di Umberto Saba
Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica, difficile del mondo
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.





Cosa resta da fare ai poeti?
V.B
Vincenzo, Umberto Saba ti avrebbe risposto che ‘ai poeti resta da fare la poesia onesta’. Un dilemma sicuramente attualissimo, alla luce anche di quanto abbiamo già detto a proposito dell’utilità e dell’inutilità della letteratura nella società contemporanea. Ci sarebbe da dire cosa significava ‘poesia onesta’ per Saba, che considerava per esempio ‘disonesta’ la poesia di D’Annunzio, o in genere la poesia asservita ad un potere, ad una convenienza politica, o ad un’ideologia. Ringrazio Ottavio per aver introdotto, attraverso il testo ‘metapoetico’ di Saba, un argomento oggigiorno così spinoso.
Ciò che ricopre la capra è lana o setola?
Cari Vincenzo e Marco, non vedo il dilemma, non vedo la questione come fondamentale o proponibile o discutibile, ciò che resta da fare ai poeti è semplicemente essere le proprie poesie.
Se ci si ferma e ci si guarda attorno e si indagano i propri limiti, le proprie strade segnate, i percorsi obbligati, la poesia ne esce limitata, indirizzata ed obbligata.
Io credo che la forza della poesia sia nel non doversi porre questi problemi, nel non dover necessariamente cercarsi un posto prima di poter nascere, nel venir fuori limpida, senza contaminazioni di doveri e scopi precisi.
Saba riteneva o auspicava la propria poesia onesta, non credo Saba scrivesse tenendo conto del proprio posto nella società, della propria risonanza, dei propri compiti o delle proprie responsabilità; al poeta triestino direi che quello che ha scritto D’annunzio non credo sia venuto fuori per un suo tornaconto o per sudditanza ma semplicemente in conformità con quello che il poeta sentiva.
La questione a mio avviso è tutta qui: la poesia è tale quando è scritta dal poeta tenendo conto di quel che lui sente, senza analisi dei possibili fruitori o delle possibilità di essa. Queste è meglio siano lasciate ai critici.
grazie
ciao 8avio
Ottavio, mi trovi, quasi in tutto, d’accordo con te. E sarebbe irragionevole pensarla diversamente. Ma è anche vero che il Novecento, lungo il suo corso, ha smantellato il mito del poeta-vate, investito di funzioni divinatorie o profetiche, portatore di un verbo rivelatore. Con la secolarizzazione, inaugurata dal dio morto di Nietzsche, la figura del poeta si è fortemente desacralizzata. Con la settorializzazione-funzionalizzazione del sapere, diversificato in ragione delle logiche produttive, la poesia ha risentito del forte contraccolpo. In una società dove lo spirito è morto in favore della materia, quale posto ha il poeta? Il problema è quello del riconoscimento, già teorizzato da Ficthe e da Hegel, imposto dalla società stessa che assegna ad ogni uomo una ‘funzione’ precisa negli ingranaggi sociali.Il poeta è stato coattivamente collocato fuori dalla società, è stato dis-conosciuto, proprio perchè il suo ‘fare’ è un non-fare, un non produrre. Eppure non è il poeta a dover giustificare la propria esistenza, ma è la cultura moderna a doversi riappropriare della ricchezza della poesia. Non credo, forse come dici tu, che non esista un rapporto società-poeta come punctum dolens della modernità: la poesia ha sempre dovuto attraversare lo stretto del contingente senza lasciarsi predare dalla scilla dell’autoreferenzialità o dalla cariddi del conformismo sociale. La grandezza della poesia è di farsi anche portavoce del disagio di una società in un determinato frangente storico, di farsi specchio dei tempi, come lo è stata la Divina Commedia per il medioevo, per esempio. Il poeta non deve lasciarsi risucchiare dalle logiche del produttivismo, come è stato per il romanziere, ma non deve mai smettere di interrogarsi sul suo rapporto con la società e sul mondo in cui vive. La poesia può anche nascere entro le solitarie pareti di una turris eburnea, libera e spontanea, ma il poeta è un uomo che vive nel suo tempo e come tale deve comportarsi. Riqualificare il poeta come tramite del rapporto tra la comunità è l’Assoluto è forse una pretesa eccessiva quanto irrealizzabile. Rivalorizzare il suo ruolo all’interno della società come volano per la riscoperta di un rapporto dell’individuo con la sua intimità, e con la sua ‘re-ligiosità’, rappresenta invece un valore pienamente recuperabile, un valore di cui la società contemporanea si è troppo spesso privata. Quindi il quesito è, così come posto in termini piuttosto simili da Valerio Magrelli: si può continuare a vivere nel mondo senza poeti/poesia? Certo, a patto di regredire ad uno stadio di abbrutimento culturale, animalesco. La crisi o la riscoperta della poesia, in questo, può essere anche indice della salute di una comunità e della sua cultura: una società in cui la poesia è morta o in cui la voce del poeta non viene più recepita adeguatamente, è una società disumanizzata, priva di sentimenti, regredita ad una condizione di sub-umanità. Una società come quella degli automi. Una società simile alla nostra, appunto.
Marco tutte queste parole sono estranee alla poesia, che la società abbia escluso, allontanato, il poeta non è un problema del poeta, non deve essere un suo pensiero, un suo arrovellamento, semmai questo è un problema della società, non so se riesco a spiegarmi, l’avvicinamento non và operato dal poeta ma dalla gente(che è la società) se questo non accade…pazienza
Come dici tu, allora, non importa se la poesia venga letta o meno? Il poeta non deve chiedersi se ci saranno orecchie che ascoltino i suoi versi? Scrive per se stesso? Il poeta deve mettersi in discussione. Sempre. Anche in una società di automi. Non credo che l’arte sia lo specchio di Narciso.
’se questo non accade…pazienza’
L’atteggiamento rinunciatario e autoreferenzialista non giova mai alla letteratura, Ottavio. Altrimenti si corre il rischio di fare di essa un’isola galleggiante in mezzo al deserto.