Ti libero la fronte dai ghiaccioli

eugenio-montale

Di  Marco Aragno


Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

(Eugenio Montale, Le occasioni)

Sui Mottetti si sono pronunciate già tante voci autorevoli. Ciò che però è stato detto poco è che la fortuna critica di questa sezione non è dovuta solo alla sintesi che ha saputo compiere dei paradigmi ermetici – come quello del Deus Absconditus -, ma anche e soprattutto alla capacità di aver interpretato lo Zeitgeist del Primo Novecento. Leggendo i venti Mottetti si percepisce verso dopo verso la sensazione di trovarsi di fronte ad una sorta di diario scritto in occasione di una catastrofe imminente (o già compiuta). La stessa che ha segnato il Vecchio Continente fra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40.

A dare conferma a questa suggestione è una data: il 1939. Ti libero la fronte dai ghiaccioli, il XII mottetto della silloge, fu pubblicato proprio quando lo spettro del secondo conflitto mondiale si materializzò con l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche. Già questa coincidenza bastarebbe a non sottovalutare la dimensione storica nella quale l’opera ha visto la luce, laddove si volesse cedere alla tentazione di derubricare Le Occasioni a semplice canzoniere per Clizia. Dietro quel senhal, che sta per Irma Brandeis, non si nasconde infatti solo il pretesto fittizio di un’invocazione poetica, ma la conclusione – almeno in una prospettiva a lungo termine – di un discorso angelologico del ‘tu’ femminile, che, avviato dallo stilnovismo dantesco e passato attraverso Petrarca e il romanticismo, si approfondisce nelle poetiche del XX secolo, assumendo declinazioni più problematiche in congiunzione degli sconvolgimenti storici del primo Novecento. Dopo secoli di gloriosa tradizione letteraria,  l’istituto poetico della donna-schermo cessa di essere il ‘salvacondotto’ di cui l’io si serve per redimersi dalla sua condizione materiale; l’Altro femminile si compromette con la realtà, diventa qualcosa di più prossimo e terrestre. E d’altronde basta volgere lo sguardo all’indietro per rendersi conto che le prime avvisaglie di questo mutamento si erano già registrate nei decenni precedenti, per esempio con la “quasi brutta e priva di lusinga” signorina Felicita, umanissima figura defraudata di ogni ‘aura’ celeste a cui diedero corpo i versi di Guido Gozzano. Ma se il crepuscolarismo si offriva al lettore come parentesi provocatoria rispetto alla tradizione canonica, ciò che sorprende in Montale è invece la volontà di restare fedele ai codici della tradizione ‘classica’. E’ con il poeta ligure, voce perfettamente integrata al coro delle auctoritates, che l’universo femminile subisce un definitivo processo di smitizzazione (del quale l’alter ego di Arsenio scelse come tappa conclusiva l’umanissima rappresentazione di Mosca in Satura).

Il testo che ora passiamo in analisi, sotto quest’aspetto, costituisce un punto di svolta. La donna raccontata nel Mottetto discende dagli ”iperuranii” a cui la cosmogonia dantesca l’aveva relegata, per corrompersi – quasi a mo’ di Cristo – con la corporalità terrestre. Il passaggio risulta evidente sin dalla prima quartina: quando la visiting angel appare sulla scena, ha già perso i suoi connotati ultramondani, manifestandosi nella sua fisicità creaturale (hai le penne lacerate/dai cicloni, ti desti a soprassalti). A dare spessore umano alla figura angelica contribuisce poi la ‘scenografia’ del poeta: la cinepresa letteraria coglie il soggetto nell’atto di vegliare su di un angelo fragile, catapultato tra gli uomini da misteriose bufere cosmiche.

Il senso di questa visione così intima viene giustificato dallo scarto prospettico della seconda quartina. La scena rappresentata è contesa in una dialettica spaziale che polarizza due quadri ontologici. Ad un mondo di ‘fuori’, agitato da forze cieche e minacciose, il poeta oppone l’intimità di un mondo di ‘dentro’ (allunga nel riquadro…). Da un punto di vista tecnico, questo spaesamento viene evidenziato da un utilizzo oggettivante del correlativo (allunga…l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole freddoloso), il cui effetto straniante viene amplificato dall’uso sistematico dell’enjambement che frattura l’unità sintattica del verso creando pause e sovraccarichi semantici. Infine, a queste due dimensioni spaziali, sembra aggiungersene una terza sovramondana, da cui proviene allusivamente la donna-angelo, uno spazio inaccessibile agli uomini e di cui soltanto il poeta – unico interlocutore dell’intermediatrice celeste – ne ha notizia.

Risulta chiaro come, in questo testo, la donna si spogli di quella funzione salutifera che la tradizione dantesca gli aveva assegnato. L’angelo non è più depositario di una speranza di redenzione, ma viene declassato ad una condizione di terrestrità, ridotto a sopportare la logica ‘necessaria’ degli elementi che già dominava gli Ossi Di Seppia. Quel percorso di elevazione dell’io poetico, di cui il ‘tu’ femminile si faceva portatore, viene così brutalmente interrotto per invertirsi in un percorso di inabissamento (l’inferno è certo, chiudeva il poeta in un altro mottetto). Gli uomini – simili a delle ombre-automi, così come appaiono/ dai corridoi, murati! (da Addii, fischi nel buio, cenni, tosse) – ignorano la presenza dell’angelo ferito tra le braccia del poeta per avviarsi come condannati a morte verso un baratro esistenziale da cui non torneranno più indietro (e l’altre ombre che scantonano nel vicolo non sanno che sei qui). Nessun varco promesso si disvela. Tutto resta tragicamente intrappolato “al di qua”.

Sicuramente questo è il punto di svolta dell’opera montaliana, il punto dove la gnoseologia del poeta ligure viene segnata dalla frattura tra il soggetto ed il mondo. Solo la poesia, pur destituita delle sue funzioni salvifiche, sembra diventare il presidio, ancora possibile, di un’identità. Infatti, nonostante l’anomala distribuzione sintattica e il timbro alterato dall’uso degli sdruccioli facciano pensare il contrario, la sarabanda del mondo esterno messa in scena nei versi non induce il poeta ligure ad abdicare alla compostezza classica dell’endecasillabo. La tradizione, in qualche modo, rappresenta ancora una bussola linguistica con cui orientarsi nel caos del mondo. L’ancoramento al dato formale, oltre che a costituire una scelta di allineamento letterario a certa tradizione, vale a dimostrare l’adesione del poeta ad una certa legge interiore vantata come unica risposta alla crisi di un mondo sconvolto da forze incomprensibili.

La scelta del poeta di ripiegarsi solo su se stesso, d’altronde, trova una giustificazione “fuori dal testo”, se si guarda al frangente storico nel quale la pubblicazione dei Mottetti ha visto la luce. Erano gli anni a cavallo del secondo conflitto, in cui si assisteva all’erosione dei modelli epistemologici del razionalismo positivista e alla nicciana morte di Dio. Il pessimismo montaliano sembra prendere le mosse proprio dalla crisi della metafisica e dallo sbandamento di una classe intellettuale che non riesce ad opporre nulla al disastro storico dei totalitarismi.  La difesa del proprio spazio appare come l’unica soluzione praticabile. Accerchiato da forze incontrollabili, Montale si aggrappa tenacemente ai propri valori interiori, vegliando, in un’atmosfera da waste land, su un angelo precipitato da un paradiso lontano. Un paradiso rivelatosi purtroppo solo una tragica, umanissima illusione.

5 commenti

  1. ottimo lavoro

  2. LVDC (il cui vero nome è Aristarco) · · Rispondi

    E’ evidente che sei un ottimo conoscitore di Montale.

  3. AnnaR. · · Rispondi

    precisa e puntuale.
    Complimenti

    AnnaR.

  4. Anonimo · · Rispondi

    Bellissimo commento ! La figuria di Clizia in Montale, come Angel di fuoco e ghiaccio, mi ha sempre affascinato.

  5. vitosantoliquido · · Rispondi

    Da estimatore di Montale, ti dico, caro Marco, che quest’articolo è davvero buono. Proprio stamane volevo pubblicare questa poesia nel mio blog, accidenti! Un saluto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 26 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: