Di Marco Aragno

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.
Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.
Sui Mottetti c’è poco da aggiungere. Possiamo senz’altro dire che la fortuna di questa sezione non è dovuta solo alla sintesi compiuta che essa ha saputo fare dei paradigmi ermetici – come quello del Deus Absconditus – ma anche e soprattutto alla forza di aggregare intorno ai suoi topoi la sostanza di una epoca. I venti Mottetti, che si configurano come una sorta di diario scritto in prossimità di una imminente catastrofe, registrano le turbolenze ‘ontiche’ da cui è stato attraversato il mondo a cavallo delle due guerre.
Ti libero la fronte dai ghiaccioli fu pubblicato proprio nel 1939, quando lo spettro del secondo conflitto mondiale si materializzava con l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche. Sarebbe pertanto riduttivo derubricare Le Occasioni come un semplice canzoniere per Clizia sottovalutandone la dimensione storica nel quale ha visto la luce. Dietro quel senhal, che sta per Irma Brandeis, non si nasconde solo il pretesto fittizio di un’invocazione poetica, ma la conclusione – almeno in una prospettiva a lungo termine – di un discorso angelologico del ‘tu’ femminile, che, avviato dallo stilnovismo dantesco e passato attraverso Petrarca e il romanticismo, si approfondisce proprio nelle poetiche del Novecento, assumendo declinazioni via via più problematiche in congiunzione degli sconvolgimenti storici che l’Europa stava vivendo.
Con Montale l’istituto poetico della donna-schermo cessa di essere un riparo metafisico dietro cui esperire le istanze di salvezza dell’io. L’universo femminile finisce per subire un lento e graduale processo di umanizzazione, processo che giungerà a definitivo compimento soltanto con la Mosca di Satura e di cui vi sono le prime tracce proprio nei Motetti. Sin dalla prima quartina la visiting angel compare nella sua fisicità creaturale, precipitando, dopo un volo iperuranico, nella materialità dei patimenti umani(hai le penne lacerate/dai cicloni, ti desti a soprassalti). La scena si carica da subito di aspetti scenografici: la cinepresa letteraria coglie il poeta nell’atto di accudire e vegliare su un angelo catapultato tra gli uomini da misteriose bufere cosmiche. La stessa scena viene contesa in una dialettica spaziale dentro-fuori, che traccia, dalla seconda quartina, la polarizzazione di due quadri ontologici. Ad un mondo esterno, costantemente agitato da forze cieche e minacciose, il soggetto può opporre l’intimità di uno spazio privato, ritagliato dal riquadro di una finestra(allunga nel riquadro…), luogo di resistenza ad un universo impazzito. L’ostilità del mondo esterno viene simbolicamente veicolata da un utilizzo oggettivante del correlativo(allunga…l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole freddoloso), il cui effetto straniante viene amplificato dall’uso sistematico dell’enjambement che frattura l’unità sintattica del verso creando pause continue e sovraccarichi semantici. A queste due dimensioni spaziali sembra aggiungersene una terza, sovramondana, soltanto allusa, da cui proviene la donna-angelo, una dimensione inaccessibile agli uomini(le altre ombre che scantonano non sanno che sei qui)e di cui soltanto il poeta, unico interlocutore dell’intermediatrice celeste, ne ha notizia.
Risulta chiaro come, in questo testo, la donna si spogli di quella funzione salutifera che la tradizione dantesca gli aveva assegnato. L’angelo non è più depositario di un senso superiore, ma viene respinto in una condizione di terrestrità dalla quale lo stesso poeta non riesce a riscattarsi, invischiato com’è in una condizione di necessità, di ananke cosmica ed universale. Quell’ascensione dell’io che il poeta aveva riposto nel fantasma del ‘tu’ femminile, insistentemente rievocato come tramite di accesso all’oltremondo, viene brutalmente interrotta per invertirsi in un percorso di inabissamento, di catabasi infernale(l’inferno è certo). Gli uomini – simili a delle ombre-automi(E’ l’ora/forse gli automi hanno ragione. Come appaiono/ dai corridoi, murati!) – ignorano la presenza dell’angelo ferito tra le braccia del poeta e si avviano verso un baratro esistenziale da cui non torneranno più indietro. Nessun varco si disvela. Tutto resta tragicamente intrappolato al di qua.
Sicuramente questo è il punto di svolta dell’opera montaliana, il punto dove la gnoseologia del poeta ligure è segnata dalla frattura tra il soggetto ed il mondo. Solo la poesia, pur destituita delle sue funzioni salvifiche, sembra diventare il presidio ideale di una identità. Sul piano formale Montale oppone alla sarabanda del mondo ‘esterno’ la saldezza dell’endecasillabo, nonostante l’ anomala distribuzione sintattica e il timbro alterato dall’uso degli sdruccioli(freddoloso, scantonano, nespolo). Tuttavia l’ancoramento al dato formale, più che un argine alla deriva disgregatrice della realtà, costituisce in Montale l’adesione ad una propria legge interiore. Questa legge è per l’io poetante l’unica risposta alla crisi di un mondo sconvolto da forze incomprensibili. In fondo la pubblicazione di questa poesia si situa, non solo in un periodo storico difficile, ma anche in un frangente culturale piuttosto controverso, che aveva assistito, da un lato, alla crisi del razionalismo positivista, e, dall’altro lato, alla morte di Dio, quindi alla secolarizzazione inevitabile dei sistemi etici e sociali. Il pessimismo montaliano sembra prendere le mosse proprio dalla crisi della metafisica e dallo sbandamento di una classe intellettuale che non riesce ad opporre nulla al disastro storico dei totalitarismi. Così le condizioni avverse spingono il poeta ad un ripiegamento interiore, ad un rifiuto sistematico della realtà. Respinta questa realtà, Montale si aggrappa solipsisticamente ai propri valori interiori, vegliando, in un’atmosfera da waste land, su un angelo caduto da un paradiso lontano. Un paradiso rivelatosi purtroppo solo una tragica, umanissima illusione.





ottimo lavoro
E’ evidente che sei un ottimo conoscitore di Montale.
precisa e puntuale.
Complimenti
AnnaR.