Linutile

Essere un uomo utile mi è parso sempre qualcosa di veramente schifoso C. Baudelaire

Ballo - Parte Seconda

Pubblicato da francescaprea su 12 Maggio, 2008

[Potete leggere la prima parte del racconto qui]

di Francesca Aprea

Carlos si preparava: di lì a poche ore si sarebbe sposato.
La servitù, come voleva la tradizione familiare, lo aiutò nella vestizione. Era un cerimoniale consueto ed era necessario che si rispettasse: il rampollo doveva essere cinto di onore e gloria.
Carlos, riservato per natura, non aveva mai apprezzato l’appariscenza di certi rituali, quello che per un comune giovin signore poteva rappresentare vanto e onorificenza, per lui altro non era che invadenza. Lo irritava. Oltretutto non condivideva la necessità di usufruire dei servigi altrui, lui che da tempo aveva conosciuto l’autosufficienza. Gli pareva oltremodo superfluo, se non umiliante per sé e per coloro che a tanta soggezione si prostravano. Spesso era solito, verso coloro che si inginocchiavano ai sui piedi in segno di reverenza, tendere la mano per permettere loro di rialzarsi o a coloro che intendevano baciargliele, le sottraeva.
Mandò via i servi.
Aveva bisogno di pensare.
Si guardò allo specchio: il volto smagrito mostrava i segni della notte insonne, appena trascorsa, gli occhi, incastonati in cerchi lividi, quasi parevano sparire, solo mostravano le pupille lustre, gonfie di pianto. L’abito elegante non nascondeva le gambe tremanti.
Pensò a Carmen, non l’avrebbe più rivista.
Pianse dinanzi al riflesso di sé: guardava la sua infelicità.
Pianse come un uomo innamorato.
Era l’alba: Carmen si sentiva fiacca sin dal risveglio, quella mattina, mentre il sole filtrava dalle fessure semichiuse delle finestre. Un fascio di luce entrò nella stanza, la illuminava dal dorso in giù, il volto restava nell’oscurità.
Si alzò dal letto, sentiva il corpo molle, come di chi non ha forza di reagire.
Seminuda, a piedi scalzi, percepiva l’umidità tutta penetrarle nelle ossa. Non le interessava, continuò a passeggiare per la stanza.
Aveva bisogno di pensare.
Si arrestò davanti allo specchio dove ancora vedeva riflessa l’immagine di lei insieme a Carlos, provava rimpianto.
Si guardò: la camicia mostrava la spalla e il seno nudo, lo sguardo saliva su per il collo esile. Carmen si avvinò un poco allo specchio con il volto per meglio vedere le vene sul collo che, quella mattina, le parevano più gonfie del solito, ed intanto con le dita le toccava. Le mani le scendevano lungo il corpo, sui seni e i capezzoli già turgidi, ad occhi chiusi immaginava che a toccarla fosse Carlos.
Aprì gli occhi, ancora fissi sullo specchio: il volto bello, gli occhi scuri e profondi parevano mesti, e sulle gote scendevano lacrime amare, gocce di infelicità.
Pianse per amore.
Carmen e Carlos erano uniti nella separazione.

La tavola era imbandita, il banchetto di nozze poteva avere inizio.
Carlos aveva la fede al dito. La sua sposa, che, in verità, poco lo conosceva, gli si attaccava addosso quasi fosse una zecca. Carlos a stento riusciva a guardarla tanto era brutta: i capelli nero corvino erano raccolti da una corona di fiori pomposa e solo pochi ciuffi le cascavano sul volto dai tratti marcati e mascolini. La fronte alta mostrava un bozzolo buffo, gli occhi piccoli parevano nascondersi tra le sopracciglia folte e gli zigomi spigolosi. Il naso grosso e le narici larghe erano capaci di fare respiri di gran lunga più profondi del normale. Il mento sporgente vedeva qualche pelo qua e là spuntare e il baffetto bruno aveva tutta l’impressione di essere pungente come le spine di un cactus.
Carlos non osava volgersi verso di lei. Accennava, per diplomazia, un sorriso forzato verso gli altri che pure di lui avevano pietà. A stento lo sposo conosceva il nome della sposa.
Gli invitati si accalcavano presso le prebende, gli abiti eleganti non riuscivano a nascondere l’avidità degli uomini. Scalciavano, tiravano gomitate, si spingevano prepotenti pur di avventarsi per primi sulla tavola. Avvoltoi. Pareva non vedessero cibo da anni, eppure di certo pane non gliene mancava a detta delle loro pance gravide.
Ma si sa che chi più ha, più vuole!
S’ingozzavano con una voracità da far inorridire: topas, pavìas di pesce e tortillas de camarones riempivano le bocche, gonfiavano le guance. Talvolta questi personaggi erano soliti, in virtù della loro pragmaticità da commercianti, risparmiare tempo, per cui spesso parlavano a bocca piena, sputacchiando cibo trito di qua e di là o ridevano a crepapelle mostrando i resti di ciò che ancora stavano masticando.
Le donne si mostravano più discrete nell’avvicinarsi al banchetto, e per questa loro ostinazione nell’apparire differenti da ciò che erano, restavano senza mangiar nulla.
Carlos pareva sospeso. Pensava a Carmen.
Mentre lei correva al banchetto.

Il suo volto era appiccicato alla vetrata del locale, osservava. Solo quel vetro la divideva da Carlos.

Osservava.
Lui la vide. Restò impietrito.
Un chiacchiericcio faceva da sottofondo, le donne, vedendo Camen inorridirono, vergognose e pudiche, parlavano tra loro. Quelle voci divennero un boato. Una di loro, la più sfrontata, accecata dall’odio, si avvicinò al vetro e chiuse le tende.
Carmen sorrise a quel volto astioso e con tutto il fiato possibile urlò: - Ragazze tirate le tendine!- poi si voltò e, ridendo forte, si incamminò sulla strada del ritorno.

Ricordava.
Su quella sponda del fiume, ballando, ricordava.
Solo un attimo si voltò: sulla sponda opposta del fiume passeggiava Carlos.
Si guardarono.

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