di Marco Aragno

Com’è spoglia la luna, è quasi l’alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d’autunno nei cancelli.
È l’ora fioca in cui s’incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l’attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta. La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d’autunno s’aprirà. La fredda
banchina dei mercati odora d’erba.
La porta verde della chiesa è il mare.
(Alfonso Gatto)
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Questa lirica, forse tra le più significative del primo novecento italiano, appartiene alla sezione Arie e Ricordi (1940-41) della raccolta Poesie (1961), sezione che non fece mai corpus autonomo e che rappresenta il punto di snodo artistico e meglio riuscito tra i primi esordi giovanili ancora incerti (Isola), e quell’ultima fase neorealista, imbottita di lirismo umanitario e politico, che soffre di improvvise cadute di stile.
Questo testo intitolato L’Alba nasce quando il lungo tirocinio ermetico aveva già fatto scuola con il Montale di Ossi Di Seppia (1925 )e l’Ungaretti di Sentimento Nel Tempo (1932).La lirica esordisce con il romantico tema della luna, già carico di propositi metafisici. Tuttavia si tratta di una luna spoglia, che ha perso la sua evanescenza notturna per mostrarsi nella sua evidenza certa, scarnificata, come se, passata la notte, si materializzasse d’improvviso un’altra faccia del mondo. E infatti lungo questi endecasillabi così musicali si respira immediatamente quell’atmosfera di sospensione surreale (la tua città deserta) che precede un’epifania. La rarefazione onirica dei primi versi, sorretta dalla segmentazione di un dettato abilmente intercalato da segni forti d’interpunzione e da enjambements, si avverte da subito nelle suggestioni sonoro-uditive (i convogli, il trotto di cavallo, il fruscio di carta). Così il poeta riesce ad immettere il lettore in quello stato ipnagogico e liminale, in quella sensazione di trance mattutina, nella quale corpo e coscienza s’immergono poco prima di un risveglio, quando le prime percezioni del mondo esterno, come i rumori giunti dalla finestra o dalla strada, vacillano lungo il confine tra realtà e sogno in un intreccio irrisolvibile. Una tecnica del genere riaffiora, a distanza di quasi trent’anni, in una lirica Di Vittorio Sereni (Nel Sonno, 1965), a dimostrazione di quanto Gatto si fosse già imposto come tradizione consolidata nel giro di una sola generazione. La prima parte della lirica sorprende, tuttavia, non solo per il surrealismo acustico e visivo, ma per quell’operazione di riduzione silenziosa della realtà ai suoi termini essenziali (la luna,l’alba stessa, la piazza, i cancelli ecc.) che l’assolutizza (assolutezza naturale, A. Gatto) e che permette di preservarla intatta dopo quasi settant’anni. Nonostante questa ’assolutezza’, il testo non esula mai in astrusità metafisiche e conserva comunque un’aderenza felice alla quotidianità (l’attacchino, il verde dei giardini ecc). Questa concezione universalistica di una poesia disancorata dalla specificità del dato biografico e cristallizzata negli elementi essenziali ed acroni del mondo riemergerà ad esempio in Giorgio Caproni.
Dopo l’incipit, la poesia procede per meditazioni descrittive. La seconda parte (La tua stanza…) afferma la presenza di un interlocutore, in verità poco reale, che corrisponde ad un interrogazione interna, in adesione a quella poetica dell’assenza, del Deus Absconditus, caratteristica della scuola ermetica. Ed è qui che la profezia del poeta, attraverso la funzione apofantica dei verbi al futuro(sarà, s’aprirà), si compie e si realizza, che il miracolo presagito nella prima parte si avvera: la coscienza squarcia i veli delle apparenze per accedere alla verità dell’io attraverso un percorso iniziatico già sperimentato in Montale (Se un mattino andando in un’aria di vetro). Ma mentre Montale postula l’impredicabilità del vero e la distanza tra l’io e l’oggetto, che è causa del male di vivere, in questa lirica il processo d’espansione centrifuga (la stanza nuova che si apre nel sole, la banchina che spande profumi d’erba, ecc) ricorda più da vicino Mattina Di Ungaretti (M’illumino d’immenso), soprattutto per la trasformazione luminosa del visto in vissuto, dell’inerte in conscio, che redime il soggetto dalla tragica vacuità del reale offrendo una soluzione olistica e ‘religiosa’ del mondo.
In questa prospettiva, se siamo lontani dal varco inaccessibile di Montale, lo siamo anche dal panismo dannunziano, che proclamava un’immedesimazione mitica e sensuale nelle cose. Qui si percepisce la piena consapevolezza dell’io all’interno del Logos, il superamento di ogni barriera fenomenica per approdare al quid primo, che è la coscienza, quindi la memoria di sé, come accade, ad esempio, nella poetica di Mario Luzi: la porta verde della chiesa (per assimilazione analogica con l’erba del verso precedente) diventa il mare per chi la guarda. Il mattino, con le sue prime luci rarefatte, diventa l’occasione di un inveramento finale, dove ogni cosa acquista un valore vivo.
In conclusione, potremmo definire questa poesia come la riemersione della vita dai territori ctoni dell’ombra, in un vivace, quanto soffuso battesimo di luce.





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