Di Davide Rondoni

Quante volte, Milano
dalla mia terra più dolce
sono arrivato davanti al tuo volto
piatto, senza respiro.
E’ il tempo dell’amore duro,
è notte, solo notte, è dignità
di sguardi che sanno d’averla
perduta, è il viale dove scendo
come bestia che è pazza a cercare
l’asfalto nero, rapido
e luminoso di pioggia come
uno stordimento.
Pioggia anche la mattina
giù dai vetri larghi al supermarket,
acqua sentita per un istante,
una stretta nel cuore all’uscita
dalle porte a cellula di luce
e giù la testa, di corsa
fino all’entrata confusa nell’auto
tra l’odore dei vestiti bagnati
e la carezza gelida del cellophàn.
Devo scordarmi di lei,
scesa per le scale
del metrò, senza più bellezza per me,
devo scordarmi di me, chiuso
in auto a guardarla senza più pensiero.
Devo scordarmi quel tuo nero, Milano,
e il vaniloquio del traffico
sotto l’acqua, e il giorno e l’ora,
scoprire che non c’era
né diritto né speranza, e neanche
amore, ma furore, solo dolce
e demente furore.
Quante volte dalla mia terra più calma
sono venuto al tuo inferno.
Mi conoscono i fedeli dei chioschi notturni,
illuminati come stelle gelate, le mosche
che sembrano i maghrebini, i turchi
che stanno intorno a trafficare, ad aver pace.
Quante volte sono venuto al tuo inferno,
Milano, a inaugurarlo.
E se quella notte speravo in una notte
più calma e di risentire il mare
non era per predare, non era
per gettare il capo in un bianco fuoco,
ma era per avere quiete, quiete
se non amore, quiete un poco…
(da Il Bar Del Tempo)





NOOOOOOO! Rondoni no, Rondoni no, Rondoni no, Piccini no, Piccini no, Piccini no, Rondoni no, Rondoni no, Rondoni no, Piccini no, Piccini no, Piccini no………………………
Chi ha inserito il testo, ovviamente, si assume anche le responsabilità morali dell’orrore causato al caro Giorgio Di Costanzo, nevvero? =)
Quello che mi fa rabbia non è la critica in sé, ma il modo. Se, carissimo Giorgio, non ti piace Rondoni, Piccini o Pincopallino, abbi la bontà di spiegare perché, di darmi uno straccio di motivazione. Altrimenti questo spazio non ’serve’ a nulla. Non pretendo di fare salotto, ma quanto meno di spostare la discussione su binari più seri. Purtroppo la poesia, compresa quella di Rondoni, richiede uno sforzo di intelligenza. Altrimenti il commento resta superficiale, qualunquista, ‘inutile’.
Fuffa. Aria fritta. Accademia di provincia. Odore di sacrestia. E potere. Tanto potere. Un piccolo potere (editoriale e non). La Compagnia delle Opere. Le Opere della Compagnia. I traffici della Compagnia e poi nulla! L’Avvenire (dietro le spalle, Famigliola Cristiana, Jaca Book, Rizzoli. Abbasso i poetini! Non amo i poetini! No ai poetessi! Si potrebbe mai commentare il nulla. Motivare il niente? Quali binari seri? Suvvia, abbiamo fatto il militare (ma non a Cuneo) decenni fa…Uno sforzo di intelligenza? Quindi Marcantonio, no Marcarcangelo mi da dello scemo. Sì, sono scemo, ma mai così scemo da soffermarmi sulle cagatine… Ma vulimme pazzià. E pazziammo… Ci sono testi e testicoli. Provate a pubblicare testi. Più su, Ragno, sostiene (senza temere il ridicolo) ingenuo e candido che “la poesia, compresa quella di Rondoni…”. Quindi le paroline affastellate da Rondinone o Piccolini o Piccinino o come diavolo si chiamano sarebbero poesia… Torniamo seri, per favore…
Hai la coda di paglia? Non ti ho mai dato dello scemo, né mi permetterei di scadere nelle offese perchè non è il mio stile, a differenza di quanto stai cercando di fare tu. Ho semplicemente detto che qualunque poesia richiede uno ’sforzo di intelligenza’, un tentativo di interpretazione.
Ti faccio notare una cosa semplice, cioè di quanto siano diversi i nostri modi di approcciare a un testo poetico: tu mi parli di ’sacrestia’, di ‘potere’, di ‘Famiglia Cristiana’, di ‘Avvenire’ etc, come se la poesia fosse un’ideologia, una presa di posizione. Io ho conosciuto Rondoni unicamente e solo come autore. Di tutto il resto me ne frego. Per me Rondoni può anche essere il figlio non riconosciuto di Andreotti. Può essere un perbenista, un viveur, un anticonformista, un modaiolo, un sodomita etc Me ne frego altamente. Non mischio carte diverse. La poesia è poesia, non politica. Punto.
Io non temerò il ridicolo. Tu lo affronti a braccia spiegate. Perché ancora non mi hai dato uno straccio di ragione per la quale dovrei stare a leggerti. Non hai lasciato commenti alla poesia, ma commenti alla persona-autore. Non hai cercato di fare un’analisi al testo, ma hai solo lasciato un florilegio di insulti a Piccini e Rondoni.
A me un autore può anche far schifo. Te ne cito uno su tanti: Alda Merini. Ma di certo cerco di distruggerla con armi migliori delle tue. Non parlo del calendario necrofilo che ha fatto, né tantomento di come si concia in televisione, o delle cazzate che dice su Dio ne ‘il senso della vita’. Ma parlo di come imbelletta i suoi testi, di come infila grecismi e latinismi a ritmo indiavolato, di come infarcisce i suoi versi di retorica femminista etc.
Per ora hai dato solo dimostrazione di te, della tua presunzione, della tua insofferenza, e forse forse del tuo misoneismo. Aspetto altro.
Se leggi Luzi, Clemente Rebora o Carlo Betocchi e due grandi “minori” come Pasolini e Testori potrebbe bastare (ma non le controfigure, le mezzeseghe, gli epigoni degli epigoni tipo Giovanni Babbioni e la sua lugubre ganza Patrizia Lattuga) puoi ignorare i piccini e le rondinine. Guarda che è proprio Rondinone a tirare in ballo dio, l’anima; a dedicare i suoi testi(coli) a Giussani (fondatore di quella setta malefica impegnata a fare soldi e opere in cattiva Compagnia), etc. No, i pensierini sull’aldilà e su quanto è brutto il mondo e su come è bello identificare dio col primo barbone trovato a caso, proprio non mi prendono. Secondo me i poetessi “giovani” (anagraficamente, perché in realtà sono “vecchi” e putrescenti) trafficano fin troppo con la parolona “anima”, con il mal di pancia e la compiaciuta contemplazione del proprio ombelico. Piccione o Picciolo (non ricordo bene, ma perché non Giuseppe Piccoli o Salvatore Toma, giganti rispetto ai nanetti di cui sopra) lo sentii leggere le sue cagatine stitiche a Napoli (osite d’onore era Elio Pecora) alla Biblioteca Nazionale, riguardanti il dolore per la perdita del Padre. Basta e avanza.
“Nella chiesa il polo è stanco
per questi grandi dolori…
Signore, non sei risorto
per una prova di beatitudine,
ma dalla notte ti ha chiamato e ti richiama
come un’ossessa
la nostra solitudine.
… così c’è ancora Gesù, il blu
del cielo dagli spalti irrompe
com’è infinita e com’è niente Milano
che tutto accende e tutto incorpora…
Che tempo farà domani?
Potrò alzarmi
entrare in tutta la presenza della luce?
…Si ascolta:
sono i fremiti della notte
che fanno ….
Miller scrisse
che saremmo tutti diventati Rimbaud
e stanotte si è alzata la mia pena
come un fischio d’erba
alle labbra di un giovane dio…
Ti ringrazio.
Non considero Davide Rondoni tra le mie letture preferite. Non mi sono mai permesso di paragonare Rondoni a Luzi, Betocchi, Bigongiari, Parronchi, Rebora etc ma non vedo perché le letture dei grandi esclurebbero le letture dei contemporanei.
Di Rondoni ho apprezzato molto la sezione dedicata al figlio ne ‘Il bar del tempo’. Altri scritti, soprattutto di chiara eco pasoliniana, non mi piacciono. Che parli di Dio per me non è un problema. Anche Luzi era cattolico. Che parli dell’aldilà, altrettanto. Anche Montale ne parlava. Le sdolcinatezze puoi trovarle più in Piccini. Ma sarei curioso di sapere cosa hai letto di Piccini. Canzoniere scritto solo per amore è la sua opera più mediocre, a mio avviso. Poi se hai solo ascoltato le sue ‘cagatine stitiche’, come le chiami tu, ti invito a leggerle: sei sei un assiduo frequentatore di poesia, saprai bene che l’ascolto è il peggior modo per metabolizzare un testo. Ad essere penalizzate sono soprattutto le poesie brevi. Ed ad essere esaltati saranno i testi lunghi e altisonanti. Poi molto dipende dall’interpretazione a voce. Insomma il peggior modo per conoscere una poesia è ascoltarla. Ti invito a leggere Terra Dei voti e alcune poesie di Altra Stagione. C’è, in lui, un recupero interessante di parte della nostra tradizione: montalismo a parte, Luzi e Bertolucci. Su Altra Stagione potrai leggere anche una interessante post-fazione di Paolo Lagazzi. Di sicuro quello che non sempre mi convince, in lui, è un certo compiacimento intimistico, a volte troppo distante dall’oggetto(un’interessante prosecuzione del correlativo oggettivo la trovo solo in Luciano Erba, negli ultimi decenni).
D’accordissimo con te sulla Valduga, ma anche sulla Cavalli cade lo stesso giudizio. Troppo severo sei su Giovanni Raboni. Di lui c’è da salvare almeno l’ultima produzione(per es. Barlumi di storia) che lo colloca entro l’orbita del migliore lombardismo. In certi testi si rivela più che un semplice epigono di Sereni.
Giorgio, vorrei solo che tu risparmiassi un certo atteggiamento misoneista, che giova poco alla riflessione e rischia di dinventare qualunquismo. Occhei, Montale e Luzi non torneranno mai più. E probabilmente si staranno pure rivoltando nella tomba. Quindi? Negli ultimi cinquant’anni lo sperimentalismo neoavanguardista non ha prodotto nulla di buono: lungi da me autori come Sanguineti, Pagliarani, o certe raccolte di Zanzotto. Più che poesia, rappresentano l’intellettualismo più becero della nostra recente letteratura. In tutta onestà non guardo di buon occhio neanche le raccolte di Luzi dagli anni ‘60 in poi.
Ci sono voci interessanti tra i giovani. Oltre a Piccini, ho apprezzato alcune cose di Massimo Gezzi(il mare a destra) e di Alessandro Rivali(la riviera del sangue). Tra i meno giovani mi piacciono di sicuro alcuni testi di De Angelis e la prima raccolta di Magrelli.
Spero che la discussione continui su questa linea. Purché si ritorni a parlare di poesia.
E se i testi sono tra il lungo e il breve e non sono (proprio) altisonanti? Per esempio: Petrarca, Belli, Campana, Saba, Quasimodo, Di Giacomo, Pasolini…possono avere giustizia e ricezione tramite lettura fatta a voce alta?
Sì e no, Carlo. La lettura ad alta voce resta pur sempre un’interpretazione. Non sai quante poesie ho ‘ascoltato’ e mi sembravano grandiose: lette a casa, facevano letteralmente ‘cagare’. Ci sono sicuramente testi che si prestano meglio alla lettura: prendi anche i canti di Dante, per esempio. Ma come si fa a leggere il primo Ungaretti? La poesia più lunga sì e no dura tre secondi e la gente resterebbe con un palmo di naso. Con la lettura pubblica si suiciderebbe mezza poesia del novecento. Quando c’è un pubblico davanti è necessario stabilire un rapporto empatico, e per farlo c’è bisogno di un buon timbro di voce, di un testo non troppo breve e anche di una discreta presenza scenica. Peggio(o meglio) quando c’è anche un sottofondo musicale: non c’è snaturamento peggiore, perché la musica sottopone l’ascoltatore ad un’interpretazione emotiva diversa da quella che potrebbe provare dalla semplice lettura. Per questo, in generale, sono contrario ai reading. Per me il poetry slam è un’occasione di incontro e di dibattito. Nulla di più.
In parte hai ragione. Prova ad ascoltare Elio Pagliarani, Patrizia Vicinelli oppure Amelia Rosselli mentre leggono propri testi. Per pudore non cito il divino Carmelo e il suo lavoro su Dino Campana o Demetrio Stratos (un caso a parte).
Ungaretti, Campana, Calogero, Penna, Rosselli, Emilio Villa, Vicinelli: quando hai letto questi (per esempio) che necessità hai di “scomodare” Piccioni, Rondini, Maria Luisa Polpacci Spaziosa, Rabbioni, Lattuga Catafalca, Conte dei Cimiteri marini, Mario Budino, Lello Noce, Pier Maria Frocini, Cesso Cessi, Pio Marcoaldi da Pietrelcina, Giovanni Magistrati, Culatello Culatelli, Melo De Diavolis, quel coso lì che ha appena vinto il “Viareggio” e compagnia bella?
Poi: Holderlin, Celan, Auden, Ingeborg Bachmann…
Si potrebbe ripartire da questi nomi?
Sì, occhei. Ma possibile che dei neoteroi, o comunque della poesia italiana degli ultimi trent’anni non ne salvi manco mezzo? Possibile? Dobbiamo per forza andare avanti a colpi di claque per applaudire un poeta oggigiorno?
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.
[Amelia Rosselli)
Con orrore
la poesia rifiuta
le glosse degli scoliasti.
Ma non è certo che la troppo muta
basti a se stessa
o al trovarobe che in lei è inciampato
senza sapere di esserne
l’autore.
[Eugenio Montale)
Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente
illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio
…
Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:
Genova canta il tuo canto!
…
Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa,
…
Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle chimere nei cieli…
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,…
dentro il vico ché rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,…
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
“Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì…” -
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca…
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì…
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontani franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva…
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro dal cielo stellare.
…
Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
e s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblìo
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
…
Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme;
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
la nube che si forma dal vomito silente.
…
O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La gru sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.
[Dino Campana)
Bruciavi d’amore e voluttà
sul tram, nei calzoni scoloriti
dell’estate.
Sull’erba matta dei giardini
di notte i nostri abbracci.
Noi,
le generazioni sterili per la morte.
[Dario Bellezza)
Osserva la foglia muta
figlia della luna nascosta,
converti la foglia figlia
dell’albero che parla
in strumento
di un’antica rettorica
conosciuta sul sillabario
di una desueta
e ancora consueta infanzia:
sii simile a lei,
che si raccoglie presso il tuo nome
freddo e dorato
nel sepolcro che trasforma
la tua veste in spoglia
*
Mi sento, mi squaderno
nel lume di un nuovo alfabeto:
piegare verso dove cade
la pena di sapermi solo palude.
Muto ancora io andavo volendo
solitario il tempoprimo
che sorride amore giovane
ora fatto Saturno sapiente
del vario mondo che di lontano
mi attrae. Io sono un’ala
che d’amore dissente,
in sé smarrita, si ricanta
e tra nuvole si distrae
quando al cielo s’apre la prima vita.
[Giuseppe Piccoli)
Un uomo solo,
chiuso nella sua stanza.
Con tutte le sue ragioni.
Tutti i suoi torti.
Solo in una stanza vuota,
a parlare. Ai morti.
[Giorgio Caproni)
L’acqua del mare
è noto si muove
la puoi non guardare
ma sai che non muore
così mi ci siedo
accanto e non guardo
e mentre l’ascolto
stropiccio del nardo
apro un bel libro
lo guardo e non leggo
sarà pure bello
però non lo reggo
perché parlerebbe
l’uomo che muore
il che mi farebbe
male ma il mare
sciacqua e non parla
vive e non muore
dunque non leggo
ascolto il rumore.
(Gilberto Sacerdoti)
Amelia Rosselli
La mistica del cervello. La luce del demonio sollevava polvere
negli occhi impuri della mia fecondità. Io ero tremante d’invidia
ma il raggio solare sollevava anch’esso storie d’amore tenue
come il pero con i suoi fiori incantati, come il pane di
sera che s’ingrana nelle faccende nostre d’amore e di pietà
e di fame e di quadratura del circolo infame che noi solleviamo
al di sopra di ogni sapienza.
Incauta ricorrevo all’aldilà ma fui ben presto scottata da
mani invidiose. Le mie proprie mani mi riportarono a terra
le mie proprie unghie sollevarono da terra l’astro della
felicità. Torgono in mano i lumi i santi ed i sapienti, torgono
in mente i lumi i negri e le maestre di scuola e le rinvenute
dalle scuole di agricoltura.
Condannata a far finta mi risollevai dalla polvere ben presto
per inginocchiarmi alla fonte delle benestanti. Le protestanti
non attecchirono ormai più la mia freschezza ingenua e con
tutto candore perdonai ai più villani, vecchi digiuni. Cuore
che tanto digiuni scostati dalla rabbia e rimani potente
signore.
Amelia Rosselli
In preda ad uno shock violentissimo, nella miseria
e vicino al tuo cuore mandavo profumi d’incenso nelle
tue occhiaie, Le fosse ardeatine combinavano credenze
e sogni – io ero partita, tu eri tornato – la morte
era una crescenza di violenze che non si sfogavano
nella tua testa d’inganno. Le acque limacciose del
mio disinganno erano limate dalla tua gioia e dal
mio averti in mano, vicino e lontano come il turbine
delle stelle d’estate. Il vento di notte partiva e
sognava cose grandiose: io rimavo entro il mio potere
e partecipavo al vuoto. La colonna vertebrale dei
tuoi peccati arringava la folla: il treno si fermava
ed era entro il suo dire che sostava il vero.
Nell’incontro con la favola risiedevano i banditi.
Amelia Rosselli
Per le cantate che si svolgevano nell’aria io rimavo
ancora pienamente. Per l’avvoltoio che era la tua sinistra
figura io ero decisa a combattere. Per i poveri ed i malati
di mente che avvolgevano le loro sinistre figure di tra
le strade malate io cantavo ancora tarantella la tua camicia
è la più bella canzone della strada. Per le strade odoranti
di benzina cercavamo nell’occhio del vicino la canzone
preferita. Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle
canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante
a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare
forse io perderò te ancora ed ancora – sinché le maree del
bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto
questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare.
Emilio Villa
Stavano schiacciati sotto il portone come una pigna di sassi,
ma che bisognava ingozzarsi anche il fiato,
ma tenere ben bene l’odio stretto al pomo della gola
e ai fianchi, perché l’assalto all’ultima carovana
era da un momento all’altro, ancora poco, niente: un segnale,
all’altezza della pertica del trolley.
Ha strisciato sopra gli embrici una sirena lunga,
gli abbaini ne sapevano molto più degli altri:
mancava perfino la volontà di stare al mondo.
Ma poi frignava un fiato grigioverde,
da aperture filiture crepe saracinesche e compensati,
quando nel mattino colore d’erba ruta
siamo andati di fuori a contare i primi morti, i cadaveri
borlati giù come birilli, come pere tocche: i cani
spenti tra un marciapiede e quello in faccia, con la schiena
sugli strisci dei battistrada e sopra la pollina
di cavallo, o con il ventre incollato sugli assiti:
un po’ di cervello sulla lamiera con i manifesti.
Ma poi frignava un fiato grigioverde
da aperture filiture crepe saracinesche e gelosie:
come una cesta piena di anguille matte
era la nostra simpatica città, e sordo agli spari
il nemico rotolava con la bava nera; cani
spenti sopra un marciapiede o quello di faccia,
i vetri sbarrati, e il solito cervello qua e là a pezzi e bocconi.
Ma un fiato frignava grigioverde, caro Mario,
da aperture filiture crepe saracinesche e dal tombino.
“Però non dalle ganasce inchiodate di quei porchi”
diceva uno della gap a un po’ di gente, e “tiratevi via,
non ci tirate fuori più neanche una parola dalla bocca,
né un argomento, né ragione, manco a tirarla col rampino”.
La sera che è venuta quella sera sui quadrelli
rossi delle macerie e vari caseggiati, un partigiano
della gap, un tipo evoluto, sanguinario e buono
aveva il braccio insecchito: sentì
ancora tre ariette di sudore sull’addome,
nell’erba dei capezzoli, e sotto il coppino,
e un fil di refe rosso, un filo di sangue dal costato:
la febbre grattava dove c’è la cintura di corame: era
“il grano profumato che verrà dall’URSS, in una volta
sola, una vera manifestazione” pensò, e chiuse gli occhi,
che erano già da spaccare col martello.
Vittorio Reta
È l’afa dei lacrimogeni, a seconda di come li porta il vento,
accantoni l’infanzia quando occupi una città,
i cromosomi della violenza, come li porta il vento,
i piedi affondano nei tappeti, in un tappeto pelvico strappano
vedi, il tuo gesto alla finestra, che alza il braccio mima un gesto
compiuto prima a 500 m di distanza da quando una mano
[ha raccolto una pietra
perciò hai il volto ricoperto di mappe epiteliali
ti si sono stampate addosso le impronte digitali di una immensa
[circolarità
ecco, ora asciugati, senza male le radici
aspetta un poco
una scarica motoria
che faccia rifluire l’eccitazione
prima che venga toccato il punto zero
ecco, vedi abito questo episodio al punto di non poterlo
[descrivere
seguendo una curva, piano, di spalle prima che venga toccato
[il punto zero
molte volte si contrae la muscolatura liscia
l’afa dei lacrimogeni, la biologia di una lacrima,
quel movimento in cui si è trascinati via,
guarda sta per finire
per raddoppiare la parola che ha provocato
guarda, vedi, forse, sanguino.
Finalmente (e con un colpo di fortuna) ho recuperato da una cassa in cui deposito i libri in attesa di gettarli (letteralmente nella spazzatura) vari volumi dell’Annuario di Poesia a cura di Giorgio Manacorda. Vorrei segnalare a pag. 284-285 (Annuario 2004) una recensione di Matteo Marchesini al volume di Rondoni “Avrebbe amato chiunque” e nel numero successivo (Annuario 2005)l’editoriale di Paolo Febbraro (pp. 5-49) e il saggio di Matteo Marchesini, “Il pubblico del mito. Ovvero come il Kitsch sedusse l’Engagement” (pp. 53-116). Scrive Febbraro: “In autunno Gianfranco Lauretano, direttore della rivista “Clandestino”, mi ha spedito una lettera in cui fra l’altro si rimproverava a Matteo Marchesini e all’Annuario in genere di indulgere ad attacchi eccessivamente personalizzati nei confronti di Davide Rondoni, per il solo motivo che questi sarebbe un poeta cattolico…”. Segue risposta di Marchesini…
Qual’è la risposta??? Sarebbe bello postare tutta la discussione.
V.B
Dovrei copiare a mano decine di pagine e non mi sembra il caso. Anche perché tra cinque anni o cinque ore Rondoni, Piccini, Marchesini, Manacorda, Mencarelli, Riccardi e compagnia bella nessuno se li filerà.
“… Vengo ora a Davide Rondoni. Ma prima di passare ai testi, sento di dover spendere poche parole su una vicenda che riguarda questo ‘Annuario’. Un mio saggio pubblicato in ‘Poesia 2004′ conteneva un duro attacco al lavoro di Rondoni: a mio parere, come è ovvio, assolutamente fondato, ma perciò appunto discutibile. L’interessato ha replicato sulla sua rivista ‘ClanDestino’, con una ‘lettera a Giorgio Manacorda’. Gli elementi chiave di questa risposta, quelli che mi riguardano direttamente, sono così riassumibili: Rondoni verrebbe attaccato dal sottoscritto per la sua ‘appartenenza ecclesiale’, ma il sottoscritto, ahimè, non si sarebbe accorto del fatto che alcuni dei più grandi artisti degli ultimi secoli, a partire da Dante, sono cattolici come lui. Rondoni condisce questa serrata argomentazione definendomi ‘barboncino irritato’ e ‘criticuzzo’, senza peraltro citare mai il mio nome, come fa chi rifiuta di dare all’avversario dignità di interlocutore, e nello stesso tempo, trivialmente, lascia filtrare sotto un’esibita aria di superiorità (‘non merita neppure una citazione, sarebbe fargli pubblicità gratuita’…) il desiderio incontenibile di dare sfogo a un’irritazione, a un disprezzo che di critico non ha nulla. Davanti a una prosa di questo livello, lascio giudicare ai lettori se si possa ribattere senza assumere un’aria vagamente ridicola, e senza emulare la strofetta di monsieur de Lapalisse.
Ciò che invece mi preme sottolineare, è come la volgarità esibita nello scontro sia perfettamente identica – e non maggiore – a quella dimostrata dall’autore nel genere della recensione elogiativa: il Rondoni che riguardo a Mencarelli rileva come nelle sue ‘profonde polaroid’ poetiche si trovino ‘un richiamo, un invito, un pugno e una tenerezza’, o che annota come un libro di Riccardi lasci ‘un nodo tra la gola e il cuore’, è evidentemente lo stesso Rondoni che mi dà del ‘criticuzzo’ e del ‘barboncino irritato’ – cioè uno scrittore che ignora cosa sia la critica, e dunque quale grado di analisi richiedano tanto un atto di proposta quanto la conduzione di una polemica, anche durissima…”
(M. Marchesini, op. cit.)
Certo che sti ‘poeti-poeti’ e ‘poeti-critici’ si prendono molto sul serio e addirittura quelli che nominalmente si dichiarano seguaci di Cristo grondano odio e disprezzo. Ma sti cattolici sono tutti uguali, a Ischia e dovunque: predicano bene e razzolano, ma lasciamo perdere.
Interessante. Non ho, comunque, la (s)fortuna di conoscere Rondoni come critico.
Mtico Reta