua terra. In una sola parola, diffamando. C’è allora un elemento imprescindibile da difendere con le unghie almeno quanto la vita stessa, che è, come ci ricorda Enzo Biagi, la verità dei fatti. Quelli, almeno, non cambiano con le parole. Ed i fatti ci dicono che Don Peppino Diana è stato un eroe che ha avuto il coraggio di denunciare la camorra, che Saviano è al centro del mirino da tre anni per aver pubblicato un libro-denuncia sulla rete affaristica più grande e potente che un’organizzazione criminale abbia saputo costruire in Europa. Allora, a volte, le parole, come quelle di Gomorra, non offendono ma difendono la verità. E mettono paura più loro di un commando di casalesi inferociti. Fanno tremare i pilastri del potere, s’insinuano nelle coscienze, materializzano una realtà sino ad allora sconosciuta. Così spesso l’unico modo per fermarle è sparare una pistola semiautomatica che riporti il silenzio col sangue. Come quella che ha ammazzato Don Peppino il 19 marzo di quindici anni fa. Ma, una volta entrate in circolo, le parole della verità non si controllano più, non si cambiano come il titolo di un giornale prezzolato.  Riaffiorano a distanza di anni, rimbalzano di bocca in bocca, s’attaccano sulla lingua. Possono diventare una bussola preziosa con la quale orientarsi nel mondo reale. E costruire un patrimonio di verità comuni, che tutti possano conoscere senza inganno, è il primo passo per guardare in faccia la camorra.  Per riconoscerla e dargli un nome, capendo da che parte sta il bene, da che parte il male. Se le parole di un libro o di un articolo sono capaci di rappresentare la realtà così com’è, sappiamo con quali parole dobbiamo schierarci. Sappiamo che con quelle possiamo cambiare il mondo.

Pungoli

di francesca aprea

Un casolare a forma di fortezza, con due torri laterali dall’intonaco sgretolato si stagliava nel mezzo della desolazione. Nessuna forma di vita attorno: non un prato verdeggiante, né una quercia secolare.
La terra giallastra era il sintomo dell’infertilità.
Un vaso di terracotta nel retro era il solo ornamento. Scurito dal sole cocente pareva vecchio più di quanto non fosse. Dal lato ferito lasciava fuoriuscire gocce di terra secche d’aridità. Saranno state un tempo lacrime di camelie. Ora appassite. Ne restano appena gli steli, delle foglie ne avrà goduto il vento.
Nel deserto dove non cresce più nulla, un tempo vissero i licheni. Continua a leggere ‘Pungoli’

Oltreneapolis. Nuovi simboli di Napoli

Oggi 24 Marzo 2009, alle ore 18.00, presso la PicaGallery verrà inaugurata la mostra OLTRENEAPOLIS curata da Carlo Baghetti.

La mostra tratterà di alcune peculiarità della città alla luce della sensibilità e allo stesso tempo capacità critica di fotografi e poeti. L’aggettivo “nuovi\nuova” svincola gli autori da una rappresentazione che colga simboli già dati e riconosciuti dal pubblico.
In questo momento storico e artistico, nel quale i canoni tradizionali sono stati messi in crisi, i partecipanti alla mostra esprimono alcuni esempi di un contesto urbano in evoluzione (interpretabile in senso positivo o negativo), ne raffigurano un particolare, che contiene al suo interno il germe del tutto, lasciando alla fantasia del pubblico la capacità e il gusto di creare nessi interpretativi.

Affabulazioni

di Francesca Aprea


Un varco come un uscio sul volto
ha marchiato l’eterea beltà del tempo fuggito

parla come chi non ha detto mai
“ho usurato la virtù nella lussuria”
lo sguardo verso il basso ha come interlocutore la terra
disumana ( non ebbi io a dirlo eppure ora dico,
_________ Continua a leggere ‘Affabulazioni’

Grasshoppers

parola – inchiostro
pane – oppio
miccia – proiezione
io – fuoco
tasto – accartocciarsi
lancetta – luce
cavallo – viola
pallina – polvere
pezzi – luna
limiti – attesa
no – catena
ammicco – prigione
amico – iride Continua a leggere ‘Grasshoppers’

Non-Luoghi

da Citta di Vetro, Trilogia di New York, di Paul Auster, traduzione di Massimo Bocchiola, Enaudi

Per la prima volta da quando aveva comprato il taccuino rosso, ciò che scrisse qual giorno non aveva niente a che fare con il caso Stillman. Viceversa, si concentrò sule cose che aveva visto mentre camminava. Non si fermò a riflettere su quello che stava facendo, né ad analizzare le possibili implicanze del suo atto inconsueto. Era ansioso di registrare alcuni fatti, e volle metterli nero su bianco prima di dimenticarli.

Oggi, come mai prima: i barboni, gli spiantati, le vagabonde coi sacchetti della spesa, i miserabili e gli ubriaconi. Variano dal semplice indigente al relitto umano. Dovunque ti giri, te li trovi davanti, nei quartieri alti come nei bassifondi. Continua a leggere ‘Non-Luoghi’

Pasternak a Mojmilo

di Velimir Milošević


Quella notte lessi Pasternak
Ma tuonava esplodeva dappertutto
Versai il verso d’amore contro l’incubo del buio
La lirica combatte contro la cecità

Nella gola secca del povero
Si versò il cratere della tempesta tonante
Tutta la notte inghiottii e senza sosta singhiozzai
La lirica combatte contro la cecità

Verso l’alba e non allo spuntar del giorno
Verso l’albeggiare che sarà stato allo spuntar dell’alba
I cannoni sembrarono ammutoliti Continua a leggere ‘Pasternak a Mojmilo’

Neoplasie

di Vincenzo Birra

Ovvero, malformazioni di letture notturne

Neoplasia #1 (o della luna)

Allunammo.
Chi sa quando. Chi sa se per davvero. È vero: dietro questo esercizio di scepsi si nasconde la mia ignoranza.
Ma a cosa servirebbe? Aprire l’enciclopedia del 74′ per consultare, quanti vocaboli? Quante rivoluzioni e liberazioni.
Allunammo. Continua a leggere ‘Neoplasie’

diecipuntotre

di Francesca Aprea

Pupille lupine,
fari come una crepa nel notturno
cielo cobalto
sottratto ai metalli
per farne colore
e dei retorici una____ figura
e da me
che potrei mirare
il lume tra il fosco
e scambiare asfalto per prati
non è che mistero
l’immagine di te che compare come
Libellula
ad agitare l’alette, scuotendo
l’aria,
che sento vento
lisciare il volto,
e giù lungo il fusto allungato.
Una frenesia smaniosa
mi piglia
appena scorgo il riflesso
se solo prestassi attenzione…..
se solo sapessi dove____ guardare

e mi accecheresti iride e cornea
come infuochi la sera

Continua a leggere ‘diecipuntotre’

Sull’arte e sulla scrittura

Di Marco Aragno

http://www.biblioape.pd.it/03.camposampiero/escher.gif

Pubblico uno scambio di battute – a mio modesto parere, interessante – che ho avuto con Blue, utente della rete che avete già avuto modo di conoscere sul sito attraverso i suoi commenti. Si tratta di un dibattito sul senso dell’arte e in particolare della scrittura, scaturito dalla pubblicazione di un racconto. Non credo, tuttavia, che sia necessario pubblicare anche il racconto. Mi limito pertanto a riportare il ‘botta e risposta’ che abbiamo avuto, nella speranza di estendere la discussione anche agli altri utenti de Linutile.

..’E quando, nei recessi dell’oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell’Ade,
mai – neppure morto – perderai la fama, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile…’

(Teognide, versi a Cirno)

Continua a leggere ‘Sull’arte e sulla scrittura’

Inverno

Aborto n° 1

di carlobrio

Novembre, dopo i morti, il gelo ci visitò. Era l’artico. Le tribù cittadine costrette nelle case dalla glaciazione. La necessità di calore stimolava produzione onirica incentrata sul paradiso Seychelles. Alberta moriva. Non era la morte letterale, ma lenta consunzione. Il freddo mangiava il midollo osseo. Dall’interno della sostanza gialla reclamava il banchetto di fine era. La città dormiva. A volo d’uccello: essa era sonno. Ciò che non dormiva, moriva. L’esclusione da un riparo s’imponeva come sicurezza mortuaria. La pulizia delle strade mai fu migliore. Nettezza soffiata col vento gelido dell’inverno. Ci visitò, ma fummo impreparati. A volo d’uccello: il sonno della città falso. I grattacieli, le abitazioni, i casermoni condominiali: argomentazioni del gelo. Il ghiaccio ricopriva tetti e sommità, pendeva in stalattiti azzurrine. Forse, quando il freddo non è bianco, c’è ancora speranza. A volo d’uccello: le facciate delle case a volte illuminate. Luci gialle nel tramonto invernale. Contrasto giallo-oscurità. L’intensità dell’uno chiamava l’altra. Quando luce e ombra sono la medesima sostanza.

Strade deserte. I topi, senza alcun pifferaio, erano morti. O in esilio, almeno loro. Nettezza, solo nettezza urbana. Alla fine.

Ciò che è proprio del tempo.

Ciò che era atteso, giunse.

La fredda visitazione del destino. Che rovina.

Imparare il letargo, almeno per la sopravvivenza. Almeno ora necessario, alla sopravvivenza. Sopravvivere, finalmente giustificato. Vivere, il nascondiglio del sole. Tornava la moda dei vichinghi, saremmo tornati a vivere come dei barbari. Al momento: sopravvivere, nient’altro. No schemi, no tattiche, no strategie. Resa. Arresi. Ciò che eravamo, non lo saremmo più stati. Ciò che era promesso, era per vero giunto: la vera promessa. Che non chiamerete catastrofe. Anch’essa, come la morte già menzionata, un accidente. È il tempo, l’era.

Il divano giallo, Alberta stesa, le vertebre doloranti, i glutei insensibili, l’ergonomìa del sonno. Le coperte sistemate in modo che non ci fossero spifferi. In una lingua meridionale spiffero si dice filippina. Le Filippine, probabilmente, ma nessuno era in grado di accertarlo, erano al sole. Qui, invece, era sparito. Coltri permanenti. Il cielo si era negato alla vista di questa umanità. Quale occhio lo guardava? Da quale finestra? Domande di cotone, ai livelli minimi della coscienza di Alberta. Che fuggiva il freddo. E le Filippine. Solo due pensieri, presso di lei: Vorrei non averti incontrato in questo già folle percorso, vita, il soggiorno mi sarebbe stato più lieto; e: Vorrei poterti ancora guardare, pallido volto. Il resto era ottundimento. Sopore circonfuso. Poco la testa fuori delle coperte. Giusto per respirare. L’aria gelida. Il nitore del freddo per una stanza cristallina. Nonostante tutto pulita.

L’immobilità del divano. Al piano di sotto abitava zia Maria. Nessun movimento dal piano basso. Forse Maria morta nella pesantezza dei chili. Immobile su una sedia, conservata dalla bassa temperatura, con tanto di decomposizione rimandata. Ciò che vide Alberta: Maria morta in cucina, seduta al tavolo, la sedia leggermente scostata, di tre quarti rispetto la porta d’entrata, perfettamente ritta, la mano destra poggiata sul tavolo, un orologio al polso mezzo coperto dal maglione, la mole irregimentata dal gelo, alla pinguedine il peso dei vestiti, ai piedi babbucce di lana arancione, su tutto un maglione a collo alto blu, i capelli continuavano a crescere, alla tintura rossa il grigio della ricrescita, la criniera paralizzata, gli occhi sbarrati, cerulei, la bocca un poco aperta al principio d’un grido o d’un sospiro profondo, la figura imponente, il sedere due volte il fondo della sedia, la luce accesa. La compostezza della morte che non ebbe in vita.

Ma era un sogno. Probabilmente era ancora viva, solo immobile. Silenziosa. Come lei. In casa non era sola, in camera da letto una voce. Ancora qualcuno riusciva a muoversi, per lei inconcepibile. Non ancora mummia, ma le funzioni vitali al minimo. Ciò che lavorava: il cervello. Ciò che non era ancora paralizzato. La possibilità d’un movimento. La sua camera abbandonata. In esilio, l’esilio era il divano, il tetto le coperte. L’alito condensava. Profumava. I suoi occhi, tuttavia, mimetizzavano con la stagione. Era l’artico. Essi, l’igloo d’un infinito. Coralli nel naso. In camera l’abbandono finto. Il necessario sempre con sé. Ella stessa il necessario ufficio. Tra l’altro il mondo scompariva. Ne era convinta, dunque in attesa. Nessuna solitudine, il pensiero non aveva smesso. La prosecuzione per la sopravvivenza. L’obiettivo: evitare demenza o follia. Era un monito tacito, il voler sopravvivere del senso di sopravvivenza, la ferinità innocente.

Continua a leggere ‘Inverno’


Info

Creative Commons License
Linutile è pubblicato sotto Licenza Creative Commons. La paternità dei testi qui pubblicati è da attribuire a gli autori indicati di volta in volta. Inoltre Linutile non rappresenta un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Linutiledizioni

Niente è vero tutto è permesso

Un Aforisma

Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

Un dialogo

-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

?Random

Clicca per un post a caso

Feed

La parte dell'Occhio (Flickr)

HPIM1175

HPIM0989

guitcup

More Photos