di Vincenzo Birra

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La luminosità invade tutto; movimenti lenti; parole misurate;
non vogliono e non possono ferire. Poi il sole cade giu per la
strada e tutti gli altri escono allo scoperto. Scendiamo nel ventre
che digerisce a stento la gente che lo agita fino al rigurgito:
scendiamo legati ad un filo, attraverso case bianche, sgarrupate,
disegnate da piccoli archi vuoti di finestre su scale:
finestre che separano un appartamento dal resto e un vecchio
che guarda la sua TV in bianco e nero su un pavimento di moquette rossa
[Un passo del pezzo è di matrice Campaniana, così evidente che non deve essere nemmeno evidenziato]





al di là dell’evidenza della matrice immaginale: diceva burroughs: non bisogna guidare il lettore, che il lettore si perda, (e sarebbe perdersi?), tra le citazioni non dichiarate e gli spunti di altre potenze immaginative. Non so se il lettore è pronto, ma ciò non vieta, essendo lo scrittore per prima cosa lettore, cioè, per prima cosa, uguale al lettore, di farlo. è la stessa cosa che mi è capitata con Il Pasto Nudo: dopo le prime pagine, in cui ero stato preso per mano, fui perso, davvero perso, infatti terminare la lettura fu difficilissimo. Ma non per questo le cose ‘difficili’ non vanno, non dico fatte, ma perlomeno tentate.
…non lo so…
(non dico del valore dell’estratto dal diario perché già sai)
..non lo so..?
Comunque non penso di guidare con le mie “note”, anzi le penso come “anti-note”(vedi il post pecedente)
V.B