quindici luglio

di cb (suo malgrado)

lavammo il sangue con
le pietre del mattino
poi sotto rade fole ci chinammo
senza vedere i volti che l’acqua
che non vedi ora ma la ricordi
specchiava nei giorni
dell’agosto di grano e dei campi
che non ho visto se non
nelle fantasie antiche di giorni d’agosto
dove il regno era delle mosche
e la calura il morte divenuto regina. poi
davvero
sparimmo, tra la parete separata
di quello spazio che non c’eravamo conosciuti
lo spazio della parete che chiami infinita
che lo è come lo spazio
e così sorseggiammo l’amaro fiele
della piccolezza che ci fu
da scontare a poco a poco o
presto presto, banale o no
ma la pena, al primo,
ci è stata imposta come il marchio che
di notte, nello scurore della notte,
perché non fosse vista, perché
troppo lo scandalo
della pena.
non so se tra i verdi motti delle rosee
labbra, tra le dita scomposte mosse
ci sia stato la vocazione al nome
l’eterno siluro dei piaceri dispersi
non so se tra le rocce che leggesti
si trovarono il poeta e la sua creatura
il poeta e l’udienza.
non v’è e non v’è mai stata
ciò che odi
le cantammo nottetempo, sotto
le stelle alberate e i destini
incrociati a spine
di porfido e scanno, la tua menzione
e le sue giunzioni
non ne facemmo memoria né
proferimmo articoli o sillabe
pendule dalla pendula labbra del nostro signore inverso
no no e no, così è la negazione
la risposta che, unico sale,
possiamo avanzare, ancora ancora
ancora dire le ci è permesso, unica, essa,
unica a morire per noi
nei secoli
amen

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