Surrealistic Series: Paragraph #4

di Vincenzo Birra

Pragraphs precedenti:
0#, 1#, 2#, 3#

Paragraph #4: Blu fiore di granturco

In Appendice: Lettera al Figlio (Frammento)

[Che strazio stare in mezzo a tanta gente]

Pensa Phil; scrutare (destra e sinistra) tutti i volti, scoprire quello interessante – che nasconde un possibile vizioso mistero. Immaginare una voce, supporre (di sentire) un pensiero, una storia, non finita – l’attenzione distratta da un’altra voce… Pittore (comunista esangue) di tele di linee di sangue; ecco la suora, monacazione forzata – si becca tutto il disprezzo degli occhi presenti – ed ecco il contadino, il villano (da sempre) segretamente innamorato – un amore difficile (seghe in un pagliaio) – la copre, la difende col corpo, sfida i malpensanti; sguardo cattivo contro sguardo cattivo.
L’autobus oscilla, trema – dannata lavatrice verde – frenate da voltastomaco (apripirolo) ad ogni fermata.

[con voce rauca, stridula, maschile dagli altoparlanti]
«Prossima fermata…»
fischio afflosciato, dissolvenza..

[con voce calda, femminile, dagli altoparlanti]
«Si prega di non sostare.. guardare fuori dai finestrini.. stiamo per raggiungere la prossima fermata.»

Le porte si aprono ed entrano due donne, identiche, una più piccola, matrioška. Di bassa statura, le braccia deformi (più piccole) la carne si piega in rughe di grasso all’altezza dei gomiti, alle giunture. Le braccia sono congestionate, le vene corrono veloci appena sotto la superficie della pelle, disegni blu (tendenti all’azzurro) sulla cute. Quando una delle due gli si avvicina Phil può vedere meglio il volto; volto velato da una peluria rigida, peli aguzzi, faccia da porcospino. I capelli stopposi scendono sulle guance gonfie, qualche ciuffo è attaccato (con bile) sulle labbra, su una bocca sdentata (orribile) il mento sembra disegnato su quella faccia tonda, da pallone con occhi gonfi, camaleontici. È troppo vicina a Phil e chiede il permesso di far sedere la madre che è tanto malata, dice

«Perché la mia mammina è malata.. Siamo appena uscite dallo studio del medico, ha detto che le restano poche settimane.. povera la mia mammina. »

La bacia e l’accarezza sulla testa, le persone tutte intorno accoppiate a due a due chinano la testa verso l’altro in una smorfia di dolcezza, si guardano

«.. che dolce.. è un amore.. si sente forte l’affetto e non importa che siano così quando c’è l’amore..»

Proprio in nome dell’amore la ragazza parla, vorrebbe un bambino, chiede insistentemente il permesso alla madre, che le sconsiglia vivamente la gravidanza, forse in punto di morte ha acquistato un po’di sana coscienza. La stessa madre era animata da identico desiderio alla sua età, ma lei era nata da genitori sani, pasticcio cromosomico e i dottori la giudicavano longeva e in più non era sterile.
Il secondogenito nacque sano e la piccola (deforme) Ludovica seguì passo passo la gravidanza; era sempre affianco alla madre che chiamava per nome, Alberta, non mamma, ma con il nome proprio; piccola distanza di sicurezza. Ludovica, quindicenne, desiderava gia un bambino, giocava a fare la mamma; più di una volta si infilo la bambola di pezza sotto la veste e la partorì come Era con Ercole. Chiedeva alla mamma quando avrebbe potuto, quando; Alberta inventava scuse improbabili, ma lo faceva per il suo bene. Poi Ludovica – per la prima volta – sporcò le mutandine di sangue; istinto e coscienza, Ludovica capì ma non si arrabbio con Alberta, si limito ad abbandonare silenziosamente casa per farsi una vita propria, solitaria, vagabonda. Ma la fortuna (avversa) fu sua compagna di viaggio, Ludovica incontro una persona afflitta dai suoi stessi problemi (pù o meno) e dal bisogno di compagna nacque un “amore”, una famiglia, nacque una bambina, una ragazza, ora, che chiede (tacita) compassione tra la folla in un autobus.

Persuade.

E Phil vorrebbe urlare:

[Interroghiamo Ludovica!! Chiediamole a cos'è servito!! Perchè si vedono tra la folla, le macchie azzurre sulla pelle, tra le spighe dal colorito dorato, sane.]

Poi la gente, presa da quest’eccesso di dolcezza, si calma; (imbarazzati) tutti si guardano le scarpe. Emerge una figura insolita, un uomo con capelli e barba lunghi poi riconosciuto: Il Re del granturco, incazzato, bofonchia

«Stupidi! Non hanno capito che infestano, si impongono sugli altri graze ad una sottile strategia; sarò costretto a far crescere ancora di più barba e capelli»

Appendice

Lettera al Figlio

_____________________________________________________________________10 Ago
Caro Lorenzo

Figlio mai nato, bambola di pezza calpestata in pozze di fango
come in nidi di morte come palpebre sugli occhi
come palpebre…
Figlio morto, polvere di ossa frantumate su tetti, (figlio) abortito,
nefasta lampada in grembo materno ingrato, ladro, fabbrica di candele
di grasso di mignolo, grasso della forca, fabbrica di candelabri da sortilegio.
Figlio, perdona tuo padre; ospite immune del sortilegio che ha accecato,
assordato tutti… perdonami! vado salvo con una colpa non mia,
non confessata perché sognata, predetta.

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Niente è vero tutto è permesso

Un Aforisma

Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

Un dialogo

-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

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