Derive 4.0

di Vincenzo Birra

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Dondolano i nostri volti come dissonanti
altalene;  sinistra,  destra,   tentennano,
s’allettano. La verità che sta nel mezzo -
la cercano da tempo senza trovarla – noi
la sappiamo e un po’ mi pesa, come una
calamita  lanciata  in  un  cumulo  di
rottami e poi ripresa. Graviti sul mio
viso: impazziscono le maree: sorrisi.

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Alla radio un ragazzino si traveste da donna.

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Lasciatemi, vi prego, al mio vezzo
notturno.
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Fiancheggiando le mura di un
cimitero assaporo il profumo di fiori
misto putredine; l’unico mio ricordo
della morte, la morte, la mia maestra.
Mi insegnò, ad un tempo, il sogno e
la distanza dalle stelle. Stasera le luci
primedonne della città s’impongono
sulla scena; perdo ancora una volta la
bussola e il clamore di una fiera
notturna non aiuta. Suona la banda

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Rifuggo nella tenda turchese di un
giovane indiano montata sul letto
caldo di luce rossa soffusa.
Rifuggo la compassione e la pietà,
fuggo il distacco e il rifiuto del rito
voluto e rifiutato.

La Sacerdotessa che non conosce
dissenso si avvicina con la sua
silenziosa danza, poi si siede taciturna;
nel silenzio imparo le mie paure e mi
chiedo se ciò vale a superarle o le
rende più sicure.

2 Risposte a “Derive 4.0”


  1. 1 Filippo Calvino 3 Aprile, 2008 alle 1:25 pm

    Caro signor Birra,
    intendo congratularmi con lei per l’ottimo lavoro svolto.
    Le sue derive conciliano la lettura. Non so se il titolo è messo a caso, ma la sensazione di spostamento, abbandonato trasporto per effetto delle correnti l’ho percepita in pieno. Il cambiamento di rotta della mente in balia dei marosi è l’effetto soave ed immediato che l’occhio subisce scorrendo rapido sulla sua prosa.
    La forma è lieve, delicata, i periodi frantumati rompono la monotonia regolare del respiro che si mozza d’improvviso.
    La parola è profondamente autentica ed espressionistica è capace di esprimere significati individuali ed assoluti al di sopra di qualsiasi “castrazione “storica e sociale. L’atmosfera mi pare mistica quasi magica e la figuralità effusiva quasi sfuggente mi trascina in un sentire ipnotico. L’intensificazione ritmica che ne traspare è dolce musica per le orecchie del lettore capace di percepire il flusso delle immagini, dei foni, dei pensieri che l’autore ha abilmente messo su carta.
    Alla luce di una lettura meditativa dei suoi scritti ho notato essere ricorrente il tema “silenzio”, mi piacerebbe conoscere la natura di questa tacita esigenza. Cosa rappresenta per l’autore il SILENZIO?
    Ps “Alla radio un ragazzino si traveste da donna”
    questo brusco cambiamento di scena toglie il fiato!
    grazie per le emozioni !
    buon lavoro
    F.C.

  2. 2 V. Birra 3 Aprile, 2008 alle 10:02 pm

    Caro Filippo ti ringrazio; le tue osservazioni sono giuste e non credo di poter aggiungere altro, tranne la risposta alla domanda finale. Il silenzio… la “natura di questa tacita esigenza” sono le troppe parole o situazioni di caos in generale, ma è un silenzio difficile, agognato e non raggiunto mai definitivamente; la radio, la banda, i pensieri(perchè non è un silenzio meramente fonico) lo disturbano. Poi ovviamente è anche il silenzio della notte e delle stelle, entità che ci contemplano nella loro superiorità senza alcun bisogno del “verbo”. Vorrei che questo silenzio investisse anche la scrittura; una volta ho chiesto ad un’amico come si potesse con la penna fare il silenzio senza lasciare la pagina bianca.. attendo ancora risposta..
    Ti ringrazio ancora, a presto.

    V.B


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