da “Studio drammaturgico sulla poesia italiana e i suoi rischi di contagio”

di Andrea Inglese

[Il testo (completo) è stato pubblicato sul numero 9 di SUD ed è apparso su Nazione Indiana]

La poesia italiana vocifera, ben installata nell’oltretomba, con grammofoni inseriti nei toraci dei poeti morti, che si ravvivano allo sfrigolio del vinile, e cantano, cantano arie desuete, arie morte o morenti, finché il vinile gratta, ma anche altoparlanti autonomi, ben scollegati, e adagiati nelle trachee emettono segnali, come di elegia e idillio, senza lo sporco delle scariche, lo sfregio sonoro dei contatti, tutto limpido, quasi inaudibile, come d’uomo asmatico, o vampiro, o assiderato, o sepolto, ma la poesia italiana da morta, avanza su pattini come mummia semovente, portando avanti il torsolo petrarchesco, l’osso inesauribile, a cui migliaia di dentini sfilacciano infime fibre, mentre quello prosegue, fa le curve, piglia di filato nuovi tornanti, sale per le graziose colline, con la coorte dei banchettatori dietro, schiamazzanti, come all’inseguimento del morto nella bara, ma la bara manca, il morto è ormai un osso, una pertica di vertebre, da cui nessuna polpa può essere strappata, ma atomi, nuvole di atomi, come inalazioni, per i poeti dell’inseguimento, con le proboscidi tese, risucchiando tutto, nei tubercoli digerenti, nei torciglioni dell’ispirazione, o del freddo gognometro metrico.


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