di Vincenzo Birra
Wu Ming, 54, Enaudi, € 13, 50
Attenzione: questa non è una recensione. Non c’è nessuna anticipazione sulla trama con relativa sospensione aromatizzata che fa venire l’appetito. Non voglio preparare un’esca ma dire semplicemente cosa penso di questo libro.
Le storie raccontate e che si raccontano scorrono veloci verso la fine; una lettura piacevole, un libro che si fa leggere e che prende il lettore.
Ma le storie raccontate (che corrono come strade) disegnano (spesso) degli incroci, dei nodi improbabili e scontati allo stesso tempo. Insomma, queste strade corrono verso un orizzonte di cui si indovina facilmente la fine. I momenti che ho preferito sono quelli i cui fa da protagonista la pazzia o delle esistenze difficili, vuote; Ferruccio e la sorella (Angela) e tutte le figure che emergono dall’infanzia di Grant. Sono momenti veri, la vita spolpata mostra il suo scheletro ed è lontana dalle allucinazioni del reale e scintillii Hollywoodiani, lontana da finali-scontati-a-sorpresa e obesi di speranza.
Momenti in cui si sente un grigiore come una pietra sospesa in cielo che aspetta il momento giusto per precipitare (pioggia) e schiacciare queste esistenza vuote riempite (poi) dal pianto e dal rimorso
Perché: E’ questo il modo in cui il mondo finisce / Non già con uno schianto ma con un piagnisteo
Di questi lampi di realtà mi piace anche la lingua; una scrittura “rotta”, spezzata – radicali liberi che si attaccano al flusso della lettura (mentale) creando noduli (pensieri) e la testa si alza dalle pagine rigate.
Apologia della memoria.
Ricordo un giorno, un anno fa all’incirca; ero seduto con degli amici nella chiesetta sconsacrata in largo San Giovanni Maggiore, dove è ubicato il palazzo Giusso che ospita la sede dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Seduti di fronte a noi parlavano i Wu Ming (non al completo), parlavano di Manituana, parlavano degli indiani e del loro sterminio e di come quell’atto abominevole (forse uno dei più grandi scheletri nell’armadio della storia dell’uomo) sia rimasto in filigrana; se si ascolta bene si possono sentire d’ovunque le urla rabbiose di quelle vittime. Ricordo un esempio di Luca Di Meo, un film degli 80′, Poltergeist: da una televisione vengono fuori fantasmi che distruggono la vita degli abitanti di una casa che alla fine si scopre costruita su un cimitero indiano. Le grida rabbiose resistono e vengono fuori anche dall’oggetto “simbolo” di tutto quello che c’è di negativo nella sociètà contemporanea.
Anche in 54 c’è una tv, McGuffin, che cerca di imporsi: quanto gli piacerebbe trasmettere le immagini dei nuovi idoli e programmi in cui si esaudiscono i desideri degli italiani! Ma non ci riesce, non riesce ad imporsi in un Italia (una Bologna in particolare) in cui è ancora troppo forte il legame con la memoria, il ricordo di persone che hanno combattuto per una giusta causa. Ma forse è solo un romanzo o forse era solo il 1954, oggi tutto è pressoché dimenticato: niente scheletri negli armadi degli italiani.





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