Surrealistic Series: Paragraph 0#, 2#

di Vincenzo Birra

Paragraphs precedenti:
1#

Paragraph 0#: Presentazioni

Phil vive in un piano ammezzato tra il quinto e il tetto di un palazzo nero bitume e tetto piatto, rosso. L’ammezzato è poco più grande di qualche metro quadro: una stanza di quattro pareti bianche, screpolate; sulla destra un piccolo letto, segue una finestra con scrivania annessa, poi, uno scaffale metallico, grigio, da officina meccanica. Lo scaffale ospita qualche quaderno da disegno e tutti gli altri strumenti dell’attività, sparsi sui vari piani e (tutti) sporchi di vernice secca. Ci sono (poi) barattoli di vernice, pesante, al piombo, molte cianfrusaglie metalliche spaiate, un vecchio giradischi e un quarantacinque giri di silenzio screziato da un formicolio piacevole.

[Facciamola finita con questa noiosa enumerazione!! Questa operazione, di riesumare reliquie, impegnò Phil per alcuni giorni dopo il trasferimento; accoglieva ogni scoperta con sorriso di meraviglia. Ora gli procurano noia, quegli idoli della decadenza.]

Il Pezzo forte (tra quelle cianfrusaglie) è un piano elettrico monco di un tasto; gli atri ci sono tutti. Ah ecco! Phil si avvicina allo strumento, chi sa quale piacevole melodia verrà fuori da una possibile combinazione di tasti. Nessuna Una sequenza (combinazione) vale l’altra perché il piano è muto (muto e monco). Phil si accontenta comunque di fare pressione con l’indice su tutti i tasti bianchi, dal più alto al più grave, contandoli: vent’otto, ventisette, ventisei, venticinque, ventiquattro, ventitré, ventidue, ventuno, venti, diciannove, diciotto, diciassette, sedici, quindici, quattordici, tredici, undici, dieci, nove, otto, sette sei, cinque, quattro, tre, due, ancora un altro scalino e Phil arriva al portone. Ma non mancava un tasto? La fretta spinge Phil fuori dal portone, sul cortile caotico circondato da case sovrappalcate.

[Se mi è concesso, vorrei zittire questo caos, non dare spazio a voci fuori campo e arrivare (seguendo Phil) alla macchina e al secondo paragrafo (1#).]

Paragraph 2#: La prospettiva della Piazza, la Resurrezione e la Festa del Santo.

[Una mano fuori campo preme il tasto e riavvolge il nastro]

Uscito dal cortile, Phil percorre un pezzetto di strada prima di entrare in un altro. Qui c’è ancora l’altare montato per la festa del santo di Agosto. Sono passate due settimane da quel giorno; Don Carlo morì mentre distribuiva pane benedetto; sputò, con un colpo di tosse, quel che restava dei suoi polmoni. Nessuno conosceva il suo vizio e per un lasso di tempo tutti si chiesero: Chi confessò il confessore?
Almeno la poltiglia era dello stesso colore del vino.

[Il sacrestano, dal conto suo, era scappato con la domestica brasiliana.]

Anche la tovaglia (sull’altare), le tende che facevano da sipario al quadro del Santo e il tappeto erano rosso porpora (o cardinalizio).
La pioggia apportatrice di frescura, caduta pochi giorni fa, ha scolorito tutto; tutto l’altarino non stacca dal grigio dell’asfalto e un venticello anima quelle rimanenze di stoffa come spettri.
Più ci si avvicina alla piazza, più si sente (forte) il rumore della folla, simile a un battere di piedi simultaneo (in verità ci sono delle interferenze ma tutto rientra nella geometria del tempo).
La giornata di fine estate è piacevole, piacevole è la passeggiata nel viottolo che offre all’occhio una strettissima visuale della cupola, della piazza, e della casa più alta.
Al ritorno, invece, si incontra la faccia verde collina.
Nonostante, anzi, proprio per la dimensione ristretta, quella visuale è totalizzante come quando chiudiamo un occhio e allontaniamo la testa da un disegno appena fatto per cercare di coglierne un senso.
Phil arriva nella piazza a tre vie o a tre fughe. C’è molta luce; il team del comitato ha cercato, fallendo miseramente, di ricreare un’atmosfera diurna per guadagnare tempo sul terribile ritardo.
Phil si ferma sul punto rosso, segnato con gesso, che indica il centro della piazza: da lì è partita la statua del santo-cavaliere. La statua si è allontanata da un pezzo, non c’è niente da vedere oltre le persone ferme ai banchi dei mercanti. Phil alza la testa qualche minuto a guardare un balcone fiorito; i vasi disposti a caso stabiliscono la precisa alternanza del fucsia e del rosso. Alcune piante longeve pendono come liane sui tre archi (a loro volta retti da sei colonne) che reggono la balconata. Su quella balconata poggia i pesanti gomiti la famiglia più ricca del posto; vestita a festa, tutta stretta al capofamiglia. I volti rilassati si godono quel momento, l’unico dell’anno in cui indossare quegli abiti di lusso; nel restante periodo i contadini svolgono un lavoro faticoso e vestono di stracci.
Di fianco alla casa più alta ce ne una piccola, parte del balcone si nasconde dietro un’invetriata ottenuta ad un collage di bottiglie colorate. Nessuno sa che dietro quel invetriata, di sera, siede un poeta. Ciononostante tutte le porte sono chiuse e al portone c’è affisso il cartello VENDESI.
Sotto il balcone con l’invetriata c’è la bottega del sarto, sempre vuota, tutti la evitano.
Phil è incuriosito dai giochi di luce che vengono fuori dalla vetrina e si incammina verso l’entrata, dove lo accoglie un piccolo cane da guardia con gli occhi che si sporgono così tanto dalle orbite che rischiano di cadere.
Appena entrato una voce non molto lontana lo avverte

«Sono al cesso! Arrivo subito.»

La piccola stanza è tutta tappezzata di foto, ad una parete è attaccata una cassettiera contenente aghi e spilli per la maggior parte, poi c’è qualche matassa di cotone spesso, bottoni e oggetti non meglio identificati che come petali. Il silenzio della stanza viene rotto da un stridore metallico e dalla porta che da su un corridoio sbuca un vecchio in carrozzella. Mutilo di gambe, ha la testa rasata e gli occhiali spessi rimpiccioliscono gli occhi fino a farli scomparire; baffetti neri gli danno l’aria da birichino.

[Con voce flebile]

«Salve, sono il sarto, ma tu puoi chiamarvi vecchio.»
«Io sono Phil, piacere.»
«Phil sto preparando del tè, ne vuoi un po’?»
«Veramente non..»
«Premetto: questo è un te speciale, non lo troverai altrove»
«Ok, lo provo»
«Dopo averlo bevuto ti leccherai i baffi e chiederai il bis, vado a prenderlo»

Appena la carrozzella scompare dietro la porta Phil sente una musica

[Da lontano e disturbato dalla musica]

«Ho messo su un disco; ti piacerà.»

Abbassando lo sguardo, Phil, nota una piccola televisione posta sotto una mensola. Sullo schermo in bianco e nero si vede, a ripetizione, la distruzione di Hiroshima; il fungo atomico è l’ultima immagine che Phil ricorda prima del buio.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il risveglio ha il sapore di una sogno obliato, sono le risate del vecchio che lo svegliano.

«Dai! Bevi ancora un po’! Hai visto che buono questo tè?»
«Cosa succede?»
«Sei un simpaticone Phil. Dove le hai imparate quelle storielle?»

Phil non ricorda ma sente un’eccitazione che va in crescendo e inizia a sorridere.

«Allora Phil, cosa fai nella vita?»
«Dipingo»
«Ah! Un Artista! Anche io lo sono sai?»
«Ascolta: cinquant’anni or sono centinaia di persone venivano qui e portavano le loro giacche dell’esercito, se non avevano prestato il servizio militare volavano a Londra a comprare la giacca in un mercatino per poi tornare qui. »
«Comunque mi portavano le giacche e io le abbellivo con bottoni di madreperla, perle, e petali di velluto.»

[Guardando fuori dalla vetrina, assente]

«Capisco..»
«Phil mi sembri distratto, che succede?»
«Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto.»
«Cosa?»
«Guarda. Quelle sono perle che erano i suoi occhi.»
«Phil! Se continui cosi mi incazzo!!»
«Ma non vedi il gioco di luci della vetrina? Non veniva da dentro ma da fuori.. »
«Giovanotto! Meglio che tu la smetta di fare il pazzo!!»

Il vecchio impugna un grosso ago e minaccia di bucargli gli occhi, ma è una minaccia fatta con gli occhi e Phil, deluso, si chiude dietro la porta della bottega e torna a casa.

[Un'altra possibile evoluzione]

«Ok vecchio! Mi calmo»

[Pensa]
«Cazzo, quella scena mi ha fatto tornare completamente sulla terra»

«Però voglio che tu sia sincero con me, sto per farti una domanda»
«Spara»
«Mi hai drogato vero?»
«Si»
«Allora dammene ancora, è scemato tutto.»
«Ok! Allora rimetto indietro il disco»
«Disco?»
[Indica la parete del collage di foto]
«Si,guarda quella è la copertina»

La copertina è sbiadita, ma non così tanto da non permettere a Phil di riconoscerla: è lo stesso che sta sullo scaffale di casa sua, accanto al giradischi.

«Strano, è identico a quello che ho a casa»
«Cosa c’è di strano?»
«Il mio suona silenzio..»
«Capisco Phil.. capisco..»

0 Risposte a “Surrealistic Series: Paragraph 0#, 2#”



  1. Ancora nessun commento.

Lascia un commento




Info

Creative Commons License
Linutile è pubblicato sotto Licenza Creative Commons. La paternità dei testi qui pubblicati è da attribuire a gli autori indicati di volta in volta. Inoltre Linutile non rappresenta un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Linutiledizioni

Niente è vero tutto è permesso

Un Aforisma

Se è assolutamente necessario che l’arte o il teatro servano a qualche cosa, dirò che dovrebbero servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente e che è indispensabile che ci siano.

Eugène Ionesco.

Un dialogo

-...non capisco, cosa vuoi dire? -Non curo dire altre parole che frammenti di un discorso amoroso. -Pensi questo basti? -Credimi, una sillaba di troppo farebbe esplodere il mondo, dirne una in meno lo disgregherebbe. -Il Mondo? -Certo, il mio Mondo. -Allora Buona Fortuna, ne avrai bisogno! -La Fortuna l'ho avuta scoprendo il mio desiderio, la lascio a te, mi basta il tuo sorriso, amico.

?Random

Clicca per un post a caso

Feed

La parte dell'Occhio (Flickr)

HPIM1175

HPIM0989

guitcup

More Photos