Linutile

Essere un uomo utile mi è parso sempre qualcosa di veramente schifoso C. Baudelaire

L’incendio

Pubblicato da collaboratori su 22 Aprile, 2008

di Filippo Ansieri

[il testo è stato scritto in collaborazione con Antonio Cristiano]

L’incendio avvampò poco sopra piazza del Plebiscito. Il terrore conquistò poco alla volta, ma con decisione e forza, i vicoli confusi e brulicanti del Pallonetto.

Le donne furono le prime ad accorgersene. Gridarono. Chiamarono in soccorso i loro mariti. Corsero a cercarli. Chi nei caffé, chi in buie cantine ad organizzare il mercato nero, accorsero.

I volti illuminati dalle fiamme che si facevano sempre più alte; in un primo momento rimasero immobilizzati dal terrore. C’era un gruppo di persone: strette le une alle altre si incitavano all’azione. La vanità dei loro gesti si alzava con le fiamme, sembrava quasi alimentarle. Erano sopraffatti dalla paura, che scorreva calda nei loro capillari e gli impediva qualsiasi movimento che potesse essere risolutivo. Erano goffi, impacciati, correvano da un lato all’altro della piazza come attori scappati dal teatro con indosso ancora gli abiti di scena.

Seduto su una sedia di paglia, un vecchio sembrava l’unico spettatore. La barba lunga ed incolta nascondeva un sorriso solo accennato: il sorriso di chi accetta la disgrazia. Le rughe profonde erano letti di torrente, scavanti dalle veloci rapide degli anni, pronti ad accogliere gli ultimi straripanti momenti. Momenti che aveva sempre immaginato, di fronte ai quali non si era mai ritenuto sufficientemente preparato - come si può essere preparati? Troppe volte inviluppati nella vita, nelle faccende che corrodono il senso puro che sfiora il suo non-senso. Il suo sguardo schiaffeggia la fatica di chi, scalzo, corre tra la folla con secchi di acqua pieni. Affaccendarsi: questa è stata la vita, perché dovrebbe essere così anche la morte? C’è giusto il tempo di un gesto nervoso della mano, poi la calma, il sorriso che ritorna. Prese il tabacco dalla tasca posteriore ed un cartina che teneva sfusa in un’altra tasca. Si girò una sigaretta con le mani callose, che avevano ancora il l’aroma di casse di frutta sollevate di primo mattino, quando anche il sole dorme. Se la appoggiò sulle labbra, si rovistò tra le tasche in cerca di un fiammifero.

Estrasse un foglio di carta stropicciato.

Fermò un giovane, quello che sembra il più reattivo, il più deciso nella sua scelta di non morire e lo consegnò nelle sue mani. Fumò la sua sigaretta con molto più gusto delle altre, il suo tabacco secco e di bassa qualità. Sorrise di nuovo. Adesso, finalmente, si sentiva pronto. Con andatura dinoccolata si avviò verso le fiamme. Improvvisamente le donne, gli uomini, si fermarono a guardarlo, forse era la prima volta che lo videro, e lo videro proprio nel momento più importante della sua vita, quello del passaggio, della consegna nelle braccia della morte. Entrò nella prima casa che bruciava, le fiamme avevano già conquistato l’intero edificio. Non fece alcuno salto per evitare il primo, lento contatto con il fuoco. Con passo fermo e distratto pose il piede dapprima nelle basse fiamme , poi continuò. La veste cominciò a bruciare, il pantalone bianco prima si scurì poi arse velocemente. La folla tentava di raggiungerlo con lo sguardo, ma era già troppo tardi: ormai il vecchio senza identità si era lasciato cadere, la barba che pazientemente aveva coltivato per lunghi anni bruciò in fretta anticipando l’odore della carne, le vesti comprate con lunghi sacrifici da un buon sarto bruciarono ancor prima. Senza clamore lasciò la vita come l’aveva conquistata, forse solo con più volontà.

Gli altri uomini, dopo aver assistito increduli e inattivi a tutto ciò si rianimarono. Alcuni gridavano, altri sconfortati guardavano l’inesorabile avanzare delle fiamme.

Per chi in quel momento aveva scelto la vita non c’era tempo. Per chi era deciso a salvare i suoi beni ancora meno.

Spiccava tra la folla un uomo grasso. Vestito con un pantalone marrone e una cintura di cuoio di alta levatura. La camicia bianca e sudata. Con evidente fatica trascinava i suoi mobili lontano dalle fiamme aiutato dal figlio. Il grasso impediva i suoi movimenti così da lasciare al figlio una fatica maggiore. Era il gioielliere, a contatto ogni giorno con la più alta nobiltà e borghesia. Il suo orologio da tasca pendeva fuori dai pantaloni. Si poteva leggere facilmente la sua rabbia per quello scherzo della sorte, a lui che fino a quel momento era andata così bene. Non accettava tutto ciò. Perdere tutto, ogni segno del sacrifico. Ogni cosa ricordava lui le ore passate nel retrobottega ad incastonare pietre, la sua pazienza disarmante e necessaria. Il fuoco conquistava a mano a mano gli edifici. Quando sembrava ormai prossimo alla sua abitazione ebbe un attimo di esitazione. Il gioielliere correva affannando di qua e di là, indicava i mobili più preziosi a gente assoldata sul momento, gli ordinò di portarli il più lontano possibile. La moglie e il figlio controllavano che tutto si svolgesse con onestà. C’era ancora tempo per alcuni valori! Lui si incaricò per ultimo di entrare in casa, aprire la cassaforte e prendere soldi e gioielli. Nella corsa caddero alcuni brillanti ai piedi di una bambina che appena si accorse della distrazione dell’avaro gioielliere li raccolse e corse subito dalla madre.

Appena sua madre vide le preziose pietre che le aveva portato la bambina le infilò subito nella tasca anteriore del grembiule. Poi a bassa voce, per non essere ascoltata dalle altre persone, chiese alla figliola: “dove le hai trovate?”; la bambina, probabilmente per timore di essere sgridata disse semplicemente: “le ho trovate a terra.” Immediatamente dal suo volto trasparì l’emozione , forse, il senso di colpa per quel suo gesto. Un furto, seppur giustificato dalla distrazione del gioielliere, che lei ben conosceva, ma pur sempre un furto. La madre che si accorse dell’espressione dipinta sul volto della bambina tornò a chiederle: “sei sicura di averli trovati a terra?” a quel punto la piccola, con atteggiamento tipicamente infantile, giurò che quanto aveva detto era la pura verità. La madre, soddisfatta e felice per il fortunoso ritrovamento, le ripeté più volte che quanto era successo non doveva dirlo a nessuno, nessuno doveva sapere di quelle pietre. A quel punto Nanà ripeté il giuramento aggiungendo, a suggello della sacralità del momento, un bacio sulle dite unite a forma di croce.

L’incendio continuò per alcuni giorni. Quando le forza umane erano riuscite a vincerlo, non senza atti di follia e disperazione che costarono altre vittime, la situazione pian piano si mitigò.

Molte persone parlarono dell’evento per le settimane successive: di come quel tizio e quella tizia erano entrate nella bottega del restauratore e avevano rubato quel tale oggetto, ovviamente d’inestimabile valore, o della follia del tale amante che aveva brutalmente ucciso la sua donna approfittando del caos. Naturalmente tutte queste storie, che sempre suscitavano stupore, erano cariche di fantasia e malvagità.

10 Risposte a “L’incendio”

  1. Genni Dice:

    Complimenti!
    finalmente un racconto che lascia sì l’immaginazione al lettore, ma che comunque lo indirizza verso una tipologia di personaggi facilmente raffiguarabili.
    Il racconto è costruito molto bene, ha buon ritmo e narrativamente adeguato.
    Vorrei porre la tua attenzione su alcuni punti dove qualche frase spezza il ritmo a causa di una costruzione un pò macchinosa. Anche la punteggiatura, in alcuni casi, dovrebbe essere rivista.
    Ma ancora ti rinnovo i miei complimenti per aver riportato la nosta Napoli in un modo molto particolare: senza i soliti vestiti stesi ad asciugare e donne di contrabbando. Bravo!
    Un abbraccio, G.

  2. veltins Dice:

    Caro Filippo,
    anche questa per me hai centrato con questo tuo racconto molto coinvolgente. Noi lettori assistiamo attoniti a questo incendio senza essere in grado di fare nulla, mentre il fuoco va avanti da solo.
    Ma dimmi, chi è il vecchio misterioso con la barba?
    A me ha ricordato un personaggio di Bulgakov ne Il maestro e Margherita. Sai di chi parlo?

  3. renato Dice:

    bel racconto!scritto bene, ci si immagina bene la scena, e le descrizioni sono ben fatte, sia dei luoghi e dei personaggi, che secondo me sono ben descritti da pochi aggettivi ma ben scelti per caraterizzare le persone, in particolare il vecchio, ma anche il gioielliere

  4. Salvatore Scalera Dice:

    Ciao ragazzi, il lettore delle poesie di Carlo Brio.
    Mi ha fatto molto piacere conoscervi e notare che ci siano delle persone intelligenti e spontanee a Caserta, capaci non solo di scrivere poesie -che è già cosa straordinaria- ma addirittura di esporsi e di farsi notare.
    Mi ha veramente fatto molto piacere.
    Voglio lasciarvi una mia poesia dedicata agli attori. E’ un pò lunga, lo so, ma fa parte di una raccolta un pò particolare dal titolo “La Boutique della carne”.
    A presto
    Salvatore

    Gli attori

    Sulla falsa riga di attoniti insuccessi – Olè, gli insuccessi, le disgrazie, le avventure inespresse- sui riquadri improbi di una realtà sagace, volevo il sogno – a me!, a me!- Gli attori di teatro, maschere, quadri, reali ed irreali, io li desideravo vivi – a me!, a me!-, certe solitudini inespresse lo necessitavano.
    La amavo. Miseramente, con il coraggio di un verme. Il sole alto in questo teatro di insuccessi, in questa storia di nessuno, la carne magra appassisce al muro.
    I chiodi! Tutto si fissa nella mia mente con una serie di ventricoli arrugginiti.
    Non c’ era bisogno di realtà –ah, quella triste-. I bimbi correvano soavi, tra gli spalti la gente era serena!
    I fogli! A me un foglio! Per un’ ispirazione fugace, per un momento di successo.
    Gli attori! Creature inermi, il destino li attraversa –non li conosco, li conosco-; celebri quadri d’ autore soverchiano il gentile sentimento dell’ essere.
    Copia il tuo futuro, attore! Che ore, attore! Lo vedi il centro?
    La poesia, una cosa inutile. Che spettacolo, oracolo! Genio, il diverso mi opprime – di soppiatto-, Scivola nell’ oscurità, nel senti il viscido, il marciume, la fanghiglia. Grida –gridi?- nel silenzio.
    La notte è bruna.
    Componimenti, solo componimenti.
    Il giallo lo userei per attirare i teatranti, distruggiamo gli attori.
    Tutto ciò che è reale –cosa?- si presenta a me. L’ occidente marcio mi sorride, non posseggo nulla,
    i sentimenti ormai spenti mi fissano di nascosto.
    Gli attori! Il rosso, stavolta! Lo senti dietro le quinte? Il tempo trascorre lentamente?! Lo vedi, lo avverti? Lo spettacolo –ribelle- lotta tra i muri della borghesia .indecente., si sente il dissolversi delle piante da giardino.
    Il poeta è seduto sul palco. Gli attori lo fissano.
    Si recita –sempre?-. Perché? E’ meglio l’ illusione dei grandi, il sogno dei fanciulli, la realtà degli ipocriti?
    Il teatro è morto. Il millennio si è chiuso.
    Voglio il cambiamento e lo avrò.
    Vedrò mille aeroplani di carta –verdi!, verdi!- volare nelle terre scoscese, sentirò il fiume di sangue rappreso inumidire le pareti di questa stanza selvaggia. I colpi di tamburo ci stoneranno.
    Il blu –ah, lo vedi?-. Non ti accorgi dei cambiamenti perché dormi.
    Sveglia! Le cose hanno inizio da tempo. I sentimenti leggeri sono già evaporati.
    Ho timore per il futuro. Odio l’ arte. La distruggerò.
    Nero, come il risultato che otterranno gli autori di teatro.
    Bianco, il risveglio.

  5. Meursault Dice:

    Ha l’andatura di una favola moderna stile Saramago. Prevale il gusto anneddotico sull’autocompiacimento letterario. Bella scrittura, complimenti.

  6. Bastet Dice:

    Il racconto è scorrevole,i personaggi sono ben descritti e caratterizzati.
    Un bel racconto complimenti ^_^

  7. Filippo Ansieri Dice:

    Ringrazio tutti i lettori per i commenti positivi.

    Per quanto riguarda il Vecchio dirò che è un collettore di “vizi e virtù” che il lettore può scegliere.

    un abbraccio.
    F.A.

  8. Antonio Cristiano Dice:

    @veltins

    parli proprio di Woland?

  9. gianfredo Dice:

    carlo questa roba fa’ schifo

  10. Filippo Ansieri Dice:

    Faccio i miei complimenti a Gianfredo per la sua capacità critica e interpretativa del testo.

    F.A.

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