Sonata alla luna in mi bemolle

di Antonio Cristiano

I miei passi si rincorrono nell’androne. Cammino piano per non farmi sentire, cammino piano perché è notte ed io non dovrei essere qui – cammino piano perché è notte e dovrei dormire, non andare fuori dal conservatorio. Percorso l’androne, arrivo nel corridoio principale: esco da una porta piccola, laterale, per timore di poter essere scoperto – come ogni notte, ancora, di nuovo. Esco, una lieve pioggia picchietta sui tetti delle navate del chiostro: la percorro interamente, stringo il violino sotto il mantello, mi chiudo nella sciarpa per non prendere freddo. Gocce di pioggia cadono su di me: arrivo al centro del chiostro, ho la statua di Orfeo di fronte. Di fronte: a destra, il terzo vaso di begonie sulla sinistra. Il testone è grande, ma lo sposto senza far rumore: è stato messo lì per essere spostato. Davanti a me, ora, una scala che scende verso il basso, che porta ad un cunicolo costruito vent’anni fa, qualche anno prima che cominciasse la guerra, per permettere a chi lo conosceva di uscire dal conservatorio in caso di necessità.

Vent’anni fa… nemmeno ero nato.

La scala è arrugginita, il cunicolo non poco polveroso: mi copro il viso con la sciarpa lasciando solo due piccole fessure per gli occhi. Arrivo alla fine, un’altra scala, la salgo: la luce della luna mi investe morbida, filtrata dai rami del cipresso. Mi giro, e mi ritrovo dipinto davanti agli occhi lo spettacolo più dolce del mondo: il mare, la luna, la scogliera. Di tutta risposta, gli do le spalle. Scuoto il mantello, ha smesso di piovere: lo tolgo, lo appoggio sull’erba bagnata, apro la custodia ed estraggo il violino. E comincio a suonare.
Sono le undici e mezza, Angelica.
È la decima notte, Angelica.
La decima: se non verrai neanche stanotte, non verrai più. Se non verrai neanche stanotte, Angelica, avrai deciso (tu o chi per te) della mia vita. Ma pensarci, adesso, fa male: ora, così, col cuore ricolmo di speranza. La melodia in La maggiore che risuona dal mio violino è un tema d’amore spensierato, come era prima, Angelica, come è sempre stato fra noi due. E le notti passate a dirci stupidaggini, a rincorrerci fra i boschi e fare l’amore su una coperta, Angelica, hanno il sapore di questa melodia. Di noi. Di quanto siamo giovani e di quanto sia impossibile quello che sta succedendo. Non ci credo, Angelica, non riesco ancora a credere che nemmeno stanotte verrai. Stanotte verrai, Angelica, e troverai le mie braccia ad aspettarti.

* * *

Ha ripreso a piovere da qualche ora.
Sembra essere finita, anche stanotte. Ed io, stremato, massacro il mio violino con l’archetto, tramortendo le corde per la mia mano troppo pesante, troppo dura. Le sei del mattino, e sono solo. Le sei del mattino, Angelica. Le sei del mattino… dannato il giorno in cui t’ho incontrata, Angelica – il giorno in cui decisi che i tuoi occhi verdi erano i prati del Paradiso di cui ho sempre sognato.
Attacco una sonata in Mi bemolle, mentre a piccoli passi mi avvio verso il dirupo. Non guardo, preferisco tenere gli occhi chiusi, preferisco correre sui binari che sto suonando, sulla disperazione che partoriscono quattro corde di nylon ed un po’ di legno ben trattato. La musica non è una donna, perché la musica non mi ha abbandonato mai. E con me rimarrà per sempre.
Le ultime quattro note della mia vita sono un Fa, un Mi bemolle, un Re, un Mi bemolle.
Dopo non riesco nemmeno a sentire il violino distrutto.

5 Risposte a “Sonata alla luna in mi bemolle”


  1. 1 mcarpielli 24 Marzo, 2008 alle 11:33 am

    in effetti il corpo umano pesa più del violino, però peccato sprecare tanto sentimento e tanta musica futura sia per lo strumento che per la mano che lo fa vivere, ciao.

  2. 2 Antonio Cristiano 24 Marzo, 2008 alle 12:04 pm

    certa musica può far male, soprattutto a chi la scrive: può ossessionare più di un abbandono, più di un cuore che non batte più nello stesso modo. un gesto del genere può avere più valore di tutta la musica che possa uscire da quelle mani, da quel violino – a volte il dolore è troppo forte per essere chiuso in un pentagramma.

  3. 3 mcarpielli 25 Marzo, 2008 alle 5:27 pm

    leggevo di Umberto Saba, credeva che il suo genio derivasse dalla sofferenza interna, invece poi ha scoperto che il suo genio nasceva malgrado la depressione, per una forza interna che superava il limite dato dalla tristezza esistenziale, come vedi è tutta una questione di punti di vista, ciao.

  4. 4 V. Birra 25 Marzo, 2008 alle 6:33 pm

    Penso che sia sbagliato accostare il “genio” a Saba. La poesia per lui non era tanto una pura espressione del suo genio ma un pratica piu vicina alla psicoanalisi, un’esigenza, una parziale cura che serviva a lenire le lacerazioni interne e a ricomporre(almeno temporaneamente) la scissione del suo Io. Ovviamente queste sono le motivazioni dell’autore(o meglio quelle ricavate dallo studio delle sua vita e delle sue opere), mantenere il propio punto di vista è importante e qui l’abbiamo sempre rivendicato. Un saluto, a presto.

  5. 5 Antonio Cristiano 25 Marzo, 2008 alle 8:48 pm

    @ mcarpielli
    è vero, dipende dal soggetto: c’è chi resiste e chi non ce la fa, c’è chi vi trova aiuto e chi maggiori pene…

    @birra
    ma inssssssssomma…


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