Archivio per Marzo, 2008
Pubblicato da collaboratori su 31 Marzo, 2008
di Gian Maria Fiori
Ricordo qualcosa…non che sia io a ricordarlo - dato che l’atto mnemonico è in parte inconsapevole, quasi arbitrario - ma è una parte di me che ricorda. Rammento, di tutte le volte che sono stato davanti ad un quadro, il mio desiderio di fissarne particolari che a me risultavano notevoli, che lo caratterizzassero; ma i miei sforzi erano frustrati dall’accorrere di particolari di poco conto, che la mia memoria aveva racchiuso in segreto in un remoto anfratto della sua arbitrarietà; mi sono reso conto che non abbiamo la facoltà di trattenere in noi prodotti esterni dell’esistenza, è impossibile al momento del distacco dalla fonte del nostro piacere, avere la certezzà di averne incamerato quelle caratteristiche a noi utili e necessarie.
Ricordo un musicista, sul palco di un teatro, ricordo il cellulare di qualcuno che squilla, e il musicista che interrompe il pezzo, e spazientito abbandona la sala…non ricordo cosa avvenne dopo, nè cosa era successo prima; ricorderò per sempre quel musicista, perchè quello fu un momento perfetto; era così umano nel suo disprezzo verso di noi!
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Pubblicato da ilasil su 31 Marzo, 2008
di Ilaria Mariano
E se non ci fosse differenza
tra la domanda e la risposta.
Se la certezza
si esaurisse nella ricerca.
Quali sono i confini?
Dov’è il limite?
Perchè ci ostiniamo a cercarlo?
E se fosse più giusto
rassegnarsi
al vento multiforme che modella
e gioca a scomporre profili,
a ricomporli,
questo vento irrequieto
che vive e pulsa
e vince ogni argine
e abbatte ogni arida convinzione
per stupire,
che vive nella meraviglia
e spira nel vibrare della foglia
e nel suo accartocciarsi.
Erompe
evidente in ogni respiro
il silenzio del suo segreto.
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Pubblicato da collaboratori su 30 Marzo, 2008
di Valentina Fiori

Questo romanzo è quello più tradotto e letto della Deledda e contribuì in modo significativo a guadagnarle quella stima che nel 1926 le procurò il Premio Nobel per la letteratura.
Canne al vento è la storia delle sorelle Pintor, Esther, Ruth e Noemi che vivono sole con il loro devoto servo Efix. Di nobiltà antica e ormai decaduta, le tre sorelle godono del suo servizio da vent’anni, da quando cioè è morto il padre, Don Zame, che più di vent’anni prima si scoprirà essere stato ucciso accidentalmente dal servo per proteggere la fuga di Lia, la più piccola delle sorelle Pintor. Così per vent’anni nella casa Pintor non accade nulla. Efix è la prova della nobiltà passata delle sue padrone ed egli sente il dovere di proteggerle, e di preservare la morale e in questo modo è come se volesse espiare l’uccisione di Don Zame.
L’equilibrio viene rotto dall’arrivo di Giacinto, il figlio di Lia, il bel giovane gira spavaldo per il paese, esibendo una sicurezza che gli deriva dall’ingenuità. In tutto ciò emerge una passione segreta e forte; l’amore di Noemi per il nipote, si tratta di un sentimento che neppure lei è in grado di riconoscere, che riaffiorerà piano piano nelle pagine del romanzo. Giacinto a sua volta si innamorerà di una ragazza povera che poi sposerà e la zia sposerà un ricco parente salvando la famiglia dal tracollo economico.
Il dramma umano dei personaggi ruota intorno alla figura del servo Efix resa particolarmente vivida dalla penna dell’autrice. Efix epicamente vive una vita da santo, alla ricerca dell’espiazione suprema. Come un eroe omerico, come un dannato di Dostoevskij, come i poveri predestinati di Garcìa Marquez, Efix è un’immagine della sofferenza, sempre uguale e sempre immobile nel tempo.
Canne al vento si trova al centro dell’opera della Deledda e può essere considerato un grande contenitore di tutti gli elementi deleddiani:
- La Sardegna, come terra che da vita dura e lavoro e la Sardegna incontaminata e arcaica.
- L’amore, un amore dai connotati travolgenti che essendo chiuso nell’immobile società contadina, è esposto al peccato, all’incesto, e da una parte è eros vivo e fiammeggiante con tutte le conseguenze immaginabili e dall’altro è un eros negato che si trasforma in odio trascinandosi in vendette lunghe una vita.
- la ricerca della pace ineriore, della dignità morale, della espiazione del peccato; questo senz’altro predominante nei confronti degli altri.
[Chi volesse leggere una trattazione più generale dell'opera deleddiana può farlo qui]
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Pubblicato da cb su 29 Marzo, 2008
di carlo brio

Che la domanda sia: poiché abbiamo vinto, abbiamo perso?
La memoria, l’ancoraggio delle stirpe ai percorsi delle migrazioni continentali, delle stupefazioni e delle prime meraviglie, si è fatta opaca, se non vogliamo ammettere d’averne perso la mappatura.
La memoria.
La memoria è stata qui dissepolta.
Gli elefanti hanno una memoria che ricorda la loro mole, vasta quanto il cuore dell’Africa che percorrono da millenni. Le migrazioni, essi, non le hanno dimenticate, le vie, pur non tracciate, pur spazzate via da secoli di vento e chilometri di terra rossa, non sono state perdute e le migrazioni, ad ogni stagione, giungono all’acqua. Non dimenticano le leggi. Non dimenticano.
Non sanno, ma ricordano. Sono monoliti di carne polverosa, pietra della savana che è viva. Ricordano.
Un addestratore di elefanti, in un circo praghese ad inizio secolo, maltrattò uno dei pachidermi che aveva il compito di accudire e preparare per gli spettacoli, usò la sferza con eccessiva violenza, in un scatto d’ira ingiustificato. L’elefante maltrattato non reagì, ciondolò la proboscide per sfiatare il dolore, e l’irritazione, e di sera estasiò il pubblico con le sue acrobazie. L’addestratore era soddisfatto, gli applausi che erano per le bestie credeva fossero per lui, abusava anche di questo, rideva come a contenersi, ma strabordava in superbia fin oltre i baffi arricciati, addestrava i suoi animali e non li conosceva. Gli elefanti hanno memoria. Non dimenticano. Cinque mesi dopo trovarono l’addestratore riverso nell’ampia gabbia utilizzata per le prove, il torace sfondato e la testa a qualche metro di distanza. In un angolo, gli occhietti sereni tra le pieghe della pelle, l’elefante giocoliere, l’applaudito.
In branchi, che sollevano torri di polvere, con i piccoli al centro della colonna, viaggiano per chilometri e per anni come una carovana più antica e meglio collaudata e, poiché non sovvertono la memoria, a guidare la colonna è un’elefantessa, la matriarca del branco.
A diverse latitudini un’altra specie, l’umana, si organizza secondo schemi diversi, collaudi che durano da sempre, è interessata al proprio passato, i millenni ricoprono ciò che è stato, esiste la necessità di specializzare alcuni gruppi in un’attività di recupero, l’archeologia, ma quanti usufruiscono dei frutti degli scavi, delle ricerche, dei disseppellimenti? Gli umani dimenticano.
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Pubblicato da 8avio su 28 Marzo, 2008
di Ottavio Sellitti
All’apertura delle porte della stazione, fra i marmi bianchi non avanzarono i passi frettolosi dei viaggiatori, ma degli stivali affaticati. Erano uomini grossi, con grembiuli color turchino sporchi di sangue, guantoni spessi e mascherine bianche. Sudavano copiosamente lasciando gocce di umore umano e sangue sul pavimento immacolato. Sudavano tanto non per il clima, che era per il periodo innaturalmente freddo, erano decisamente sotto sforzo. Trascinavano, a gruppi di sei, delle carcasse scuoiate di cavalli.
I viaggiatori si spostavano con ribrezzo alla vista di quella macabra operazione, interrogando alcuni con sguardi attoniti gli Addetti al Controllo Umano che presiedevano la stazione; questi lasciavano fare, anzi alcuni subito presero ad aiutare gli stanchi omoni, lerciando inevitabilmente anche le divise del color del marmo.
Le carcasse vennero disposte al centro dell’atrio, a spirale, chi si sgravava del proprio peso, immediatamente, asciugando il sudore con degli stracci cavati fuori dalla tasca del grembiule, tornava fuori per la strada, portando poi un altro carico. La spirale di corpi si allargava di minuto in minuto, continuava la catena di operai indaffarati e i viaggiatori venivano spinti sempre più contro le pareti dell’edificio, evitando la puzza di putrefazione che veniva da quell’ammasso morto.
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Pubblicato da collaboratori su 27 Marzo, 2008
di Nicola Giacco
Oltre un semplice gesto

animato da debole noia….
Oltre una parola buttata
senza forza su un pavimento
immacolato….
Oltre semplice acqua scolorita
gettata in una tazza marmorea
senza odore di piacere….
Oltre il tedio traforante che
si estende sulla pelle come una
vestaglia di seta notturna….
Oltre quella paralisi che mi
soggiunge quando mi fermo a pensare….
Oltre lo sputo di volgarità
con cui la vita si pulisce il viso….
Oltre quella paura di veder crollare
le colonne delle proprie certezze….
Oltre il brivido di sentirsi pugnalare
nella mente da chi non ce lo saremmo
mai aspettato….
Oltre quello strano treno di suoni
che, su e giù, mi corre via tra le vene
e le dita dei piedi….
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Pubblicato da cb su 26 Marzo, 2008
(Preparativo per una poesia e un commento)
di carlo brio
a chi sa
Qui è il nulla, e non sono pronto. Fuori e dentro tutto conosco, e non lo vedo più. E per questo cerco, così partiva la caccia come un monaco col suo carico di legname piallato. Cerco qualcuno che mi dica ciò che non esiste, quel che esiste lo conosco da bambino. È da bambino che si impara tutto. Dopo si imparano e dicono solo sciocchezze, mutilazioni che mutilano il cervello, che pure si automutila giacché non capisce che dovrebbe azzerarsi. Zittirsi. Il silenzio non lo apprezziamo, e nemmeno lo disprezziamo, semplicemente lo ignoriamo. Ciò che non voglio ignorare sono io, così mi ignoro di continuo cercando il modo di non ignorarmi. Di essere presente. Chi è davvero presente, quanti sono assenti? Quando sono assente sono presente e quando sono presente sono assente. Non lo capisco nemmeno lo capisci tu, ma non ci capiremo mai se non scendiamo a livelli altissimi, così in alto che sarebbe come in basso, e io e te non ci saremmo, saremmo io e te, solamente, uno e due senza uno e due, saremmo uno e due, senza uno e due, saremmo uno, uno solamente. Impara queste cose, che non significano niente.
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Pubblicato da V. Birra su 26 Marzo, 2008
di Vincenzo Birra
*
* *
-
(mentre che ‘l vento, come fa, ci tace)
-
E spegne tutto il vento nel mattino mitico del risveglio. Spegne le candele accese con fatica questa settimana(una al giorno).
Mi chiudo in un profondo e reverenziale silenzio, mi chiudo in una lettura, barbarica, disturbata dalla tempesta che fuori, strappa via anche i balconi.
23 - 3 - 08
-
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Pubblicato da collaboratori su 25 Marzo, 2008
di Nella Califano

Adoravo sentirlo suonare…quando ne aveva voglia sedeva al piano e cominciava a riscaldarsi le mani, poi, con due occhi neri incastonati sotto le sopracciglia che si inarcavano in un tenero sguardo, interrogava i miei desideri. Bastava questo perché mi sedessi accanto a lui che, dopo avermi sorriso, intonava il mio pezzo preferito, un autore russo poco conosciuto; non che la sua musica fosse particolarmente entusiasmante, ma amavo il modo in cui lui la suonava, il modo in cui prestava le sue dita sottili a quella melodia, il modo in cui accarezzava, dolce ma deciso, il lungo sorriso del piano. Le sue dita affusolate e tremanti per la tensione contrastavano deliziosamente con il suono chiaro e forte che ne scaturiva…il mio sguardo si posava ora su quelle mani incantate, ora sui suoi occhi seri, fissi sui tasti bianchi e neri che si muovevano sotto il suo tocco veloce. L’autore di questo pezzo si era ispirato, per scriverne la musica, a un quadro che un suo amico aveva esposto ad una mostra: “temporale estivo”.
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Pubblicato da collaboratori su 24 Marzo, 2008
di Antonio Cristiano
I miei passi si rincorrono nell’androne. Cammino piano per non farmi sentire, cammino piano perché è notte ed io non dovrei essere qui - cammino piano perché è notte e dovrei dormire, non andare fuori dal conservatorio. Percorso l’androne, arrivo nel corridoio principale: esco da una porta piccola, laterale, per timore di poter essere scoperto - come ogni notte, ancora, di nuovo. Esco, una lieve pioggia picchietta sui tetti delle navate del chiostro: la percorro interamente, stringo il violino sotto il mantello, mi chiudo nella sciarpa per non prendere freddo. Gocce di pioggia cadono su di me: arrivo al centro del chiostro, ho la statua di Orfeo di fronte. Di fronte: a destra, il terzo vaso di begonie sulla sinistra. Il testone è grande, ma lo sposto senza far rumore: è stato messo lì per essere spostato. Davanti a me, ora, una scala che scende verso il basso, che porta ad un cunicolo costruito vent’anni fa, qualche anno prima che cominciasse la guerra, per permettere a chi lo conosceva di uscire dal conservatorio in caso di necessità.
Vent’anni fa… nemmeno ero nato.
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Pubblicato da 8avio su 22 Marzo, 2008
[per tutte le vittime]
.
di Fabrizio De Andrè
“Poterti smembrare coi denti e le mani,
sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav’uomo di nome Pilato.”
Ben più della morte che oggi ti vuole,
t’uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode per te trucidati.
Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi;
trent’anni hanno atteso col fegato in mano,
i rantoli d’un ciarlatano.
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Pubblicato su Fono|Grafie, Pietre | Contrassegnato da tag: amore, cantautori, croce, crocifissione, dolore, Fabrizio De Andrè, Gesù di Nazareth, la buona novella, musica, nuovo testamento, Pasqua, poesia, Religione, vangeli apocrifi, via crucis | Non ci sono Commenti »
Pubblicato da cb su 21 Marzo, 2008
propositi e intenti
ce li siamo marchiati
come tatuaggi, o cicatrici?
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Pubblicato da V. Birra su 20 Marzo, 2008
di Vincenzo Birra
Questa è una rivisitazione del libro biblico che narra la storia del vecchio Tobi, del suo giovane figlio Tobia e della giovane Sara; è una storia popolare senza intendimenti di edificazione spirituale.

Tobi era figlio di Tobiel della tribù di Neftali, stirpe di profeti. Tobi si unì in matrimonio con Anna in giovane età, dall’unione nacque un bambino, maschio, poi battezzato Tobia.
La nascita di un fanciullo non può che rendere felice un uomo così giusto e pio qual era Tobi; ben presto, però, la famiglia fu deportata in Assiria e iniziarono tempi difficili.
Le difficoltà furono un po’ lenite dal favore del re Salmanassar il quale con cieca fiducia affidò i suoi affari alla direzione di Tobi. L’attività portò alla sfortunata famiglia modesti guadagni; le sciagure affrontate e superate insegnarono a Tobi con quale incertezza si percorre la corta vita e il saggio uomo pensò bene di depositare dieci talenti d’argento presso Gabael, suo parente, figlio di Gabri.
Poi venne la morte di Salmanassar e le strade diventarono impraticabili.
Gli anni passati sotto l’ala protettiva del generoso re avevano rasentato la felicità; Tobi esercitava l’elemosina (la pratica al tempo non era ancora macchiata dall’ipocrisia). Come i giusti, Tobi, donava pane agli affamati e vestiva gli ignudi, dava degna sepoltura ai corpi gettati per le strade dagli infedeli. La sua devota operosità lo impegnò molto nel tempo in cui la collera di Sennacherib si abbatteva sulla moltitudine di poveri indifesi. Tobi era solito sottrarli alle strade per seppellirli al calar del sole, sgattaiolando nei suburbi campestri. Quando la sua pratica fu svelata dall’occhio vigile dell’autorità empia fu costretto alla fuga; portò con sé tutta la famiglia.
Non so quanti anni passarono, ma la morte del re, ucciso dai suoi figli, consentì il ritorno di Tobi e la sua famiglia trovò finalmente la tranquillità.
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Pubblicato da 8avio su 20 Marzo, 2008
(Nel tempo delle festività pasquali sento necessario spendere dei pensieri su quel che è stato, se si ammette sia stato, Gesù di Nazareth. Questo ovviamente fuori da quel che si pronuncia dagli altari profumosi di incensi, ove il suo messaggio profondamente umano e sotto molti aspetti rivoluzionario viene spesso diluito in riti e teologie che hanno l’effetto di svuotarlo di senso. Lettori, per voi ho scelto non un saggio ma una canzone, che la vostra sensibilità se ne sazi. Ottavio Sellitti)

di Fabrizio De Andrè
Maria:
“Falegname col martello
perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
per chi in guerra andò?
Dalla Nubia sulle mani
a casa ritornò?”
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Pubblicato su Fono|Grafie, Pietre | Contrassegnato da tag: letteratura, poesia, vangeli apocrifi, dolore, amore, musica, Guerra, Gesù di Nazareth, Pasqua, croce, Maria, la buona novella, Fabrizio De Andrè, Religione, cantautori, madre, crocifissione, falegname, nuovo testamento | Non ci sono Commenti »
Pubblicato da collaboratori su 18 Marzo, 2008
di Diana D’Ambrosio
“la coerenza è l’estremo rifugio
degli uomini privi di fantasia “
(O.Wilde)
L’estrema coerenza e il fanatismo sono strettamente legati per il fatto che uno alimenta l’altro. Molto spesso, soprattutto negli anni dell’adolescenza, ci è stato detto della necessità di cambiare prospettiva, di imparare a non vedere solo in bianco e nero e di considerare le sfumature, ci hanno insegnato che la virtù sta nel mezzo: e forse, per quanto difficile da praticare, essa è una delle soluzioni del fanatismo.
Contro il fanatismo (Feltrinelli, 2004, 78 p., 4,50 €, trad. Loewenthal E.) è una raccolta di tre lezioni tenute all’Università di Tubinga nel gennaio 2002. Lo spunto è stato dato dall’attacco alle Torri Gemelle. Leggi il seguito di questo post »
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