Tobia
Pubblicato da V. Birra su 20 Marzo, 2008
Questa è una rivisitazione del libro biblico che narra la storia del vecchio Tobi, del suo giovane figlio Tobia e della giovane Sara; è una storia popolare senza intendimenti di edificazione spirituale.

Tobi era figlio di Tobiel della tribù di Neftali, stirpe di profeti. Tobi si unì in matrimonio con Anna in giovane età, dall’unione nacque un bambino, maschio, poi battezzato Tobia.
La nascita di un fanciullo non può che rendere felice un uomo così giusto e pio qual era Tobi; ben presto, però, la famiglia fu deportata in Assiria e iniziarono tempi difficili.
Le difficoltà furono un po’ lenite dal favore del re Salmanassar il quale con cieca fiducia affidò i suoi affari alla direzione di Tobi. L’attività portò alla sfortunata famiglia modesti guadagni; le sciagure affrontate e superate insegnarono a Tobi con quale incertezza si percorre la corta vita e il saggio uomo pensò bene di depositare dieci talenti d’argento presso Gabael, suo parente, figlio di Gabri.
Poi venne la morte di Salmanassar e le strade diventarono impraticabili.
Gli anni passati sotto l’ala protettiva del generoso re avevano rasentato la felicità; Tobi esercitava l’elemosina (la pratica al tempo non era ancora macchiata dall’ipocrisia). Come i giusti, Tobi, donava pane agli affamati e vestiva gli ignudi, dava degna sepoltura ai corpi gettati per le strade dagli infedeli. La sua devota operosità lo impegnò molto nel tempo in cui la collera di Sennacherib si abbatteva sulla moltitudine di poveri indifesi. Tobi era solito sottrarli alle strade per seppellirli al calar del sole, sgattaiolando nei suburbi campestri. Quando la sua pratica fu svelata dall’occhio vigile dell’autorità empia fu costretto alla fuga; portò con sé tutta la famiglia.
Non so quanti anni passarono, ma la morte del re, ucciso dai suoi figli, consentì il ritorno di Tobi e la sua famiglia trovò finalmente la tranquillità.
***
Nella Festa delle Settimane, Anna preparò un pranzo modesto, ma non così tanto da non poter essere apprezzato.
«¿Perché essere i soli a godere di questo cibo?» esclamo Tobi. Subito ordinò al figlio di uscire per strada a cercare un povero fratello da invitare alla mensa
Dovette aspettare un’ora per vedere ritornare il quasi adolescente Tobia che trascinava un corpo insanguinato col capo mozzo. ¿Quale uomo non avrebbe provato ribrezzo di fronte a quella vista? Tobi, al contrario, fu contento; tutti i padri, in un certo punto dell’adolescenza dei figli, iniziano a specchiarsi in essi. Sistemato quel fantoccio mutilo in una stanza fresca, attesero il tramonto, quando insieme lo seppellirono.
Di ritorno a casa, quella notte, il padre si sedette nel cortile ad osservare le stelle. Non lo faceva mai. ¿D’altronde, quale uomo pio resta dopo l’imbrunire ad ammirare gli scintillanti simboli degli dei pagani, ascoltando non disturbato il lugubre canto dell’upupa? Nessuno. Nessun’anima proba si diletta in queste forvianti attività perché così è giusto e gli accadimenti futuri lo dimostreranno.
Tobi era completamente rapito da quella visione, aveva gli occhi spalancati dalla meraviglia. Fu proprio l’uccello immondo, di cui non disprezzò quella sera il canto, a planargli sul volto: beccandogli gli occhi lo condannò alla cecità perenne.
Mentre inginocchiato urlava il perdono, vide le ultime immagini sfocate. Poi buio.
Seguirono periodi difficili, più di una volta Tobi invocò la morte e si preparò a tal fine; voleva assicurare una degna sepoltura a sé e sua moglie Anna e per questo pensò di inviare Tobia a riscuotere i talenti che tempo addietro aveva depositato presso Gabael.
Tobi conosceva bene il viaggio e il tempo necessario per portarlo a termine, non conosceva però altrettanto bene Tobia e per le raccomandazioni non bastò un pomeriggio.
Il giovane fu costretto a partire all’alba.
Prima tra le raccomandazioni c’era quella di prender moglie. Ancora echeggiava nella testa del giovane la voce paterna mentre si allontanava assonnato dalla casa: «Non una moglie qualunque, ma una donna della stessa famiglia di tuo padre. Ricorda che discendi da una stirpe di profeti».
Il rapporto che aveva legato Tobia al padre negli ultimi anni era stato animato solo da una finta reverenza; complice la cecità, Tobi conservava ancora l’immagine di Tobia fanciullo. Quell’immagine era ora corrotta dall’arida morsura del deserto.
***
L’unica compagna di viaggio per Tobia fu la perenne ubriachezza; solo questo vi dirò del cammino, che si muovette in circolo con una ripetitività seccante. Non so dire dopo quanti giorni, per la prima volta dall’inizio del tragitto, Tobia intravide, nel mezzo di una radura, una forma umana. Si avvicinò, e più si avvicinava più lo stupore cresceva: non aveva mai visto donne barbute.
La sedicente femmina canticchiava tra sé e sé, in un futuro idioma celtico, una filastrocca incomprensibile:
Eight nine ten eleven twelve, all bad children go to hell”
Quando la donna vide Tobia, smise di farfugliare e lo salutò: «Salve a te Tobia, ottavo marito di Sara». Tobia, incredulo, le si avvicinò e lei ripetette «Salve a te Tobia, ottavo ed ultimo marito di Sara» poi sparì.
Di queste figure se ne parlava poco e male, per via delle virtù malefiche che praticavano, prima fra tutte la predizione. Allora Tobia ricordò la raccomandazione paterna riguardo il matrimonio e di una Sara appartenente alla sua stirpe, figlia di Raguele, fratello di Tobi; era l’unica possibile.
Dopo essersi riposato una notte, riprese il cammino a ritroso, dimenticò tutti i problemi e i talenti di Gabael.
Arrivato in Ecbatana fu condotto alla casa di Raguele, che al suo arrivo sedeva in cortile. Tobia lo salutò e, scoperta la parentela, fu subito un giubilo; Raguele gli chiese di restare per la notte, contemporaneamente ordinò i preparativi per la cena.
Il banchetto era delizioso ma sembrava non essere gradito da Tobia che più di una volta, nervoso, toccò le pietanze senza portarle alla bocca. Raguele gli chiese spiegazioni e fu allora che Tobia, balzando in piedi, dichiarò la sua volontà: sposare Sara.
Raguele scolorì in volto, non perché non apprezzasse il giovane, l’unico in diritto di sposare sua figlia, ma era ben nota da quelle parti la storia della bella Sara che subiva, passiva, la gelosia dell’arcidiavolo Asmodeo. La ragazza era andata in sposa a sette uomini, tutti ammazzati dal demonio prima che potessero unirsi a lei come si fa con le mogli.
Il giovane incosciente fu messo a sedere e gli fu raccontata la storia che non lo turbò.
«¡Non temete!» esclamò sorridendo. «Conosco la verità. Mi fu offerta da un oracolo che mi salutò come ottavo ed ultimo marito di Sara». Il volto di Raguele si colorò di gioia e subito urlò l’ordine alla servitù di preparare le nozze e di rinviare da lì a qualche ora il banchetto già pronto. Poi chiamò sua figlia Sara, quando arrivò la prese per mano, e l’affidò a Tobia, che la guardava stupito dalla sua bellezza. Dopo aver recitato la rituale cantilena, Raguele stese il documento di matrimonio e diede il via ai festeggiamenti. Dopo la cena i novelli furono accompagnati in camera da letto.
Non descrivo l’atto che fu acceso con gli sguardi e non con le parole. La profezia si era avverata, la ragazza salutava la sua verginità; quel poco che ne restava tirava per la coda la spina dorsale dell’amante concedendo piacevoli vibrazioni. Fu in quell’istante che comparve l’arcidiavolo: aveva sembianze quasi umane, la pelle rossa era avvolta da ali scheletriche, vellutate, e la testa cornuta terminava in una bocca turrita di denti aguzzi.
Tobia morì di crepacuore tra le braccia di Sara.
***
Poco prima che sorgesse il sole, Raguele si svegliò; radunò i servi e fece loro scavare la fossa che, nel caso in cui fosse morto, avrebbe inghiottito velocemente Tobia insieme al ricordo di quel matrimonio celebrato in fretta e furia e taciuto a molti.
Scavata la fossa si diressero tutti presso la camera nuziale; Raguele si faceva scudo con le spalle di una serva. Quando aprirono la porta trovarono ciò che non si aspettavano:
Sara penzolava da una trave.
***
La casa di Raguele non distava molto da quella di Tobi; il tempo di una mezza giornata.
Lì il vecchio cieco aspettava il tramonto per dirigersi verso quel campo ormai adibito a cimitero e dedicarsi alla consueta pratica della sepoltura.
La moglie Anna lo avvisò che il sole era ormai calato, prese dal fresco stanzino il sacco nascosto da quasi un mese - per via degli ossessivi controlli da parte delle autorità - e accompagnò il povero marito al campo, facendosi in disparte nell’attesa.
Tobi camminava con difficoltà; il terreno era sconnesso per via delle fosse scavate qua e là a casaccio. Più di una volta cadde toccando la terra col mento, proseguendo gattoni. Per fortuna il sacco non pesava; di tanto in tanto la tela aderiva al contenuto mostrandone le fattezze quasi scheletriche. Era rimasto ben poco di quel cadavere.
Guardato dall’alto, il campo suscitava stupore: molte erano le buche scavate, mal ricoperte e scoperte addirittura. In questa moltitudine di fossi stavano, l’uno accanto all’altro, poco distanti tra loro, quattro corpi. La terra su cui posavano aveva assunto la forma di una primigenia culla; le salme erano ricoperte da una leggera coltre di terra.
Il vecchio lasciò il sacco e si diresse verso le quattro sepolture. Con la mano tremula spazzava via il leggero strato di terra, soffermandosi sui loro volti, passando con incertezza da uno all’altro.
«¡Dannati infedeli!» bisbigliava con poca voce. «¡Insozzate le ossa dal giusto e del pio! ¿E dove sei tu?».
Era il dolore che guidava quelle mani e tormentava da tempo le sue giornate: il dolore distillato in pazzia lo conduceva nottetempo in quel campo-santo. Era ormai convinto che tre di quei corpi fossero stati di infedeli, e solo uno, solo uno era pio e giusto, ma si nascondeva. Tobi sperava che sotto il palmo della mano si presentasse il cranio di suo figlio, il buono e il pio e il mai conosciuto Tobia, per poterlo riabbracciare e regalargli un’adeguata sepoltura.
Perdonate la mancanza di particolari congiunture e descrizioni. Non faccio altro che traghettare su carta la moltitudine che mi attraversa; la consapevolezza di ciò mi distingue da sedicenti scrittori. Inoltre la storia è falsa: mi è stata raccontata in treno, poi l’ho sognata addormentato dalla voce serafica del viaggiatore che la raccontava. Tempo dopo l’ho letta nel libro dei libri; quest’ultima differiva totalmente dal mio sogno ma i nomi dei personaggi erano gli stessi.









20 Marzo, 2008 a 8:05 pm
Davvero un bel racconto enzo, molto scorrevole e non pesante sintatticamente ….. ottimo lavoro.
22 Marzo, 2008 a 10:51 am
Buon racconto
rari errori di punteggiatura e battitura.
La storia risulta intrigante, forse raccontata un pò in fretta. Non basta una nota dell’auore per discolparsi da una totale mancanza di dettagli che collocherebbero il lettore in un certo “scenario”.
Non so se il canto della donna barbuta sia stato inserito da te, ma comunque mi sembra molto strano che a quei tempi si parlasse l’inglese. Questo è un particolare assolutamente non trascurabile.
Ti faccio i miei complimenti per come hai saputo dettare i tempi in certe situazioni, creando un certo phatos e alleggerendo altre situazioni, altrimenti pesanti.
Buon lavoro.
Un abbraccio, G.
22 Marzo, 2008 a 11:26 am
Caro genni ti ringrazio. Ci sono delle motivazioni ideologiche dietro quella nota; certo se voglio posso imbastire la narrazione di descrizioni ma non lo faccio, sopratutto in racconti del genere. Per quanto riguarda l’immagine della donna barbuta, per me ha un significato preciso che non deve essere lo stesso per il lettore: “ognuno si procura le propie visioni”, automaticamente vengono le spiegazioni. La mia scrittura vuole essere una scatola aperta che il lettore deve riempire, una scirttura che non da risposte ma accende la curiosità di chi legge con punti interrogativi che come vedi ho messo rovesciati a inizio domanda(L’idea ovviamente viene dalla lettura dello spagnolo che adotta questa grafia).
Grazie ancora, a presto ciao
V.B
22 Marzo, 2008 a 12:08 pm
Caro Enzo
chi legge non deve riflettere su dove si trovi, un minimo accenno aiuta il lettore ad eliminare il problema dell’immaginazione. “lasciare aperto” un discorso per permettere al lettore di riflettere è una proposta molto interessante, ma devi renderti conto su “cosa” il lettore debba concentrare la sua attenzione.
P.S.
l’avevo capita quella cosa dello spagnolo e, conoscendoti, anche il motivo per cui le hai inserite. Quella è stata una bella idea.
Buon lavoro.
Un abbraccio, G.
22 Marzo, 2008 a 1:57 pm
Diciamo che quando si tocca un tempo così lontano, è difficile dare un immagine se non distorta; ho pensato che il lettore potesse spontaneamente collegarsi a quell’immagine(fallace, la bibbia non descrive) che ognuno ha di quei tempi. Però ho voluto anche attaccare l’unità temporale; vedi la filastrocca in inglese. Ti ringrazio per i complimenti e per i commenti costruttivi. A presto.. Ciao